L’ex detenuto a Trapani: “Trattati peggio dei maiali, picchiati senza motivo. Volevano strangolarmi”
di Alessia CanditoROMA — “Certo che ho avuto paura di morire. Dopo qualche giorno ho pensato ‘io da qui non esco, questi mi ammazzano davvero’. Erano troppo spietati”. Nel carcere degli orrori di Trapani Giovanni ci è rimasto un mese e mezzo e tanto è bastato – dice la sorella Francesca – “perché si trasformasse in uno spettro. Quando è uscito sembrava un fantasma, magro da fare spavento, le labbra viola, gli occhi spenti”.
È grazie alle denunce della famiglia, che ha documentato i segni delle violenze, segnalato ai carabinieri i primi pestaggi e affidato a Repubblica la storia di Giovanni, che il ragazzo è riuscito a lasciare quell’istituto. Il suo nome non è fra le vittime identificate dalla procura di Trapani, probabilmente perché la denuncia è stata presentata in un’altra provincia e il fascicolo probabilmente cammina in un altro ufficio. Ma il quadro sconcertante emerso dall’inchiesta del procuratore Gabriele Paci lo può confermare perché in quell’incubo ci ha vissuto. E solo adesso a distanza di …
ROMA — “Certo che ho avuto paura di morire. Dopo qualche giorno ho pensato ‘io da qui non esco, questi mi ammazzano davvero’. Erano troppo spietati”. Nel carcere degli orrori di Trapani Giovanni ci è rimasto un mese e mezzo e tanto è bastato – dice la sorella Francesca – “perché si trasformasse in uno spettro. Quando è uscito sembrava un fantasma, magro da fare spavento, le labbra viola, gli occhi spenti”.
È grazie alle denunce della famiglia, che ha documentato i segni delle violenze, segnalato ai carabinieri i primi pestaggi e affidato a Repubblica la storia di Giovanni, che il ragazzo è riuscito a lasciare quell’istituto. Il suo nome non è fra le vittime identificate dalla procura di Trapani, probabilmente perché la denuncia è stata presentata in un’altra provincia e il fascicolo probabilmente cammina in un altro ufficio. Ma il quadro sconcertante emerso dall’inchiesta del procuratore Gabriele Paci lo può confermare perché in quell’incubo ci ha vissuto. E solo adesso a distanza di mesi e dopo gli arresti di mercoledì riesce, seppur con difficoltà, a parlare di quello che succedeva lì dentro. “Spero che si faccia giustizia, lì dentro i detenuti vengono trattati peggio dei maiali, picchiati senza motivo, sbeffeggiati, insultati. È un inferno”. Non è uno di primo pelo Giovanni, di errori ne ha fatti diversi e istituti di pena ne ha conosciuti tanti, “ma quello che succede là, non l’ho visto da nessuna parte”.
Anche lei ha subito violenze?
“I problemi sono iniziati da subito. Il giorno in cui sono stato trasferito c’era stato un tentativo di evasione. Mi hanno lasciato per ore nella celletta, poi mi hanno trasferito in isolamento. Mi hanno obbligato a spogliarmi, ho dovuto protestare per aver qualche indumento dopo la perquisizione. Per tre giorni sono rimasto in una cella completamente vuota, sporca, piena di escrementi, con tre topi che uscivano dalla turca. Ma gli abusi erano quotidiani”.
Cosa succedeva?
“Insulti, minacce, botte. “Soverchierie” (abusi in catanese, ndr) come lanciarti acqua o altro addosso, rovistare fra le tue cose mentre sei a colloquio e devastare tutto, lasciando i vestiti appallottolati e buttati a terra, razionare le sigarette che compravo o smarcare spesa che non avevo fatto. Ogni settimana mi ritrovavo un conto di 250 euro”.
È stato vittima anche di violenze fisiche?
“Capitava ad esempio che entrassero in cella durante il pomeriggio, mentre ero sulla branda a dormire, e iniziassero a pestarmi. Mi dovevo chiudere a palla per evitare i colpi, ma a volte ho reagito e è stato peggio”.
Cos’è successo?
“Una volta mi hanno trasferito nella “cella 100”. Lì non c’è niente, né materasso né bagno. È tutto chiuso. Le pareti sono scrostate, piene di sangue. È umida, anche d’estate si muore di freddo. Ci sono schizzi anche sul soffitto. Prima di me ci hanno portato un anziano che aveva tentato il suicidio”.
Gli autori delle violenze erano sempre gli stessi?
“C’era una squadretta. Uno enorme, era il primo che picchiava. E aveva la mano pesante. Poi altri due, uno aveva un problema all’occhio. Sembrava si divertissero. Chiedevo il perché di tutto questo e un’ispettrice mi diceva “ti devi sottomettere, se ti sottometti il carcere te lo fai tranquillo’. Ai suoi raccomandava ‘attenzione a non prenderlo in faccia, perché ha il colloquio visivo’”.
La sua famiglia ha denunciato anche un tentativo di strangolamento
“Mi hanno accerchiato, uno mi ha passato la corda attorno al collo. ‘Ammazzati, ammazzati’, mi dicevano. È arrivato un altro agente che se ne è accorto e mi ha detto di scappare e di chiedere subito una telefonata con il primo numero che ricordassi per dare l’allarme”.
È stato visitato da un medico dopo?
“Qualche giorno dopo, è venuto un medico o un infermiere. Avevo ancora i segni. Mi ha consigliato di dire di essermeli fatti da solo ‘perché qui a Trapani funziona così o in questo posto si muore’”.
Sa se sia mai successo davvero?
“Questo non lo so dire. Nella sezione blu, c’era un detenuto romeno vicino a me, dicevano che fosse aggressivo e lo massacravano. Lui voleva solo la terapia. Lo invitavano a ingoiare le pile, alcuni gli dicevano ‘no, meglio lamette’. Quando passavano il metal detector sulla pancia suonava. Poi è finito in ospedale, quindi credo che abbia fatto quello che gli dicevano. Sugli stranieri o chi non aveva nessuno si accanivano”.
In che modo?
“Gli buttavano la coperta addosso e li massacravano di botte. Quando sei in isolamento non si vede quello che succede, ma si sentono i rumori. Li lasciavano senz’acqua, non li portavano a fare la doccia. A Trapani, in tutto il carcere c’è stato un problema, l’acqua non si poteva usare, erano gli agenti a distribuire due bottiglie da usare durante il giorno. A alcuni no. In alcune celle ci sono solo le sbarre, il sole entra a picco, è insostenibile. Soprattutto con gli stranieri, capitava che li obbligassero a firmare dei fogli, che loro non riuscivano neanche a leggere. Dopo magari si scopriva che erano false accuse nei confronti di altri detenuti”.
Le è capitato di assistere a qualche violenza?
“No, ma un detenuto che aveva tentato di scappare lo hanno massacrato. Ricordo che lo portavano a braccia nel corridoio, le gambe strisciavano per terra” .
Nessuno denuncia?
“Lì si vive nella paura. Soprattutto chi sa che in carcere rischia di tornarci per una condanna definitiva. E allora subiscono e sopportano”.