Marche, i ponti della morte. Ecco le carte che inchiodano i responsabili
di Carlo Bonini (coordinamento editoriale), dalla nostra inviata Romina Marceca. Coordinamento multimediale Laura Pertici. Produzione GedivisualBarbara (Ancona). Un mese ancora e saranno due anni. Tiziano Luconi si affaccia dalla sua terrazza sulle mura medievali di Barbara e stringe lo sguardo sullo scacchiere di campi coltivati a orzo, frumento e barbabietole. «Eccolo lì il ponticello accanto al quale Mattia è stato risucchiato dal mostro di acqua — indica con l’indice dritto davanti al suo naso — . Lì vicino, sotto all’erba ricresciuta, ci sono ancora i tronchi degli alberi finiti dentro la piena di quella notte, il mio tormento quotidiano. Questo è quanto vive la nostra terra, l’abbandono che genera morte».
Mattia aveva 8 anni quando l’alluvione si è abbattuta sulle Marche il 15 settembre 2022. Era in macchina con la mamma, stava tornando a casa. La strada è diventata mare in tempesta, poi fiume, poi melma. Mattia è la più piccola delle 12 vittime che quella notte sono state travolte in casa, in strada, sul tetto di un’auto mentre combattevano una lotta impari davanti alla natura fuori controllo. Il disastro ha tagliato i…
Barbara (Ancona). Un mese ancora e saranno due anni. Tiziano Luconi si affaccia dalla sua terrazza sulle mura medievali di Barbara e stringe lo sguardo sullo scacchiere di campi coltivati a orzo, frumento e barbabietole. «Eccolo lì il ponticello accanto al quale Mattia è stato risucchiato dal mostro di acqua — indica con l’indice dritto davanti al suo naso — . Lì vicino, sotto all’erba ricresciuta, ci sono ancora i tronchi degli alberi finiti dentro la piena di quella notte, il mio tormento quotidiano. Questo è quanto vive la nostra terra, l’abbandono che genera morte».
Mattia aveva 8 anni quando l’alluvione si è abbattuta sulle Marche il 15 settembre 2022. Era in macchina con la mamma, stava tornando a casa. La strada è diventata mare in tempesta, poi fiume, poi melma. Mattia è la più piccola delle 12 vittime che quella notte sono state travolte in casa, in strada, sul tetto di un’auto mentre combattevano una lotta impari davanti alla natura fuori controllo. Il disastro ha tagliato in due le Marche segnando un confine di fango e detriti dalla provincia di Ancona a quella di Pesaro-Urbino e fino alle porte dell’Umbria. Un territorio di 25 chilometri quadrati sfregiato in quattro ore, dal momento in cui il “sonnolento” fiume Misa e il suo affluente Nevola si sono trasformati in belve affamate.
La procura de L’Aquila ha accertato le prime responsabilità con due fascicoli d’indagine: uno per il ritardo nell’allarme e nei soccorsi in cui sono iscritti 14 indagati tra sindaci, vigili del fuoco e funzionari della Protezione civile, nel filone bis il pm Fabio Picuti ha chiesto il processo per 22 colletti bianchi con le accuse di “cooperazione in inondazione colposa, lesioni gravi e omicidio colposo plurimo”.
Ma le novemila pagine agli atti dell’ultima inchiesta, che Repubblica ha potuto leggere, raccontano di più. Rivelano l’accidia di burocrati e professionisti che ha trascinato nel baratro, anno dopo anno, una terra rigogliosa. Così tra gli accusati finiscono i nomi di chi quel territorio doveva tutelarlo e invece ha messo la sua firma su progetti sbagliati o ha schierato in campo forze troppo deboli. Nomi, come quello del capo della Protezione civile Stefano Stefoni e della dirigente del Genio civile Lucia Taffetani, che ritornano perché già sotto processo per il post sisma 2016. O, come quello dell’ingegnere Massimo Sbriscia prima all’ex Provincia e poi dirigente della Regione, che è anche tra i rinviati a giudizio per l’alluvione 2014. Perché quella dell’abbandono che ha trasformato i ponti sul Misa e sul Nevola in tenaglie mortali, i fiumi in boschi e foreste, gli alberi e i fondali argillosi in minacce perpetue, è una storia antica. Alla quale si aggiunge la malagestione dei finanziamenti. Nell’ultimo decennio è stato speso poco più del 7 per cento delle somme destinate ai lavori sui fiumi e al dissesto idrogeologico.
L’abbraccio mortale
Il 15 settembre del 2022 pioveva, è vero. La stazione pluviometrica di Cantiano, Comune di Pesaro-Urbino tra i più danneggiati, ha conteggiato 419 millimetri di pioggia caduta, pari a un terzo della normale precipitazione annua. Ma la catastrofe non è arrivata dal cielo. La corsa dell’acqua è stata soffocata dalla vegetazione e dagli arbusti dentro i fiumi e finiti contro 25 ponti troppo bassi, con i piloni dentro gli argini o coi parapetti chiusi. Ponti diventati dighe e che hanno innescato un effetto domino distruttivo con tsunami in successione su 9 Comuni. Una delle immagini di quella notte la consegna un superstite: «Ho visto davanti a me un muro di acqua alto almeno quattro metri. Sembrava l’Apocalisse».
Le vittime sono state sorprese da una massa nera esplosa sulle strade, arrivata dentro le case, veloce a spazzare via ogni cosa. Compreso uno dei ponti, il Molino Spoletini, a Arcevia. Un abbraccio mortale che ha provocato anche 50 feriti, 150 sfollati e ha messo in pericolo 8 mila persone. La potenza dell’acqua ha sventrato 2.500 abitazioni, ha raso al suolo 500 aziende. Oltre due miliardi i danni.
Gli investigatori hanno ascoltato una cinquantina di testimoni all’indomani dell’alluvione, quando i Comuni e le frazioni di Ancona si sono risvegliati sotto una poltiglia beige. «Dal 1967, da quando è stata abolita la figura del frontista, nessuno ha più ripulito fiumi e argini», ricorda Vittorio Morganti, residente a Bettolelle. E a chi cerca ancora di ricostruire la storia del non fatto aggiunge: «Nel corso degli anni la vegetazione dentro al fiume è aumentata sempre di più, prima dell’alluvione del 2022 dall’argine destro del Misa non si vedeva quello sinistro. Nemmeno l’acqua si vedeva più. Dentro c’era una foresta».
Parole che si ripetono di Comune in Comune. Il sigillo lo mette l’ingegnere capo del Genio civile di Macerata, Vincenzo Marzialetti, diventato il Virgilio dei carabinieri della Forestale durante le indagini. È stato consultato su ogni ponte, su ogni tratto dei 51 chilometri del Misa e sui 9 del Nevola. Dalle sue labbra è arrivata una sola frase: «Scarsa manutenzione». Il passato parla chiaro. Il Misa in 500 anni è stato il protagonista di 36 disastri alluvionali, in media uno ogni 15 anni, come ricostruisce il libro “Misa amaro” di Rossano Morici e Giuseppe Santoni. E adesso suona come un appello lo sfogo che l’ingegnere Marzialetti affida a Repubblica: «I ponti sono da alzare, i fiumi da ripulire. Il problema sta a monte e non si risolverà spendendo altri milioni sulle vasche di espansione».
La Spoon river nelle tenebre della valle
Istantanee degli ultimi attimi di vita di dodici destini incrociati. Arrivano dai Comuni sulla direttrice della morte tracciata dall’ira del Misa. C’era chi aveva appena cenato, chi stava tornando a casa dal lavoro o al posto di lavoro stava per arrivare, chi come Mattia rideva insieme alla mamma.
Fernando Olivi, alle 20.30, è già pronto per andare a letto quel 15 settembre. Ha rinunciato all’incontro con gli amici al circolo Acli come ogni sera. «Troppa pioggia», dice al nipote e al figlio guardando il cielo dalla finestra del suo appartamento nel seminterrato, a Ostra. Da oltre mezz’ora, a Castelleone di Suasa, 20 chilometri dopo, Roberto Franceschetti, lancia la prima allerta. «Qui viene giù il disastro, avverti il sindaco, è tutto allagato», urla al telefono a un consigliere comunale. Alla Protezione civile non risponde nessuno. Franceschetti inizia a chiamare tutti gli amici, anche Brunella Chiù che coi figli Noemi e Simone abita a pochi metri dal torrente Nevola, a Ostra Vetere. E decidono di scappare da casa, alle 20.18, salendo su due auto diverse. Brunella è con Noemi, Simone su un’altra macchina. Il Nevola è ancora dentro gli argini ma cova un’eruzione. «La piena arriva all’improvviso, trascina via la Bmw di mamma. Abbandono l’auto ma la furia dell’acqua mi scaraventa su un albero. Da lì ho visto il livello arrivare a quasi cinque metri e poi rientrare», è quanto ricostruisce Simone.
La luce è andata via nelle strade. Le tenebre sono calate, tutto diventa nero e fa paura. A Barbara invece no e Mattia Luconi dà l’ultimo bacio al suo papà davanti alla farmacia del centro. Va via in auto con la mamma. «C’era una leggera pioggia — ricostruisce Silvia Mereu più tardi — . In tanti anni non pensavo che sotto a quei ponti ci fosse un torrente ma un bosco».
A fianco del Misa, il bibliotecario Michele Bomprezzi è alla guida della sua Opel Corsa. Sta tornando a Arcevia, mancano 10 chilometri. «Non riesco a attraversare il fiume, un uomo mi ha bloccato», dice alla sua compagna. Poi il telefono di Michele ammutolisce. Poco più a nord, a Ostra Vetere, Erina Febi cerca di contrastare l’invasione dell’acqua in casa. Scende nel cantinato per chiudere finestre e porte, la sua amica Valbona la scongiura di risalire. È tutto buio. «Le ho preso la mano, ho cercato di trascinarla con me. Il portone d’ingresso si è aperto sotto la pressione della tempesta», racconta Valbona Jaho.
Alle 20.40 si va avanti col passaparola, il territorio è in piena emergenza. Per quella giornata la Protezione civile aveva diramato un’allerta gialla e verde, cioè di attenzione e generica vigilanza. Nonostante sia risaputo che il bacino del Misa, con tratti a gomito, è tra i fiumi a più alto indice di rischio esondazione. «Sentivo lo scrocchio degli alberi da casa mia», racconta uno dei testimoni. Il Misa e il Nevola intorno alle 21 sono già inferociti, hanno rotto gli argini, scavalcato i primi ponti. A Trecastelli, Maria Luisa Sereni ha appena finito di cenare nella cantinetta insieme al marito Rino, ai figli Francesco e Elisabetta, al nipote Diego. A 25 metri di distanza il ruggito del Nevola spezza l’armonia. «Sembrava come se fosse in funzione un generatore molto potente. Sono andata al fiume — ricorda Elisabetta Vernelli — . Non pioveva, l’acquazzone era stato nel pomeriggio, non c’era nemmeno vento. Una situazione anomala».
L’allarme continua a correre sui telefoni. A Senigallia il sindaco Massimo Olivetti riesce a recuperare dei megafoni, i volontari avvertono la popolazione: «Salite ai piani alti, sta arrivando la piena». E evita così le vittime. Mohamed Ennaji è ignaro della catastrofe in arrivo mentre percorre l’Arceviese in auto per andare a lavoro, 40 chilometri a sud. È sul ponte del Coppetto, un’onda anomala aggancia la sua Alfa Romeo. Lui non si perde d’animo, decide di salire sul tetto della macchina. Aldo Rotari riferisce ai carabinieri: «L’acqua era alta tra i 30 e i 40 centimetri, quell’uomo era lì sopra mentre la sua macchina galleggiava. Ero in strada, mi sono girato un attimo e quando mi sono rigirato l’auto non c’era più. Ho visto che era finita con i fari accesi contro un albero». Ennaji è sparito.
Diego Chiappetti, i suoi vicini Andrea e il padre Giuseppe Tisba si ritrovano anche loro sull’Arceviese. Le loro case confinanti sono a 150 metri dal ponte di Pianello. Tutti e tre scendono nei garage, cercano di mettere in salvo auto e bici. Romina Ceresoli, la compagna di Diego Chiappetti, ha ricordi confusi: «Alle 20.30 eravamo già a letto. Sui cellulari vediamo che c’erano forti precipitazioni tra Arcevia e Serra de’ Conti. Ci affacciamo, guardiamo il fiume ma l’acqua defluiva bene nelle fognature». Mezz’ora dopo il fragore della rottura degli alberi mette in allarme la coppia. Nel frattempo Giuseppe Tisba è appena tornato dal circolo Acli e vede il figlio Andrea che cerca di liberare l’auto. Scende nel box, nello stesso momento in cui lo fa anche Diego Chiappetti. L’acqua avanza veloce. Romina Ceresoli grida per attirare l’attenzione del compagno: «Lui non mi sente, l’acqua sale».
In un altro seminterrato, appena 160 metri di distanza, Fernando Olivi ha appena finito di cenare con la figlia Clarita e il nipote Andrea. «Acqua, acqua. Andrea acqua», urla Clarita alle 21.20. Il figlio corre per le scale, scende nella casa del nonno. Sfonda la porta ma davanti a sé trova un mobile ribaltato che blocca l’accesso. Da quel momento passeranno due ore in attesa dei soccorsi. Anche Gino Petrolati, a Bettolelle, crede nello stesso momento che scendere al seminterrato non sia pericoloso. Il figlio si sbraccia per dirgli di tornare indietro quando è già sull’auto e l’acqua lo insegue.
Il Misa e il Nevola si placano dopo la mezzanotte. Nella vallata e sulle colline immerse nella notte rimbomba l’eco dei pianti di chi ha visto sparire in pochi secondi madri, figli, padri, sorelle e fratelli. Un remake dell’orrore dopo il 2014 e altre tre vittime, l’ennesima spia che qualcosa in quella terra fragile è da rivedere.
I 25 ponti mortali
I ponti ostruiti da alberi, pietre, vegetazione sono il leitmotiv del 15 settembre. Per ogni croce lasciata alle loro spalle, il Misa e il Nevola hanno avuto la complicità dei passaggi costruiti da una sponda all’altra dei fiumi. Ponti realizzati anche secoli fa e sui quali ristrutturazioni e manutenzioni sono state eseguite senza alcun criterio, rispetto dell’ambiente e della conformazione del bacino. La piena è stata provocata dai ponti intasati vicino a dove si trovavano le vittime, come confermano rilievi aerei, video, foto, testimonianze. Lo spiega tecnicamente l’ingegnere Marzialetti: «Quando si verificano degli eventi di piena distruttivi, con esondazioni “esplosive”, le cause sono dovute principalmente alle ostruzioni dei ponti con il materiale trasportato dall’acqua. Il sistema satura e, caricando al massimo l’asta fluviale a monte dell’ostruzione, causa una repentina fuoriuscita dall’alveo con addirittura sormonto degli ostacoli».
Quattro i passaggi tappati vicino a dove è passata l’auto in cui c’era Mattia. Ci sono voluti otto giorni per ritrovarlo, aveva gli occhi sbarrati. La piena l’aveva trascinato a 13 chilometri di distanza dal punto in cui l’ha strappato dalle braccia della mamma. Gino Petrolati l’ha intravisto il figlio, puntando una torcia dentro l’auto che galleggiava sotto casa: «Ho visto un piede premere contro un finestrino. Era papà». Nel suo caso i ponti sotto accusa sono Bettolelle e Delle Selve.
Mohamed aveva le braccia rivolte al cielo quando un residente ha notato il suo corpo tra i rami sradicati. Forse Mohamed ha cercato di aggrapparsi a un albero. Troppo vicino a lui c’era il ponte del Coppetto, un muro per l’acqua. Il figlio di Maria Luisa Sereni ha sbattuto i pugni contro la porta della cantinetta sperando di salvare la mamma. Fino a quando il mare nero gli è arrivato alla gola. È dovuta intervenire una zattera dei vigili del fuoco. La casa di Maria Luisa, come quella di Erina e di Brunella Chiù, sono state costruite a pochi metri dal ponte sul torrente Nevola. C’è una mappa del disastro sulla quale adesso i nomi delle vittime sono indicati con dei puntini rossi. Attorno a quei segni scorrono i due fiumi che hanno messo in ginocchio una fetta d’Italia.
I milioni lasciati nel cassetto
La domanda a cui rispondere è una: «Perché sono morte le vittime?». Per riuscirci il sostituto procuratore Fabio Picuti ha affondato le mani anche dentro l’archivio delle manutenzioni sul bacino del Misa riguardando i conti dei soldi mai spesi e di quei pochi (mal) impiegati. Il punto di partenza è l’ultima alluvione devastante, quella del 3 maggio 2014. Cosa si è fatto negli 8 anni che separano le due tragedie?
Le competenze sui corsi d’acqua nelle Marche sono della Regione, della ex Provincia prima del 2016, e del Consorzio Bonifica Marche. Dal 2014 sono stati spesi poco più di 15 milioni su un totale di 179 milioni e passa stanziati, in percentuale poco più dell’8 per cento. Una briciola rispetto alla montagna di soldi arrivata dallo Stato.
Spulciando i documenti, i carabinieri del comando provinciale di Ancona hanno scoperto che dei 93 milioni e 693 mila euro assegnati alla struttura commissariale della Regione attraverso il Rendis (repertorio nazionale degli interventi per la difesa del suolo), dal 2014 al 2022, per il bacino Misa-Nevola sono stati destinati e spesi solo 5 milioni e 500 mila euro. Ci sono poi 54,5 milioni che dal 2016 al 2022 la Regione Marche aveva assegnato dal suo bilancio al Dipartimento Infrastrutture, Territorio e Protezione civile delle Marche. Che però ha destinato 2,5 milioni per il Misa-Nevola, ridotti poi a 1,7 milioni. Gli interventi sono stati 25. Ma per il primo semestre del 2022 gli investigatori calcolano uno 0, tutti i lavori per quell’anno sono partiti dopo l’emergenza per l’alluvione.
La Regione ha fatto affidamento anche sui fondi europei del Por Fesr, aggiudicati al Consorzio Bonifica Marche, per il nuovo ponte 2 Giugno costato 2 milioni e 500 mila euro. Un altro milione e 500 mila euro è stato impiegato per l’escavo e l’adeguamento della sezione idraulica a valle della Ferrovia.
Prima del 2016 e della legge “Del Rio”, la Provincia di Ancona aveva la sua parte di competenza sul Misa. Dal 2014 al 2016 c’è un elenco di 69 interventi per 3 milioni e 589 euro. Sembrano molti ma in realtà sono appena 24 in tre anni. Se si considera che 19 sono stati per la somma urgenza dell’alluvione 2014, 12 per manutenzione ordinaria, altri 10 per i ponti Garibaldi e 2 Giugno, 4 su altri fiumi.
La più importante autorità sui corsi d’acqua resta il Consorzio Bonifica Marche, costituito nel 2014 riunendo 11 realtà provinciali con lo scopo di migliorare la gestione delle spese. Nel 2015 viene nominato presidente l’ingegnere Claudio Netti, adesso tra gli indagati del filone bis insieme al suo successore, Michele Maiani. I conti fatti in tasca al Consorzio raccontano che, dei 216 interventi eseguiti dal 2016 al 2022, quelli sui tratti fluviali principali sono stati 56. Un solo milione è stato impiegato a fronte di una programmazione di spesa per 20 milioni. Gli investigatori hanno preso in esame anche sette stipule di convenzioni con le società in house, a partire dal 2015, per la raccolta delle segnalazioni, il lavoro di segreteria e fino alla manutenzione dei bacini. I risultati, a fronte di costi che sfiorano anche i 600 mila euro l’anno per l’irrigazione e altrettanti per la bonifica, sono stati scarsi. Scrivono gli investigatori: «In tutti questi anni non ci sono stati interventi strutturati, sulla base di uno studio idraulico. Ma unicamente su segnalazione dei consorziati». Lo conferma Luca Paparelli, l’agronomo del Consorzio responsabile della bonifica. Anche lui è tra gli accusati ma adesso la procura ha stralciato la sua posizione: «C’era una criticità nella manutenzione dei fiumi. Nel periodo da dicembre 2021 a settembre 2022 ho più volte ribadito alla responsabile dell’area bonifica della Bonifica Marche service, Susanna Marcantognini (anche lei sott’inchiesta, ndr), l’esigenza di intervenire sul fiume in modo più programmatico. Lei ha detto che doveva seguire le linee del Consorzio. Il presidente Netti aveva dato indicazione di intervenire su tutto il territorio senza dare una priorità a settori specifici».
Il ponte sbagliato
La mattina dopo l’alluvione del 2022, Repubblica ha raccolto le voci dei titolari di botteghe storiche nel centro di Senigallia, sfregiato dall’esondazione. Ognuno di loro ha puntato il dito contro il ponte 2 giugno, a pochi passi dai portici. È stato demolito e ricostruito tra il 2020 e il 2021 con 2 milioni e 500 mila euro dopo i danni del 2014. Il progetto è stato affidato dal Consorzio Bonifica Marche alla consociata Bonifica Marche Service. Peccato che, emerge dalle indagini, è stato realizzato in modo sbagliato. Troppo basso, coi parapetti chiusi e non aperti come in passato, poggiato sugli argini.
Un ponte fuori dalle linee guida ministeriali e che ha fatto da tappo ai detriti arrivati da monte. A denunciare gli errori è stato un avvocato ma il ponte resta lì con tutte le sue storture, in attesa della prossima piena. Mentre la Regione, il 5 dicembre 2023, ha destinato al Consorzio un’altra barca di soldi: 17 dei 25 milioni arrivati dal Por Fsr 2021-2027 per i rischi legati al reticolo idraulico.
Voci inascoltate
Dopo il 2014 e le piene degli anni precedenti, e dopo l’alluvione del 2022, c’è stata una levata di proteste dai residenti. Alcune di queste sono finite in esposti alle autorità. Tutte voci inascoltate. Come quella di un gruppo di abitanti della frazione di Bettolelle che aveva segnalato uno sbaglio nel ripristino degli argini del Misa dopo l’alluvione 2014. Erano stati alzati fino a un metro. Troppo. Come ha stabilito anche un sopralluogo privato. In caso di piena l’acqua avrebbe trovato un ostacolo e sarebbe ritornata a valle. La Provincia aveva mandato i tecnici e un geometra, Massimo Baldinelli, adesso tra gli indagati per il disastro del 2022. Gli argini sono stati abbassati di 50 centimetri. Ma gli esposti sono andati avanti sino al 2022 perché la misura restava inadeguata. Il 15 settembre l’acqua ha invaso le case della zona provocando danni per migliaia di euro. Gli abitanti si sono rivolti alla procura e hanno chiesto le indagini.
Anche un florovivaista si è presentato ai carabinieri per denunciare le condizioni attorno al ponte del Coppetto, coinvolto nella fine di cinque vittime. «Da 40 anni con la mia famiglia e i titolari di aziende abbiamo segnalato alberi e piante di alto fusto dentro il fiume, oltre ai rami secchi e gli argini da risistemare», è il cuore dell’esposto. L’unico intervento dentro quell’Amazzonia a memoria dell’artigiano risale al 2017: «Hanno ripulito il Misa per 100 metri e riposizionato quanto tolto sulle sponde. Tutto inutile». Dopo l’alluvione si è anche costituito il “Comitato tra i due fiumi — Le imprese per il territorio”. In 500 si sono affidati a una legale, Roberta Alessandrini. Che dopo due anni ripete: «I lavori di messa in sicurezza sul territorio ora sono in corso ma sono iniziati con molto ritardo e sono stati preceduti da attività praticamente inutili. Molti residenti sono ancora fuori dalle loro case».
Le richieste cadute nel silenzio adesso pesano come macigni, i parenti delle vittime attendono il 4 dicembre per conoscere la decisione del giudice sul rinvio a giudizio o meno dei 22 indagati. Tiziano Luconi non si lascia sfuggire una coincidenza che legge come una profezia: «Il 4 dicembre è Santa Barbara, la patrona del mio paese. Lei farà giustizia per tutti noi».