Università, quanto mi costi? In Italia le rette restano care. I primati dell’ateneo dell’Insubria, del Politecnico di Milano e di Venezia
di Corrado ZuninoROMA – In Italia, le tasse universitarie sono onerose. Non le più care, ma tra le più care. I costi annuali degli atenei pubblici nazionali variano tra 900 e 1.000 euro l’anno. Le università private arrivano, in media, a 3.408 euro per una stagione accademica. Un master universitario post-laurea in un ateneo pubblico costa, è sempre una media, 3.543 euro.
Il gettito complessivo della contribuzione studentesca, nel 2022 e nel 2023, è stato di 1.525 milioni di euro per ciascun anno.
Il panorama europeo
Ecco, per capire. In Germania non ci sono tasse universitarie, solo contributi semestrali tra 100 e 350 euro: includono anche i trasporti pubblici. In Francia il prelievo per studente va da 170 euro per una laurea triennale a 380 euro per un dottorato. In Spagna i costi variano e salgono: una triennale può costare tra 150 e 3.500 euro l'anno, un master tra 300 e 3.500 euro, a seconda dei crediti dello studente. In Svezia, Danimarca e Finlandia laurea e master sono gratuiti. Nel Regno Uni…
ROMA – In Italia, le tasse universitarie sono onerose. Non le più care, ma tra le più care. I costi annuali degli atenei pubblici nazionali variano tra 900 e 1.000 euro l’anno. Le università private arrivano, in media, a 3.408 euro per una stagione accademica. Un master universitario post-laurea in un ateneo pubblico costa, è sempre una media, 3.543 euro.
Il gettito complessivo della contribuzione studentesca, nel 2022 e nel 2023, è stato di 1.525 milioni di euro per ciascun anno.
Il panorama europeo
Ecco, per capire. In Germania non ci sono tasse universitarie, solo contributi semestrali tra 100 e 350 euro: includono anche i trasporti pubblici. In Francia il prelievo per studente va da 170 euro per una laurea triennale a 380 euro per un dottorato. In Spagna i costi variano e salgono: una triennale può costare tra 150 e 3.500 euro l'anno, un master tra 300 e 3.500 euro, a seconda dei crediti dello studente. In Svezia, Danimarca e Finlandia laurea e master sono gratuiti. Nel Regno Unito, le tasse possono arrivare fino a 9.250 sterline (10.880 euro) in Inghilterra, mentre in Scozia gli studi universitari sono gratuiti per gli iscritti locali. Ancora, nei Paesi Bassi, le tasse vanno da 700 a 2.100 euro l'anno.
Diritto allo studio poco efficace
L'Italia, sì, è cara come Spagna e Paesi Bassi, ma, secondo l’Unione degli universitari (Udu) che ha realizzato la ricerca “Università, ma quanto mi costi”, ha sistemi di diritto allo studio meno efficaci. Negli ultimi due anni è accaduto che la tassazione media – per chi paga – sia aumentata, però, va detto, è cresciuto anche il numero degli studenti agevolati o sottratti al pagamento.
“In tre decenni la contribuzione studentesca in Italia è passata dall’essere un supporto finanziario minimo a una fonte essenziale per le università”. Tra il 1989 e il 1993 gli atenei hanno conosciuto l’autonomia di gestione e tra gli Anni Novanta e il 2015 le tasse universitarie sono aumentate significativamente arrivando a rappresentare un quarto (il 22,87 per cento) del Fondo di finanziamento ordinario statale (Ffo). Oggi, trascorsi altri nove anni, la voce rette per gli studenti è proporzionalmente scesa e si aggira intorno al 17 per cento. Questo è stato possibile con l’introduzione, nel 2017, di un contributo annuale onnicomprensivo e con l'esonero totale per i redditi Isee fino a 13.000 euro, successivamente aumentato a 22.000 euro.
Tuttavia, nel 2022 e nel 2023 alcuni atenei hanno nuovamente aumentato le tasse per gli studenti non esonerati e, “a differenza dei due governi precedenti, l’esecutivo in carica non ha innalzato la no tax area, rifiutandosi anche di adeguarla all’inflazione”.
Il ministero dell’Università e della Ricerca ha contestato questa ricostruzione: “L’aumento dell’importo delle borse di studio ha seguito la crescita del tasso d’inflazione”.
Per il 2024, i bilanci preventivi stimano prudentemente un gettito di 1.479 milioni di euro, che arriva a 1.780 milioni considerando tutti i proventi in arrivo dagli studenti. Gli atenei privati, secondo il portale ministeriale Ustat, nel 2022 hanno incassato 1.327 milioni di euro.
E’ cresciuta la no tax area
La no tax area ha conosciuto tre successivi interventi, che l’hanno ampliata: 2017, 2020 e 2021, quando ha raggiunto i 22.000 euro. L'esonero parziale è fermo a 30.000 euro dal 2017. Le università possono stabilire ulteriori esoneri autonomamente, ma queste misure non vengono rimborsate dal ministero dell’Università e della Ricerca, che prevede solo un piccolo meccanismo premiale.
Dal 2017, va detto, c'è stato un aumento costante degli studenti esonerati totalmente o parzialmente: sono diminuiti i redditi medi e alcuni atenei hanno autonomamente innalzato la propria no tax area. Per l'anno accademico 2022-2023, su 1.909.360 studenti, 600.828 sono stati esonerati completamente (rappresentano il 31 per cento), di cui 572.703 negli atenei statali e 28.125 nei non statali. Inoltre, 237.456 studenti (il 13 per cento) sono stati esonerati parzialmente (206.696 nelle università pubbliche e 30.760 in quelle private). In questi calcoli non è prevista la crescita degli iscritti agli atenei telematici.
Il ministero rimarca come nel 2012 gli esenti fossero il 10 per cento del totale, “ora sono il 40 per cento”, aumentando di dieci punti i dati certificati dagli studenti.
Ogni ateneo perde 305 euro per esonero
L'analisi dell’Udu sul mancato gettito derivante dagli esoneri parziali e totali mostra che il contributo statale non è sufficiente a coprire interamente le perdite delle università. Dal 2017, la Legge di bilancio ha incrementato il Fondo di finanziamento ordinario di 55 milioni di euro per il 2017 e di 105 milioni annui dal 2018, ripartendo queste somme tra le università statali in base al numero degli studenti esonerati. Ulteriori 165 milioni di euro sono stati aggiunti nel 2020. In sintesi, risultano stanziati 175 milioni di euro per 573.759 studenti esonerati totalmente negli atenei pubblici e 60 milioni di euro per 206.751 esonerati parzialmente. Questo si traduce – senza calcolare i 35 milioni premiali – in 305 euro per ogni studente esonerato totalmente e 290 euro per ogni parziale pagamento dagli studenti non esonerati. La situazione crea uno squilibrio negli atenei del Sud Italia, dove il numero di studenti esonerati è molto elevato.
Ancora il Mur ha voluto puntualizzare come l’Ffo pubblico abbia raggiunto i 9,2 miliardi di euro con un aumento di 2 miliardi nelle ultime due stagioni, “metà dei quali serve a finanziare la no tax area”.
E ancora, il ministero, in collaborazione con Province e Regioni, ha deciso di aumentare gli importi minimi le borse di studio per l’anno accademico 2024-’25: gli importi per i fuorisede saranno pari a 7.015,97 euro lordi (+359,45 euro), quelle per i pendolari saranno di 4.100,05 euro (+210,06) mentre per gli studenti in sede l’ammontare sarà di 2.827,64 euro (+144,87).
Crescono anche i massimi dell’Indicatore della situazione economica equivalente (Isee), che arrivano a 27.726, 79 euro (+1.420,54), e i corrispettivi patrimoniali (Ispe), rivisti a quota 60.275,66 euro (+3.088,13).
I divari Nord-Sud
Secondo l’Udu, è necessario un cambiamento di paradigma: il ministero dovrebbe garantire un'entrata media uniforme per tutti gli iscritti, indipendentemente dal pagamento delle tasse. Per ottenere un'entrata annua pro capite uniforme di 914 euro, sarebbero necessarie nuove risorse per 442 milioni di euro portando il totale a 712 milioni di euro.
“Ciò che emerge con chiarezza è l’enorme differenza tra le varie università”. Si passa da una tassa media per iscritto minima di 400-500 euro per gli atenei di Sassari, Foggia, Napoli Orientale e Calabria fino a un massimo di 1400-1600 euro per Insubria, Politecnico di Milano e i due atenei di Venezia (Iuav e Ca’ Foscari). L’ateneo con il gettito più alto percepisce una tassa media che è superiore di tre volte e mezzo quella dell’ateneo con il gettito più basso.
Ci sono università che vedono solo uno studente su cinque non pagare alcun contributo e altre in cui la metà degli iscritti non versa nulla. Con la sola eccezione di Siena e Siena Stranieri, tutte le diciotto sedi universitarie con il gettito più alto si trovano nel Nord Italia. E i 21 atenei con il gettito più basso sono al Centro e specialmente nel Sud Italia. Gli atenei settentrionali hanno un gettito alto, ma pochi studenti sono completamente esonerati. Nelle province del Sud come Crotone, Napoli e Caserta, una percentuale molto alta di famiglie richiede il calcolo dell'Isee (oltre il 66 per cento) indicando redditi familiari più bassi. Al contrario, nel Nord, province come Verbano-Cusio-Ossola, Como e Sondrio vedono una percentuale molto bassa di richieste (il 25 per cento), suggerendo redditi più alti.
Gli atenei del Settentrione tendono a scaricare il peso della contribuzione sulle fasce più alte mentre gli atenei del Meridione non possono farlo nella stessa misura. L’effetto paradossale è che a chi detiene un Isee medio-basso potrebbe convenire studiare in alcune università nel Nord Italia, potendo pagare di un contributo minore.
Quattordici atenei fuorilegge
La legge italiana, articolo 5 del 1997, stabilisce che la contribuzione studentesca non può superare il 20 per cento del Finanziamento ordinario annuale dello Stato. Il Consiglio di Stato ha già condannato l’Università di Torino a restituire 39 milioni di euro. L’analisi dell’Udu rivela che quattordici atenei superano il limite del 20 per cento: Sono Insubria, quindi Politecnico, Statale e Bicocca Milano, Pavia, Torino, Piemonte Orientale. Venezia Iuav e Venezia Ca’ Foscari, Padova, Udine, Verona, Bologna e Modena-Reggio Emilia. Raccoglierebbero complessivamente 92 milioni di euro in più del consentito. Alcune, tra cui Padova, contestano di meritare l’inserimento in questo elenco.
“La tassazione, invece di essere un contributo al funzionamento dell’ateneo, è diventato un modo per fare cassa. Il sistema attuale penalizza gli atenei del Sud Italia e favorisce quelli del Nord”.
Preoccupazioni future sorgono con l'aumento delle spese per il personale, previsto dal 2025-2026, che potrebbe spingere ulteriormente gli atenei ad aumentare le tasse universitarie per mantenere l'equilibrio finanziario.
“Non vessate gli studenti fuoricorso”
“L’immobilismo sulla contribuzione studentesca dell’attuale governo è rischioso e inaccettabile”, scrive l'Unione degli Universitari. Per rendere l'istruzione universitaria completamente gratuita e finanziata dalla fiscalità generale, servirebbe stanziare complessivamente 2,2 miliardi di euro. Nella fase transitoria, Udu propone l’esonero totale fino a 30.000 euro di Isee, senza criteri di merito. L’esonero parziale fino a 50.000 euro di Isee, senza criteri di merito. Il divieto di “politiche vessatorie” per gli studenti fuori corso e la riduzione del limite complessivo della tassazione dal 20 al 15 per cento.