Roma — Alle 16 di ieri è arrivato il cessato allarme. L’aria è tornata respirabile e chi aveva le finestre intatte le ha potute riaprire. «Poteva andare peggio. Se a bruciare fosse stato petrolio non raffinato, o se fossimo stati in un periodo di cappa estiva, i rischi per la salute sarebbero stati maggiori» spiega Fabio Ferranti, dirigente dell’Ispra (l’Istituto Superiore per la Protezione e la Ricerca Ambientale) e responsabile per le ispezioni negli impianti a “rischio industriale rilevante” inseriti nella direttiva Seveso, come quello dell’Eni di Calenzano.
Che aria si respirava nella zona dell’esplosione?
«Il fumo nero indica la presenza di sostanze non bruciate del tutto. È più nocivo rispetto al fumo bianco, in cui tutto il materiale viene consumato. Contiene residui di idrocarburi e monossido di carbonio».
Per questo sono state distribuite mascherine?
«Ed è stato consigliato di restare in casa. L’emergenza però è durata poco: le fiamme sono state spente in breve tempo, in zona…
Roma — Alle 16 di ieri è arrivato il cessato allarme. L’aria è tornata respirabile e chi aveva le finestre intatte le ha potute riaprire. «Poteva andare peggio. Se a bruciare fosse stato petrolio non raffinato, o se fossimo stati in un periodo di cappa estiva, i rischi per la salute sarebbero stati maggiori» spiega Fabio Ferranti, dirigente dell’Ispra (l’Istituto Superiore per la Protezione e la Ricerca Ambientale) e responsabile per le ispezioni negli impianti a “rischio industriale rilevante” inseriti nella direttiva Seveso, come quello dell’Eni di Calenzano.
Che aria si respirava nella zona dell’esplosione?
«Il fumo nero indica la presenza di sostanze non bruciate del tutto. È più nocivo rispetto al fumo bianco, in cui tutto il materiale viene consumato. Contiene residui di idrocarburi e monossido di carbonio».
Per questo sono state distribuite mascherine?
«Ed è stato consigliato di restare in casa. L’emergenza però è durata poco: le fiamme sono state spente in breve tempo, in zona c’era molto vento e a bruciare sono stati idrocarburi raffinati».
Che vuol dire?
«Sono prodotti più leggeri rispetto al petrolio grezzo. Non contengono particelle pesanti e si disperdono rapidamente nell’aria. Lo vediamo quando facciamo benzina e dalla pompa esce quel vapore dall’odore molto forte. È un idrocarburo aromatico, cancerogeno, ma molto rarefatto. Vola subito via. L’Arpat, l’agenzia regionale per la protezione dell’ambiente in Toscana, ha iniziato subito i monitoraggi dell’aria e ha confermato che la nube di fumo si è dispersa rapidamente».
Quell’impianto era a rischio?
«È nell’elenco degli impianti a rischio industriale rilevante. Ce ne sono 975 in Italia e sono sottoposti a misure di controllo molto stringenti. Le detta la “direttiva Seveso”, emanata dall’Europa dopo l’incidente in Lombardia del 1976. A Calenzano, secondo le dichiarazioni del gestore, c’erano 152mila tonnellate di olii minerali, 132 delle quali di gasolio».
L’impianto era stato controllato?
«L’ultima verifica esterna registrata nel sistema Ispra risale al 2017. Potrebbero essercene state altre da parte dei Vigili del Fuoco: le ispezioni dovrebbero svolgersi ogni tre anni».
Ci sono ritardi?
«Al sistema di controlli ambientali servirebbe più personale. Per gli ispettori degli impianti Seveso è prevista una formazione di due anni Le Regioni ne hanno 10-15 mentre noi ispettori nazionali siamo 6 in Italia».
In assenza di controlli che si fa?
«I gestori devono comunque aggiornare la documentazione in cui dimostrano di aver preso le misure di sicurezza previste dalla legge. In caso di segnalazioni di violazioni da parte di cittadini, enti locali o magistratura organizziamo delle ispezioni straordinarie, anche a sorpresa. Di recente è accaduto a Brindisi, a Priolo, all’Api di Falconara, a Piombino per il rigassificatore, alla Solvay di Rosignano, con gli impianti per la lavorazione dello zolfo del grossetano, alla centrale di Vado Ligure, anche se non utilizza più carbone».
Un controllo in più avrebbe potuto evitare l’incidente?
«Non so se sarebbe bastato e la dinamica non è ancora chiara. L’incidente è avvenuto durante il carico delle autobotti, che arrivano dall’esterno. Non sono soggette allo stesso sistema di controlli dell’impianto industriale, le loro autorizzazioni provengono dal Ministero dei trasporti. La deflagrazione è stata molto potente, ha frantumato i vetri degli edifici vicini. Non credo quindi che si sia limitata alla manichetta di erogazione. È più probabile che abbia coinvolto l’intera autocisterna. Ma saranno le indagini da domani ad accertarlo».