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L’Aquila, la generazione terremoto: dalle elementari al liceo senza una scuola vera

L’istruzione è il buco nero del miracolo edilizio: gli istituti ricostruiti sono solo due. Tutti gli altri restano in periferici edifici provvisori
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L’AQUILA – “La mia vita è finita alle 3.32 della notte del 6 aprile 2009. Dopo quei trenta secondi i compagni della mia esistenza sono diventati il senso di colpa, la rabbia e l’amarezza. Non ho protetto la mia famiglia: da allora mi spinge ad andare avanti la speranza non della ricostruzione edilizia, ma della rinascita umana del paese in cui i miei figli non sono potuti crescere”. Quindici anni dopo Giustino Parisse parla davanti ad un buco aperto dentro un vecchio frutteto misto. Attorno al luogo su cui è crollata la cucina della sua casa, nel centro di Onna, si concentra l’eredità del terremoto che ha sconvolto L’Aquila e i 56 Comuni abruzzesi inghiottiti dentro il cratere sismico ai piedi del Gran Sasso: un misto di edifici nuovi, di macerie abbandonate e di cantieri aperti. La scossa principale, di una magnitudo pari a 5,9 gradi della scala Richter, ha causato 309 morti, 1600 feriti e 110 mila sfollati. Negli alloggi temporanei restano ancora 1200 famiglie.

Giustino Parisse, ass…

L’AQUILA – “La mia vita è finita alle 3.32 della notte del 6 aprile 2009. Dopo quei trenta secondi i compagni della mia esistenza sono diventati il senso di colpa, la rabbia e l’amarezza. Non ho protetto la mia famiglia: da allora mi spinge ad andare avanti la speranza non della ricostruzione edilizia, ma della rinascita umana del paese in cui i miei figli non sono potuti crescere”. Quindici anni dopo Giustino Parisse parla davanti ad un buco aperto dentro un vecchio frutteto misto. Attorno al luogo su cui è crollata la cucina della sua casa, nel centro di Onna, si concentra l’eredità del terremoto che ha sconvolto L’Aquila e i 56 Comuni abruzzesi inghiottiti dentro il cratere sismico ai piedi del Gran Sasso: un misto di edifici nuovi, di macerie abbandonate e di cantieri aperti. La scossa principale, di una magnitudo pari a 5,9 gradi della scala Richter, ha causato 309 morti, 1600 feriti e 110 mila sfollati. Negli alloggi temporanei restano ancora 1200 famiglie.

Giustino Parisse, assieme alla moglie Dina, è stato risparmiato perché aveva diviso le stanze da letto del figlio Domenico e della figlia Maria Paola, ormai adolescenti, cedendo la propria. Giornalista del “Centro”, quella notte ha perso anche il papà. “Continuo a lottare – dice – perché penso che se gli altri vedono resistere uno come me, conservano il coraggio di non mollare e di immaginare un futuro insieme”.

Un segno indelebile

A L’Aquila il tempo delle polemiche sugli allarmi ignorati e sulla prevedibilità di un terremoto catastrofico annunciato da mesi, dei processi e delle assoluzioni-scandalo, delle denunce e degli arresti per le infiltrazioni mafiose assetate di appalti, delle telefonate tra costruttori che esultavano mentre la terra ancora tremava, si è consumato assieme all’illusione che l’indifferenza della natura potesse riscattare il cuore degli esseri umani. Dopo quindici anni la Gerusalemme cristiana d’Europa aggrappata all’Appennino, aspetta ora il Giubileo del 2025 e si prepara ad essere la capitale italiana della cultura nel 2026. Continua però a vivere per e dentro il suo terremoto. Tutto, ogni parola, ogni sguardo, ogni palazzo privato ricostruito, ogni edificio pubblico nascosto dalle impalcature, ogni cumulo di rovine in attesa di un progetto, rinvia al 6 aprile che ha inciso un prima condiviso e non smette di promettere vagamente un dopo soggettivo. Chi è rimasto assicura di non sentirsi più prigioniero del passato, ma ostaggio di una prospettiva sociale che rimane imprevedibile. “Il problema – sintetizza il manager Massimo Alesii – è estrarre dal cemento le idee. Le vittime sono volate via subito, ma dopo quindici anni nemmeno i sopravvissuti tornano. Una città non rinasce se prima non ridefinisce una vocazione”.

I dati controversi della ricostruzione

Dopo il sisma L’Aquila ha perso 15 mila abitanti. L’università contava 18 mila studenti residenti: ne ha conservati meno di un terzo. Per la ricostruzione lo Stato ha investito 22 miliardi: secondo le stime ne mancano da 3 a 8 per la conclusione di tutti gli interventi. Le cifre ufficiali assicurano che il 98% delle pratiche e l’80% degli edifici privati sono completati. Più indietro proprietà pubbliche e beni della Chiesa: 65% finanziato e 40% ricostruito. Diversi i numeri in possesso di sindacati e associazioni. Secondi questi, la ricostruzione privata è ferma al 64%, quella pubblica al 37%. Le pratiche in attesa di ammissione sono 2323, i cantieri aperti 944, gli operai al lavoro oltre 10 mila: su 23240 edifici inagibili, solo 11645 sono già stati oggetto di interventi ricostruttivi. “Rimettere in piedi i palazzi del centro storico – dice Vincenzo Vittorini, rappresentante dei famigliari delle vittime – serve molto alla narrazione politica, poco alla comunità. Fare in fretta non equivale a fare bene. La sfida della sicurezza e di una vera prevenzione anti-sismica non è stata colta. L’impegno a trasmettere sistematicamente la memoria a chi è nato dopo il 2009, nemmeno. Senza scuole, spazi per la cultura e per lo sport, manca l’ossigeno: la vita è sospesa e si resta terremotati per sempre”.

Le scuole assenti

L’istruzione è il misterioso punto debole del miracolo edilizio che ha permesso invece di riaprire negozi, bar e ristoranti. Sul territorio aquilano, popolato ormai lungo trenta chilometri, le scuole ricostruite sono solo due. Tutte le altre restano in edifici provvisori, dispersi in periferia: chi ha iniziato la prima elementare nel 2010, lo scorso anno ha finito le superiori senza mai essere entrato in un’aula adeguata, paragonabile a quelle dei coetanei del resto d’Europa. La zavorra della conoscenza negata, frena sia il ritorno delle famiglie nel centro storico dell’Aquila che la voglia di restare dei giovani nei paesi di montagna. “Pur tra mille complessità – dice il sindaco Pierluigi Biondi – la rapidità della nostra ricostruzione rimane un modello. Le scuole non possono tornare dov’erano una volta, strette nei palazzi del centro e a due passi da casa per interessi immobiliari. Ricostruzione scolastica e rinascita sociale procedono assieme: vogliamo però istituti contemporanei, hi-tech, sostenibili, dotati di strutture sportive e di spazi per la socialità all’aria aperta. Serve tempo, ma presto avremo le scuole più moderne del Paese e le migliori facoltà universitarie: il nostro futuro dipende da formazione, innovazione, cultura e turismo”.

Una città fantasma

Sotto le macerie della casa dello studente, costruita con la sabbia del mare, morirono otto universitari. Dopo quindici anni non è stata ricostruita, come promesso. Al suo posto, per ora, tre palazzine nuove: dai balconi pendono la foto di un ragazzo scomparso, cartelli con le scritte “affittasi appartamenti” e “vendesi locali commerciali”. Tutto a L’Aquila appare oggi in vendita, o in affitto. Il prezzo delle case è crollato da 8 a 2 mila euro al metro quadro. Grazie all’opportunità della “sostituzione edilizia” chi possedeva un immobile qui ha reinvestito altrove. Il Comune si ritrova proprietario di un patrimonio immobiliare sconfinato: in gran parte è vuoto, non ancora allacciato a energia, acqua e gas, privo di un destino definito. Una simile incertezza induce a esibire avvisi rassicuranti perfino all’ingresso delle vie pedonali: “Attività commerciali aperte”. Bene, ma il resto? “L’ossessione comunicativa – dice Concetta Trecco, coordinatrice della Casa del volontariato – ha indotto a concentrare ogni risorsa sulla ricostruzione dei palazzi del centro storico. Assieme a chiese e basiliche sono il simbolo dell’identità aquilana, ma si è trascurata la necessità di tornare a vivere prima la normalità. La ripartenza sociale si nutre stando insieme ogni giorno e occupandosi degli altri. Noi abbiamo cominciato a guarire dallo shock post-sisma quando da assistiti siamo diventati assistenti, accogliendo 36 migranti negli alloggi da terremotati”.

Ricostruire gli aquilani

Ognuno concorda sul fatto che “ricostruita L’Aquila restano da ricostruire gli aquilani”, ma ridimensionare l’impegno a recuperare il tesoro della sua bellezza e del paesaggio che la circonda, pur al prezzo di una guerra, sarebbe ingeneroso. La mattina del 6 aprile 2009 il cuore dell’Abbruzzo non c‘era più mentre oggi oggettivamente è ritornato a battere. San Pietro in Coppito, la basilica di Santa Maria di Collemaggio, la chiesa delle Anime Sante, palazzo Margherita e palazzo Ardinghelli, la piazza del Duomo con quella di San Domenico, via Garibaldi, il corso e viale Duca degli Abruzzi, San Bernardino, sono un giacimento artistico che guarisce le persone. Pronto pure il cantiere per la chiesa di Santa Maria Paganica, simbolo della distruzione, mentre i lavori nel palazzo dell’ex prefettura sono in corso. “Il punto – dice l’architetto Maurizio D’Antonio – è però rispettare la storia di ogni bene e riaprire il teatro: senza giovani la città è destinata a ridursi a un museo senza vita”. Questo è il pensiero anche di chi, come lo storico barista Pierluigi De Matteis, il vecchio ristoratore Fabrizio Pietropaoli e l’icona della pasticceria Natalia Nurzia, hanno deciso di riaprire quando ancora il centro era deserto e chiuso. Lo definiscono “un folle azzardo sentimentale”: sono state però queste ripartenze a riaccendere un motore che nelle provvisorie “case di Berlusconi”, va invece spegnendosi. Fatiscenti e destinate alla demolizione, dal 2009 ospitano a Bazzano gli ultimi sfollati e i sopravvissuti ad altri disastri, come il terremoto di Amatrice. Fino a sette persone in pochi metri quadri, vecchi soli che non vogliono più cambiare alloggio, ragazzi decisi a rimanere vicini al capoluogo, anche al costo dell’emarginazione.

Scuole e bambini per ripartire

“Dal terremoto – dice Mirko Ferrari, recuperato sotto le macerie della sua casa a Filetto – non si salva nessuno. Se ci finisci sotto, respirare altrove non ti interessa più”. A fare la differenza, la profondità delle radici. Grazie a queste nel centro antico dell’Aquila, la gente lo smentisce, reimpara a sorridere e ostinatamente vive: ovunque gru e martelli che battono, mostre e fiaccolate, inaugurazioni e commemorazioni, monumenti e progetti meravigliosi anche se si rivelassero soltanto sogni. Gli alberi sono così, un’altra volta, pieni di fiori, come in quella notte di quindici anni fa: solo quando questa città ricostruirà anche le sue scuole e rimetterà con i fatti la vita dei bambini davanti a tutto il resto, il debito verso 309 vittime di superficialità e sottovalutazione potrà però considerarsi onorato.

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