Nell’ateneo di Torino dov’è nata la protesta: “Ma non chiamateci antisemiti”
TORINO — Se esiste un epicentro delle proteste si trova al piano terra di Palazzo Nuovo, studi umanistici dell’Università di Torino, sotto la scritta “Free Palestine”, il lascito del presidio che per tre giorni a novembre ha occupato la facoltà. A tornarci ora è un miscuglio di scritte e di simboli, la federazione anarchica e le ripetizioni, l’antimilitarismo e i volumi di seconda mano, “Palestina libera” accanto a “siamo cafoni”. Sulla facciata resta però cubitale e rossa “Free Gaza”. Perché l’accademia di Torino è stata la prima a dire di no all’ormai celebre bando Maeci Italia-Israele, invidiata pure dai collettivi “cugini” del Politecnico dove la galassia dei ribelli però non attecchisce. Tra un campus e l’altro la distanza racconta più dei chilometri che li separa e riflette Torino divisa dall’essere stata avanguardia della mobilitazione.
«Non chiamatelo però boicottaggio, nessun antisemitismo, nessuna interruzione di ponti con Israele con cui restano in piedi altri accord…
TORINO — Se esiste un epicentro delle proteste si trova al piano terra di Palazzo Nuovo, studi umanistici dell’Università di Torino, sotto la scritta “Free Palestine”, il lascito del presidio che per tre giorni a novembre ha occupato la facoltà. A tornarci ora è un miscuglio di scritte e di simboli, la federazione anarchica e le ripetizioni, l’antimilitarismo e i volumi di seconda mano, “Palestina libera” accanto a “siamo cafoni”. Sulla facciata resta però cubitale e rossa “Free Gaza”. Perché l’accademia di Torino è stata la prima a dire di no all’ormai celebre bando Maeci Italia-Israele, invidiata pure dai collettivi “cugini” del Politecnico dove la galassia dei ribelli però non attecchisce. Tra un campus e l’altro la distanza racconta più dei chilometri che li separa e riflette Torino divisa dall’essere stata avanguardia della mobilitazione.
«Non chiamatelo però boicottaggio, nessun antisemitismo, nessuna interruzione di ponti con Israele con cui restano in piedi altri accordi scientifici», precisa il rettore Stefano Genua. «Solo la sospensione di una partnership specifica inopportuna in una situazione non di pace», aggiunge il docente e senatore accademico Francesco Ramella.
Ma tutto è partito da qui. Quando, tra lo scandalo delle molestie e gli scontri per il risveglio dei neofascisti del Fuan in ateneo, si sono saldati la rabbia e gli obiettivi di Progetto Palestina, Cambiare rotta e del Cua. Attivi, i primi, per la causa di Gaza ben prima del 7 ottobre, due giorni dopo l’attentato terroristico di Hamas scrivevano che si stavano disegnando “nuove pagine della storia di liberazione, decolonizzazione e resistenza palestinese”.
Tra cortei, iniziative, formazione, studi, hanno anche portato in aula con furiose polemiche Leila Khaled, attivista del Fronte popolare per la liberazione della Palestina e protagonista di due dirottamenti aerei. Per i secondi la roccaforte è al Campus Einaudi, sono parte della Rete dei comunisti, vicini ai sindacati di base e a Potere al popolo, amici di Chef Rubio, capaci di mettersi ora alla guida delle proteste in 25 atenei oggi chiamati allo sciopero e a presidi di piazza, Roma in testa, davanti alla Farnesina. I terzi sono gli studenti autonomi figli del centro sociale Askatasuna. Con un blitz durante il Senato accademico di marzo sono riusciti a convincere quasi tutti a fermare la presentazione dei progetti sull’acqua, il suolo e le ottiche di precisione con le accademie israeliane per il rischio di dual use.
«Il nostro è uno strumento di pressione contro quello che non ho paura a definire massacro in corso a Gaza, non contro singoli. Eppure chiedere il rispetto del diritto internazionale è considerato quasi un atto sovversivo», spiega Alessandra Algostino, prof «pasionaria», dicono gli studenti, di Diritto, manganellata dalla polizia che «a Torino, più che altrove, reagisce spesso con forza reprimendo la piazza: gli agenti schierati sulle scale dell’università, le cariche per separare il corteo pro Palestina dal presidio per Israele li ricordiamo tutti», racconta Penelope degli Studenti indipendenti vicini alla sinistra, defilati nelle proteste ma compatti nel respingere in Senato il bando.
Unica voce contraria, seguita poi da un contro-appello di prof, quella di Susanna Terracini, matematica: «Tutti siamo sconvolti da quel che avviene a Gaza ma ho sentito parlare di apartheid e genocidio, non credo sia antisemitismo, ma un approccio semplicistico a un problema molto complesso sì». Una crepa in un fronte che qui si è fatto compatto. E che guarda a un’assemblea nazionale online il 17 aprile «per rilanciare le iniziative volte a interrompere i legami tra ricerca pubblica italiana, istituzioni israeliane e industria militare e costruire veri ponti di pace con canali di supporto alla popolazione palestinese».
Cinque chilometri più in là è un altro scenario. Davanti al Politecnico di Torino sono tornate le tende, stavolta non per la casa, le hanno portate i militanti di Cambiare rotta e sul muro hanno scritto “Fuori guerra e Israele da Polito”. Al bar di fronte un ragazzo commenta: «E che sono razzisti?».
I ragazzi in presidio però spiegano che «qui più che altrove ci dovrebbe essere sensibilità a chiudere gli accordi non solo con Israele ma con tutte le aziende che partecipano a sforzi bellici». Pure Matteo, ultimo anno di Ingegneria biomedica e attivista di AlterPolis, che afferma che «non c’è alcuno spazio per l’antisemitismo» perché «liberare un popolo non si può fare a spese di un altro ma sono le politiche strutturali di oppressione a dover essere fermate», è d’accordo: «È l’unica azione pratica che può fare l’università, ma al Politecnico c’è poca sensibilità sociale».
Tra i firmatari contro il bando, «problematico perché permette di ricevere fondi anche per sviluppare tecnologie quantistiche e ottiche di precisione che possono avere applicazioni militari e industriali» c’è Michele Lancione, ordinario di Geografia». «Mi auguro di non vedere qui quanto accaduto all’università di Torino», replica Valentino Castellani, ex sindaco e docente. Alla fine per ora si farà un dibattito sulla pace.