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Corsa a tre per il Cern, il futuro si gioca sul super acceleratore

Fabiola Gianotti

 

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Berlino boccia nuovi finanziamenti e voterà il britannico Thomson per la successione a Fabiola Gianotti. In lizza anche uno scienziato-politico olandese e un fisico cipriota
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ROMA — Al Cern è iniziato il conto alla rovescia: il prossimo 6 novembre si innescherà una reazione a catena epocale. La collisione non avverrà tra particelle elementari, ma tra due visioni opposte sul futuro del più grande centro di ricerca europeo. E non produrrà bosoni o neutrini, ma il nome dell’uomo che dal primo gennaio del 2026 prenderà il posto di Fabiola Gianotti come direttore generale dell’Organizzazione europea per la ricerca nucleare. È ormai una corsa a tre, tra il britannico Mark Thomson, l’olandese Robbert Dijkgraaf e il cipriota Paraskevas Sphicas.

Gianotti ha ricoperto due mandati consecutivi e si accinge a guidare per l’ultimo anno l’esercito di oltre 15.000 scienziati, ingegneri e tecnici che lavorano tra i sobborghi di Ginevra e la campagna francese, sotto cui corrono i 27 chilometri di tunnel dell’attuale acceleratore di particelle, il Large hadron collider (Lhc). La mission di Gianotti è stata soprattutto potenziare Lhc, rispetto alla versione che le aveva perme…

ROMA — Al Cern è iniziato il conto alla rovescia: il prossimo 6 novembre si innescherà una reazione a catena epocale. La collisione non avverrà tra particelle elementari, ma tra due visioni opposte sul futuro del più grande centro di ricerca europeo. E non produrrà bosoni o neutrini, ma il nome dell’uomo che dal primo gennaio del 2026 prenderà il posto di Fabiola Gianotti come direttore generale dell’Organizzazione europea per la ricerca nucleare. È ormai una corsa a tre, tra il britannico Mark Thomson, l’olandese Robbert Dijkgraaf e il cipriota Paraskevas Sphicas.

Gianotti ha ricoperto due mandati consecutivi e si accinge a guidare per l’ultimo anno l’esercito di oltre 15.000 scienziati, ingegneri e tecnici che lavorano tra i sobborghi di Ginevra e la campagna francese, sotto cui corrono i 27 chilometri di tunnel dell’attuale acceleratore di particelle, il Large hadron collider (Lhc). La mission di Gianotti è stata soprattutto potenziare Lhc, rispetto alla versione che le aveva permesso di scoprire il bosone di Higgs nel 2012. E pianificare il “dopo”: un acceleratore ancora più potente, capace di svelare almeno una parte di quel 95% di materia e energia “oscure” che ancora sfuggono alla nostra comprensione. La scelta è caduta sul Future circular collider (Fcc), la cui circonferenza dovrebbe essere di 90 chilometri, il triplo di Lhc. Le stime parlano di un costo complessivo di 16 miliardi di euro e di tempistiche da costruttori di cattedrali: il 2045 per l’accensione della prima versione, il 2070 per quella definitiva.

È in questo scenario che si inserisce la sfida tra Thomson, Dijkgraaf e Sphicas: il prossimo direttore generale del Cern sarà quello che, eventualmente, dovrà far partire i lavori per il Future circular collider.

Il colpo di scena c’è stato nel maggio scorso, quando il governo tedesco ha fatto sapere che non può permettersi di contribuire a Fcc e ha definito “estremamente vago” il piano di finanziamento per il futuro acceleratore. Una defezione pesantissima, visto che la Germania copre oltre il 20% del bilancio del Cern (nel 2023, 1,2 miliardi di euro). Berlino, anziché presentare un suo candidato, si è schierata con Thomson (il Regno Unito è un altro dei “grandi” azionisti del Cern con il 14,6% del budget).

Professore di fisica delle particelle a Cambridge e dal 2018 presidente esecutivo dell’agenzia inglese per la ricerca, Thomson ha lavorato nel laboratorio di Ginevra molti anni fa. Nelle audizioni delle settimane scorse è apparso molto tiepido verso Fcc e nella pagina di presentazione della sua candidatura, sul sito del governo britannico, si legge: «…portare a termine l’aggiornamento del Large hadron collider… un ambizioso piano strategico per i prossimi 5 anni…», ma niente di più.

Il timore dei fisici che vorrebbero Fcc è che l’alleanza tra Londra e Berlino nasca proprio dalla volontà di rallentare l’avvio dell’impresa. Ma ci sono altri Paesi fondatori del Cern che invece Fcc lo vogliono. A cominciare dall’Italia (9,8% del budget). «Per noi il Future circular collider è una priorità», conferma Antonio Zoccoli, presidente dell’Istituto nazionale di fisica nucleare. La pensano così anche Francia (13% del budget) e Svizzera (3,7%). I loro voti convergeranno sugli altri candidati, favorevoli a Fcc?

L’olandese Robbert Dijkgraaf è un fisico teorico ed è stato ministro della Ricerca nel governo Rutte tra il 2022 e il 2024. Più politico che scienziato ormai, in ottimi rapporti con la Commissione Ue, il cui sostegno è fondamentale per portare a termine grandi progetti. Non ha però mai avuto incarichi al Cern, e questo potrebbe essere un handicap.

Chi invece lo conosce come le sue tasche, perché ci lavora da anni, è l’outsider Paraskevas Sphicas: “un fisico delle particelle duro e puro”, viene descritto. Entusiasta di Fcc, potrebbe non avere le competenze manageriali per gestire una macchina complessa come il Cern. Ma la sua candidatura è data in ascesa.

Sarà il Council, massima autorità decisionale dell’organizzazione scientifica, a decidere. E i giochi sono aperti, perché ognuno dei 24 Paesi membri ha un voto, indipendentemente dal contributo al bilancio. L’Italia sarà rappresentata da Zoccoli e dall’ambasciatore Vincenzo Grassi, ma, almeno formalmente, non ha ancora scelto il candidato da sostenere. Verrà deciso nei prossimi giorni in una riunione tra i ministeri degli Esteri e della Ricerca.

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