Ilaria Salis, il giudice rivela il nuovo domicilio. L’ira del padre: “Incolumità a rischio”
dalla nostra inviata Viola GiannoliBUDAPEST — Le mani libere, il passo svelto di chi ora ha fretta di correre. Ilaria Salis arriva alle 8.30 davanti al tribunale penale di Budapest. Maglietta a righe bianche e rosa, come rosa è il maglioncino e il legacapelli al polso, l’antifascista italiana scende dal taxi, l’abbraccio di suo padre a proteggerla: «Ringrazio tutti quelli che mi supportano, ma adesso devo andare», dice al muro di cronisti. È una mattinata diversa, la prima sveglia da una notte insonne in un appartamento, dopo 466 giorni di carcere, accusata di aver aggredito tre neonazisti l’11 febbraio dell’anno scorso; è un’entrata in aula diversa, la prima dall’inizio del processo senza catene, manette, guinzagli, ceppi ai piedi. Lì, tra le sneakers bianche e i jeans grigi spunta solo un anello nero: la cavigliera elettronica ordinata dalla Corte d’Appello che il 15 maggio le ha concesso i domiciliari nella capitale ungherese. «Mi dà fastidio, è stretto, vibra», dice agli avvocati, sopra al piede i segni delle esco…
BUDAPEST — Le mani libere, il passo svelto di chi ora ha fretta di correre. Ilaria Salis arriva alle 8.30 davanti al tribunale penale di Budapest. Maglietta a righe bianche e rosa, come rosa è il maglioncino e il legacapelli al polso, l’antifascista italiana scende dal taxi, l’abbraccio di suo padre a proteggerla: «Ringrazio tutti quelli che mi supportano, ma adesso devo andare», dice al muro di cronisti. È una mattinata diversa, la prima sveglia da una notte insonne in un appartamento, dopo 466 giorni di carcere, accusata di aver aggredito tre neonazisti l’11 febbraio dell’anno scorso; è un’entrata in aula diversa, la prima dall’inizio del processo senza catene, manette, guinzagli, ceppi ai piedi. Lì, tra le sneakers bianche e i jeans grigi spunta solo un anello nero: la cavigliera elettronica ordinata dalla Corte d’Appello che il 15 maggio le ha concesso i domiciliari nella capitale ungherese. «Mi dà fastidio, è stretto, vibra», dice agli avvocati, sopra al piede i segni delle escoriazioni. La mamma le offre le fragole, Salis sorride, solo suo padre resta teso.
Salis, il legale: "Nessuno dei testimoni ha riconosciuto Ilaria"
Sembrava avesse la palla di vetro quando prima di entrare in aula diceva: «Dovrebbe essere un’udienza normale, ma siamo in Ungheria e non si sa mai cosa può succedere». Certo tra le anomalie forse non si aspettava che il giudice Jozsef Sos rivelasse l’indirizzo dell’appartamento in cui sua figlia Ilaria si trova da giovedì ai domiciliari, sgretolando davanti alla stampa e al pubblico, tra cui muscolosi militanti di estrema destra seduti in ultima fila, il tentativo di mantenerlo segreto per ragioni di sicurezza. Roberto Salis si volta, si alza, protesta: «Ma non si può!». Fuori dal tribunale dirà: «Una minaccia esplicita a un’oppositrice politica da parte di un Paese amico del governo italiano. L’esecutivo deve intervenire immediatamente per portare mia figlia in Italia o trasferirla subito in Ambasciata». È da lì che Manuel Jacoangeli fa partire una nota alle autorità ungheresi «chiedendo l’adozione di tutte le misure necessarie per garantirle la sicurezza». Avs che l’ha candidata alle Europee presente un’interrogazione.
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È la stortura più vistosa di tre ore di udienza, non l’unica secondo gli avvocati della difesa che continuano a definire «politico» il processo proprio mentre il sottosegretario agli Interni magiaro chiama Salis «membro di un gruppo criminale indegno di rappresentare i cittadini europei» e il ministro della Difesa Crosetto afferma: “In Italia candidiamo chiunque: anche chi picchia”.
Gli avvocati Eugenio Losco e Mauro Straini insistono sulle note stonate: «Non abbiamo ancora la traduzione degli atti e non la avremo prima di novembre. Il legale Gyorgy Magyar ha chiesto un rinvio fino ad allora, il giudice l’ha negato. È una violazione del diritto alla difesa».
Che le formule del rito italiano e ungherese siano diverse è un fatto, «ma c’è di più — aggiunge Losco — il tribunale conosce il materiale prima di sentire i testimoni, seleziona i video, li commenta in aula. Svolge in sostanza il ruolo dell’accusa». A sorpresa arriva pure la costituzione di parte civile della vittima che chiede un risarcimento di 25mila euro oltre la scadenza dei termini. Come spunta solo oggi la dimenticanza della conferma al tribunale di Budapest della candidatura di Salis, «un dettaglio che in Ungheria varrebbe già l’immunità», spiega Magyar interpretando le norme.
In aula cala il silenzio solo quando sul videoproiettore appaiono le immagini dell’aggressione a Zoltan Toth, le riprese di un gruppo di persone che passeggia sulla banchina di un bus su cui sale le vittima e lo stesso grupp poi in birreria. È sempre il giudice a mostrare a ruota le foto segnaletiche di Ilaria Salis che per l’accusa sarebbero la prova del suo coinvolgimento: jeans chiari, giacca scura, sciarpa bianca, cappello grigio compatibili con quelli di uno degli aggressori. Toth, collegato da un’altra aula, e le due testimoni però non riconoscono Salis tra i picchiatori: «Avevano il volto coperto, non sappiamo chi fossero». Toth racconta delle ferite, della vista non più nitida, dei dolori persistenti; dall’agguato si rialza da solo e nel frattempo tira con l’arco e va in bici: secondo la difesa la prova che le lesioni non erano «potenzialmente mortali» come sostiene l’accusa che per Salis vuole una pena fino a 24 anni. Ilaria tace, fissa l’interprete, commenta a smorfie quel che ascolta. Il giudice conferma i domiciliari per 6 mesi. «Lavorerò in smart working», dice lei. La prossima udienza è il 6 settembre. Di mezzo c’è il voto, l’eventuale immunità.
Salis esce dall’aula, abbraccia i compagni politici, gli amici, un cugino che porta i saluti della famiglia, gli esponenti di Avs, Zerocalcare. Il padre la stringe ancora, parte l’applauso e un pugno chiuso, poi il taxi corre via