Università, onda di proteste in 25 città: “Fuori la guerra dai nostri atenei”
di Viola GiannoliROMA — Alla fine anche Bari, similmente a Torino e alla Normale di Pisa che aveva chiesto al ministero degli Esteri di «riconsiderare» il bando Maeci, congela l’accordo, oggi in scadenza, per progetti di collaborazione scientifica tra atenei italiani ed israeliani. «Solo la lotta paga, Intifada fino alla vittoria», urlano in un azzardato parallelismo gli studenti al presidio. Uno dei tanti. Perché tutto quello che si è visto a staffetta nelle università italiane per mesi — cortei selvaggi, occupazioni, irruzioni in Senato accademico, contro-lezioni, assemblee — ieri è andato in onda a reti unificate in 25 città, in un’azione prestabilita e concordata dagli studenti per la Palestina riuniti sotto gli stessi simboli: gli striscioni del collettivo comunista Cambiare rotta, le bandiere di Potere al Popolo e dell’Usb che ha proclamato lo sciopero universitario, le bandiere rosse nere bianche e verdi, la kefiah al collo, i fumogeni rossi come la vernice con cui hanno imbrattato giganti fac …
ROMA — Alla fine anche Bari, similmente a Torino e alla Normale di Pisa che aveva chiesto al ministero degli Esteri di «riconsiderare» il bando Maeci, congela l’accordo, oggi in scadenza, per progetti di collaborazione scientifica tra atenei italiani ed israeliani. «Solo la lotta paga, Intifada fino alla vittoria», urlano in un azzardato parallelismo gli studenti al presidio. Uno dei tanti. Perché tutto quello che si è visto a staffetta nelle università italiane per mesi — cortei selvaggi, occupazioni, irruzioni in Senato accademico, contro-lezioni, assemblee — ieri è andato in onda a reti unificate in 25 città, in un’azione prestabilita e concordata dagli studenti per la Palestina riuniti sotto gli stessi simboli: gli striscioni del collettivo comunista Cambiare rotta, le bandiere di Potere al Popolo e dell’Usb che ha proclamato lo sciopero universitario, le bandiere rosse nere bianche e verdi, la kefiah al collo, i fumogeni rossi come la vernice con cui hanno imbrattato giganti fac simile del bando.
Episodi «inaccettabili» per la ministra dell’Università Anna Maria Bernini che nei prossimi giorni vedrà il responsabile del Viminale Piantedosi in un confronto allargato ai rettori e agli enti di ricerca.
Il fronte più caldo, a dispetto del sole romano, è Padova: l’ateneo blindato, gli studenti che chiedono un incontro alla rettrice Daniela Mapelli, ogni ingresso presidiato dagli agenti in assetto anti-sommossa, i ragazzi che provano una via di accesso, poi una seconda, poi una terza, e quando la polizia gli sbarra la strada ancora una volta, a mani nude cominciano a spingere contro gli scudi. E il copione è sempre lo stesso: quando la spinta diventa pressione, gli agenti rispondono con cariche di alleggerimento, spingono anche loro con gli scudi sulla folla, poi alzano i manganelli. «Ha ragione Mattarella — commenta il presidente emerito della Corte costituzionale Giovanni Maria Flick — il manganello non educa, ma sono preoccupato dalla rinascita di un antisemitismo che confonde un governo che sbaglia e la scienza che deve restare invece strumento di dialogo».
L’ala moderata e i duri. Nelle aule della Sapienza dove cresce la protesta: “Basta silenzio su Gaza”
Così non la pensano gli universitari. E pure al Politecnico di Milano l’assemblea si trasforma in corteo, il rettorato viene occupato per qualche ora. E ancora occupato è quello della Federico II di Napoli. Gli studenti gridano “Palestina libera”, “Non ci arruoliamo”, “Non siamo menti per le vostre guerre”. A Siena riesce l’irruzione al Senato accademico, al Politecnico di Torino, all’Alma Mater di Bologna, a Siena e davanti alla Normale di Pisa i ragazzi si riuniscono in sit-in, sfilano nei corridoi, si spargono in città. Alla Sapienza le biblioteche chiudono: è sciopero.
E ora che il bando è scaduto? Alle 17 davanti alla Farnesina, mentre una docente e uno studente salgono nelle stanze del ministero, ricevuti e ascoltati dal segretario generale da cui attendono una risposta nel giro di 24 ore, un giovane comunista prende il microfono: «Il ministro degli Esteri israeliano Katz ha detto a Repubblica che è disposto a incontrare gli studenti. Vergogna! Offende la nostra dignità se pensa che abbiamo voglia di dialogare con un governo genocidario». È il segno che la protesta cerca un dialogo solo con il fronte interno, quello italiano. «Contro Israele la battaglia deve continuare»: la lettera sottoscritta da giovani ricercatori, assegnisti, prof è arrivata a 4mila firme. E un’assemblea nazionale il 17 aprile servirà a «rilanciare — scrivono gli organizzatori — la mobilitazione contro tutti gli accordi con gli atenei israeliani e a costruire ponti di sostegno con il popolo palestinese».