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Amedeo Matacena, il romanzo criminale del politico armatore che ha vissuto all’ombra delle stragi

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Ex deputato di Forza Italia, morto da latitante a Dubai dove per anni si è sottratto a una condanna come referente politico dei clan
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Un affaraccio di lenzuola, di testamenti contrapposti, di morti sospette e eredità, l’ombra di una vedova nera, gravidanze a orologeria, con tanto di scenario esotico di sfondo. L’ultimo capitolo della vita di Amedeo Matacena – armatore, un tempo monopolista di fatto dell’attraversamento dello Stretto e ex deputato di Forza Italia, morto da latitante a Dubai, dove per anni si è messo al riparo da una condanna come referente politico dei clan - sa di saga un po’ kitsch, a metà fra romanzo rosa e giallo di quart’ordine, in linea con un personaggio che negli anni Ottanta passeggiava impellicciato in ermellino bianco sul corso principale di Reggio Calabria, a dispetto del clima tutt’altro che rigido.

Le due anime di Matacena

Ma quello stesso viveur, che amava farsi vedere con al braccio attrici, presentatrici e miss, in ambienti di ‘ndrangheta era “il Pelato”, invitato – dice più di un pentito – ai summit più segreti dei clan calabresi, in uno dei momenti più delicati della loro storia. G…

Un affaraccio di lenzuola, di testamenti contrapposti, di morti sospette e eredità, l’ombra di una vedova nera, gravidanze a orologeria, con tanto di scenario esotico di sfondo. L’ultimo capitolo della vita di Amedeo Matacena – armatore, un tempo monopolista di fatto dell’attraversamento dello Stretto e ex deputato di Forza Italia, morto da latitante a Dubai, dove per anni si è messo al riparo da una condanna come referente politico dei clan - sa di saga un po’ kitsch, a metà fra romanzo rosa e giallo di quart’ordine, in linea con un personaggio che negli anni Ottanta passeggiava impellicciato in ermellino bianco sul corso principale di Reggio Calabria, a dispetto del clima tutt’altro che rigido.

Le due anime di Matacena

Ma quello stesso viveur, che amava farsi vedere con al braccio attrici, presentatrici e miss, in ambienti di ‘ndrangheta era “il Pelato”, invitato – dice più di un pentito – ai summit più segreti dei clan calabresi, in uno dei momenti più delicati della loro storia. Gli anni Novanta erano ai primi vagiti, le stragi dovevano ancora insanguinare l’Italia ma a Reggio Calabria solo un mese prima era stato ammazzato il giudice Antonino Scopelliti che avrebbe dovuto rappresentare l’accusa nel Maxiprocesso in Cassazione, Dc e Psi iniziavano a scricchiolare sotto il peso degli scandali e Matacena era giovane politico e rampante imprenditore. E c’era anche lui nel settembre del ’91, quando all’élite della ‘ndrangheta riunita venne comunicato che “bisogna appoggiare il nuovo partito degli uomini”.

Un’inchiesta partita prima della morte del politico e della madre

Già questo basterebbe per guardare con più attenzione a una vicenda che probabilmente poco o nulla ha a che fare con pruriginosi scandali da alta società. Che in realtà Matacena se ne sia andato portandosi dietro segreti ben più complessi lo dice, fra le altre cose, una data. È quella dell’inizio dell’ultima indagine su di lui, che – emerge dai pochi atti notificati agli ultimi indagati – parte ben prima della misteriosa morte di Amedeo Matacena e della madre, Raffaella De Carolis, i cui corpi sono stati riesumati nel settembre scorso.

Si cercano nelle loro spoglie tracce di veleno o altro che abbia potuto accelerarne la rapida e improvvisa dipartita, a pochi mesi l’uno dall’altra. L’ipotesi principale, o meglio l’ipotesi principale che sia circolata, è che ad ucciderli sia stata l’ultima moglie di Matacena, Maria Pia Tropepi, misteriosa donna spuntata dal nulla nella vita dell’ex deputato, negli anni della sua latitanza a Dubai. Motivo, come da copione, il tentativo di accaparrarsi l’eredità dell’ex deputato di Forza Italia.

Il misterioso patrimonio di Matacena

Un patrimonio di cui, se non fosse morto improvvisamente poche ore dopo aver festeggiato il suo cinquantanovesimo compleanno, avrebbe potuto godere da uomo libero: a giugno del 2023 la condanna definitiva per concorso esterno in associazione mafiosa sarebbe diventata inesigibile. E senza vincoli Matacena avrebbe potuto disporre delle società congelate nel corso dell’inchiesta Breakfast, l’indagine dell’attuale procuratore aggiunto facente funzioni della Dda di Reggio Calabria Giuseppe Lombardo, che ha fotografato le manovre e la rete – di mezzo c’era anche Claudio Scajola, all’epoca ministro dell’Interno - che hanno permesso a Matacena di sparire appena la sua condanna come referente politico del clan Rosmini è diventata esecutiva. Il dissequestro era arrivato giusto qualche mese prima della sua morte e qualche settimana dopo quella della madre, Raffaella De Carolis, che lo aveva raggiunto da qualche tempo a Dubai.

Cosa con precisione abbiano in pancia, è mistero che ha resistito a anni di inchieste e processi. A proteggerlo – e la Dia su questo ci si è rotta la testa, salvo poi scontrarsi con la “discrezione” bancaria garantita da alcuni Paesi – c’era una filiera di società, con in testa una fiduciaria con sede nel principato di Monaco. Alcuni avvocati dell’entourage sembrano convinti che ci siano solo debiti. Di certo, qualche movimento dopo il dissequestro c’è stato.

Debiti o miliardi?

La nave Athos che per anni è stata ormeggiata al porto di Reggio Calabria è stata venduta - a prezzo di saldo, dicono spifferi, tra 900mila e 1,2 milioni di euro – sarebbe stato messo sul mercato anche qualcuno degli immobili romani. “In teoria tutto il consiglio d’amministrazione della avrebbe dovuto essere convocato per essere quanto meno informato. La mia assistita non è mai stata contattata e nel caso non ci saremmo presentati”, dice l’avvocato Candido Bonaventura, che da tempo assiste Chiara Rizzo, seconda moglie e madre del secondogenito di Matacena, Athos.

In dettaglio, l’unico a sapere qualcosa potrebbe essere Martino Politi, tuttora amministratore di fatto di una delle “teste” italiane della holding. Stempiatura profonda, capelli innaturalmente neri e camicie fiorate, per anni al processo che lo ha visto imputato per la latitanza di Matacena, ha sempre giurato e spergiurato di esserne stato solo l’autista. Ma per gli investigatori e chi conosce l’entourage dell’ex deputato, è sempre stato il factotum e il braccio destro. Oggi anche lui è indagato nell’ultima inchiesta, la procura antimafia di Reggio Calabria gli contesta un falso in testamento olografo e l’indebito utilizzo e falsificazione di strumenti di pagamento diversi dai contanti. Magari proprio nell’ambito di quella vendita? Toccherà aspettare per capirlo.

Un passaporto nigeriano per ricostruire la (vera) storia della latitanza

Di certo c’è una traccia nella nuova inchiesta che suggerisce approfondimenti a più ampio raggio. Sta nei capi di imputazione contestati a Tropepi, indagata anche per procurata inosservanza di pena. Traduzione, ha supportato Matacena negli anni della sua latitanza emiratina, garantendogli operatività. Come? Anche qui, bisognerà aspettare per capire che carte la Dda possa avere in mano. Ma più di un elemento suggerisce che a Dubai l’ex parlamentare di Forza Italia non si sia limitato a sopravvivere con lavoretti da cameriere, come più volte ha raccontato a chi gli mettesse un microfono a disposizione.

Un esempio? Un passaporto nigeriano, emesso il 15 gennaio 2020, che Maria Pia Tropepi avrebbe esibito all’ambasciata italiana a Dubai. Autentico? È uno dei quesiti che gli investigatori sono chiamati a sciogliere, forse anche più interessante del certificato di matrimonio, officiato con rito islamico da un imam kenyota, nonostante Maria Pia Tropepi risulti ancora ufficialmente sposata in Italia.

Quel passaporto potrebbe essere stato il lasciapassare che ha permesso a Matacena di continuare a muoversi, fare affari, magari presentarsi alle Seychelles, Panama o altri paradisi fiscali in cui la sua holding ha da tempo radici per svuotare società, crearne altre, alzare nuove cortine di fumo attorno al suo incalcolabile patrimonio. “E rimane sempre il dubbio che sia solo suo”, osserva un investigatore.

Amedeo riservato di ‘ndrangheta

Non è un segreto, per la procura di Reggio Calabria – che ha approfondito la traccia in diverse informative e note finite agli atti del processo Breakfast, come del processo ‘Ndrangheta stragista – Matacena era un “riservato”. Semplificando molto, uno dei referenti diretti della direzione strategica dei clan in grado di muoversi ad altissimi livelli in diversi ambienti – politico, imprenditoriale, massonico – per conto dell’élite delle ‘ndrine.

Ecco perché - è da anni la tesi della procura antimafia di Reggio Calabria – quando la condanna per concorso esterno è diventata definitiva, in tanti si sono adoperati per garantirgli libertà di movimento. Di certo l’ex moglie Chiara Rizzo, che ha rimediato una condanna a un anno con pena sospesa, sicuramente l’attuale sindaco di Imperia, all’epoca ministro dell’Interno, Claudio Scajola, punito con due anni di carcere con condanna dichiarata prescritta in appello, come Vincenzo Speziali, che per l’accusa ha patteggiato un anno.

La rete libanese

Consulente di colossi imprenditoriali, faccendiere, imprenditore, nipote dell’omonimo senatore del Pdl morto nel 2016, Speziali, un passato in varie formazioni di centro e centrodestra oggi in Italia Viva, è entrato nell’inchiesta Breakfast dalla porta laterale. Ma subito il suo ruolo ha catalizzato interesse investigativo e acquistato peso nella vicenda: a dispetto delle sue dichiarazioni di innocenza, è stato lui – dimostrano le indagini e conferma il patteggiamento - a coordinare i tentativi che avrebbero dovuto consentire a Matacena una latitanza dorata in Libano. Esattamente dove per mesi Marcello Dell’Utri ha tentato di sottrarsi alla condanna per concorso esterno.

Nipote acquisito dell’ex presidente libanese e capo delle Falagi cristiane Amin Gemayel per averne sposato la nipote, al parente bussa per chiedere sostegno e documenti per Matacena. Lo conferma una lettera trovata nell’ufficio di Scajola in cui Gemayel assicura che nel Paese dei cedri avrebbe consentito piena operatività all’ex deputato di Forza Italia e “un documento d’identificazione con dati anagrafici affinché egli possa rimanere nel nostro paese e condurre una vita normale, naturalmente sotto la nostra responsabilità”.

Curioso? Fino a un certo punto. Gemayel in quel periodo era assiduo frequentatore dell’Italia e dei salotti romani, persino di quelli della politica: a riceverlo “per una colazione” è stato persino Silvio Berlusconi a Palazzo Grazioli. Più volte è stato avvistato a Roma con il potente e ricchissimo cugino, Robert K. Sursock, capo libanese di Gazprombank, terza banca di Russia e braccio finanziario dell’omonimo colosso russo dell’energia. “Ho sicurezza che Gemayel e Dell’Utri si sono appartati per parlare”, mette a verbale Emo Danesi, ex deputato e piduista anche lui frequentatore di quei salotti, dove si mischiavano banchieri, grandi imprenditori, massoni, politici, uomini in odor di servizi e referenti dei clan.

Rapporti con i clan, questione di eredità

Un mondo di cui Matacena, è emerso dalle indagini, faceva parte a pieno titolo. In parte per eredità: il padre – hanno raccontato i pentiti e confermato indagini come quella che ha portato la Caronte&Tourist, tuttora in parte in mano ai familiari dell’ex deputato, a un lungo periodo di amministrazione controllata – ha preso in mano il monopolio di fatto dell’attraversamento dello Stretto, grazie a quell’impasto fra clan, massoneria ed eversione che ha fatto le prove generali con i Moti di Reggio Calabria prima e il golpe Borghese poi. Per Giacomo Ubaldo Lauro, uno dei primi collaboratori di ‘ndrangheta, fra i finanziatori di quella stagione c’era il gotha imprenditoriale di Reggio Calabria, incluso l’imprenditore «Amedeo Matacena, quello dei traghetti», passato alla storia anche come ispiratore del primo progetto del ponte sullo Stretto. «Davano i soldi – dice Lauro – per le azioni criminali, per la ricerca delle armi e dell’esplosivo».

E Amedeo jr quel patrimonio di legami lo ha ricevuto in dote e fatto fruttare quando ha iniziato a muovere i primi passi in politica. Quanto sia stata ambizione personale, è dato tutto da verificare. Si fa le ossa nel Pli, poi passa a Forza Italia. E non è dato di secondo ordine.

“Voteremo Berlusconi, voteremo Berlusconi”

Erano gli anni Novanta, l’Italia era ancora terrorizzata dalle stragi in Sicilia prima e dagli attentati continentali poi. Un progetto eversivo – è stato confermato in primo grado e in appello dall’inchiesta ‘Ndrangheta stragista – in cui i clan calabresi hanno giocato un ruolo, tanto nella fase operativa con i tre attentati ai carabinieri fra il ’93 e il ’94 – tanto nella fase politica, con il traghettamento delle preferenze alla neonata Forza Italia.

All’epoca, don Peppino Piromalli, patriarca dell’omonimo casato di ‘ndrangheta, gridava in aula “Voteremo Berlusconi, voteremo Berlusconi” e proprio lui – giurava intercettato l’ex senatore di FdI, Giancarlo Pittelli, accolto come “valore aggiunto” da Giorgia Meloni fra i suoi e condannato come nume tutelare del clan Mancuso di Limbadi – sarebbe stato fra i primi a essere messo a conoscenza del progetto. “La prima persona che Dell’Utri contattò per la formazione di Forza Italia fu Piromalli di Gioia Tauro”. E forse non a caso proprio un imprenditore del casato è finito alla corte di Fininvest quando si è trattato di costruire la prima rete privata nazionale.

Il ventriloquo Paolo Romeo

Al giovane Matacena, il partito del Cavaliere apre subito le porte. Ma a “vegliare” su di lui è un personaggio che in teoria nulla ha a che fare con le due formazioni. Si chiama Paolo Romeo, nasce e cresce negli ambienti della destra eversiva, per i pentiti è stato uomo di Gladio e piduista, lui stesso ha confessato di aver coperto la latitanza del terrorista nero Franco Freda, in Parlamento da deputato ci entra però con il Psdi. Ma soprattutto è uomo di ‘ndrangheta: condannato definitivamente come eminenza grigia del clan De Stefano negli anni Novanta, più di recente ha incassato una condanna a 25 anni come uomo della direzione strategica delle ‘ndrine. È il massimo organismo mai individuato nella storia del contrasto giudiziario alle mafie.

E a lui il giovane parlamentare interessa. “Parliamoci chiaro se tu puoi costruire su Matacena l’ipotesi di una sua candidatura, parliamoci chiaro, è buona”, dice intercettato. Si parlava di europee, finanziamenti da intercettare. Ma è in Parlamento che il giovane deputato si rivela più utile. Dai rispettivi scranni, entrambi tuonano contro i magistrati di Palmi e di Reggio Calabria, sollecitano ispezioni, verifiche e gridano allo scandalo e – si è scoperto solo dopo – era Romeo ad abbozzare le interrogazioni parlamentari che Matacena avrebbe poi presentato in Parlamento.

L’attacco ai magistrati

La battaglia contro i magistrati dell’epoca – teorizzava anni dopo un’inchiesta - passava anche dal Dibattito, foglio del giornalista Francesco Gangemi usato per «ottenere notizie coperte da segreto, pronunce giudiziarie favorevoli, allontanamento di magistrati sfavorevoli» al fine di «neutralizzare l’attività giudiziaria contro i clan». Nel mirino alcuni magistrati della Dda di Reggio Calabria: l’ex coordinatore Salvatore Boemi, la mente di Olimpia, la prima maxi inchiesta sulla ‘ndrangheta reggina, Enzo Macrì, il gip dello stesso processo Alberto Cisterna, i sostituti Francesco Mollace, Enzo Verzera e Roberto Pennisi. Quelli di Palmi, Salvatore Boemi e Agostino Cordova. A Catanzaro un giovanissimo Luigi De Magistris. Tutti si stavano occupando di quelle sfere di ‘ndrangheta che smettono di essere semplicemente organizzazione militare, ma si impastano con apparati statali, di sicurezza, grande imprenditoria, politica, massoneria. E su tutti loro, è fuoco incrociato: dai banchi del Parlamento e dai “corvi” che svolazzano nelle procure. L’inchiesta viene smembrata, fatta rimpallare fra vari distretti, ovunque si arena, in generale si conclude con un nulla di fatto.

Corsi e ricorsi storici

Ci sono voluti quasi vent’anni perché una nuova indagine mettesse insieme i pezzi che legano i clan calabresi ai tanti misteri di quella stagione. Si chiama ‘Ndrangheta stragista, è stata confermata in primo e in secondo grado, ed è – rivelano le sentenze – solo un primo step. È costata l’ergastolo ai mandanti degli attentati calabresi – il superboss di Brancaccio Giuseppe Graviano e il mammasantissima di Melicucco Rocco Filippone - con cui i clan hanno certificato la propria partecipazione alla strategia delle stragi, ma in filigrana ha mostrato il sistema di potere – politico, massonico, criminale e imprenditoriale – che le ha ordinate. A confermarlo, anche l’inchiesta “gemella” in corso a Firenze su quella stagione.

Non fanno guadagnare punti, né fare carriera. E danno ancora fastidio se è vero che tutti i magistrati che se ne siano occupati – il procuratore aggiunto di Reggio Calabria, Giuseppe Lombardo, oggi facente funzioni, il suo ex capo, Giovanni Bombardieri, Luca Tescaroli, aggiunto a Firenze – al momento della conferma della qualifica di aggiunto in Csm – passaggio quasi burocratico per magistrati di tale esperienza - hanno ricevuto voti favorevoli da tutti, meno che i laici del centrodestra. Coincidenza? Forse. Nel caso dei reggini, avrà forse a che fare con l’inchiesta emersa a carico di Giuseppe Valentino, storico interlocutore di Paolo Romeo, che Fratelli d’Italia avrebbe voluto nel parlamentino dei giudici? È lecito chiederselo.

Negli uffici si continua a lavorare. Anche per ricostruire quel mosaico politico eversivo che ha fatto da sfondo agli anni Novanta. E in cui Amedeo Matacena è tessera ancora da collocare a dovere.

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