Esco di casa e prelevo l’automobile dal garage per recarmi dall’altra parte della città. Non c’è nessuno per strada. Nessuno ai semafori che lampeggiano intermittenti, nessuna automobile in seconda fila, nessun ingorgo nei pressi degli incroci più intasati. Guido innestando le marce una dopo l’altra, quasi non scalo mai. Poi di colpo trilla la sveglia sul comodino e mi desto assonnato. Era un sogno.
Mi vesto, scendo in strada, apro l’automobile e m’immetto nel flusso quotidiano dei veicoli. Adesso sulla via le auto sono ferme e procediamo a passo d’uomo. Occorrono almeno dieci minuti per superare il primo semaforo. Lentamente, molto lentamente, mi lascio alle spalle l’incrocio. Svolto e mi trovo un furgone con le quattro frecce in azione: ingombra il passaggio. L’aggiro, come si fa con un ostacolo, e anche io sono un ostacolo per quelli che provengono dall’altro lato.
Esco di casa e prelevo l’automobile dal garage per recarmi dall’altra parte della città. Non c’è nessuno per strada. Nessuno ai semafori che lampeggiano intermittenti, nessuna automobile in seconda fila, nessun ingorgo nei pressi degli incroci più intasati. Guido innestando le marce una dopo l’altra, quasi non scalo mai. Poi di colpo trilla la sveglia sul comodino e mi desto assonnato. Era un sogno.
Mi vesto, scendo in strada, apro l’automobile e m’immetto nel flusso quotidiano dei veicoli. Adesso sulla via le auto sono ferme e procediamo a passo d’uomo. Occorrono almeno dieci minuti per superare il primo semaforo. Lentamente, molto lentamente, mi lascio alle spalle l’incrocio. Svolto e mi trovo un furgone con le quattro frecce in azione: ingombra il passaggio. L’aggiro, come si fa con un ostacolo, e anche io sono un ostacolo per quelli che provengono dall’altro lato.
Non posso fare a meno di provare nostalgia per i giorni del Covid, una nostalgia dolorosa. Le strade erano vuote, le auto assenti, nessuno in giro. Ma non eravamo tutti in smart working? Il traffico è tornato ad essere uno dei nostri incubi quotidiani. Non c’è bisogno di leggere le classifiche europee, lo so da me. Con l’automobile non si circola più nelle nostre città e non sembra esserci rimedio. Com’è accaduto che da mezzo di mobilità e liberazione la macchina sia diventata uno strumento di nevrosi quotidiana? Perché dobbiamo pagare un prezzo così elevato in termini di tempo per attraversare le nostre città? E non accade solo nelle quattro o cinque più popolose del Paese. Persino sulle circonvallazioni di quelle più piccole il traffico è sempre congestionato: un continuo stop and go.
Forse le nostre città sono troppo antiche per sopportare questo traffico? Strade strette e anguste, bisogno di parcheggi, necessità d’andare in fretta. Sulla tangenziale si è già fermi. Tutto congiura per farci passare più tempo dentro gli abitacoli che in altri luoghi. Viene in mente un film epocale di Federico Fellini in cui c’è un imbottigliamento, e i clacson suonano molesti come un insensato concerto. Forse anche questo l’ho solo sognato. Ma no, è Roma, la città dell’ingorgo per eccellenza.
Cosa fanno le persone dentro le automobili ferme? Telefonano con il viva voce, naturalmente. Qualcuno s’accende una sigaretta, dato che dove arriverà, prima o poi, non potrà più farlo. Vedo anche una signorina che si ritocca il trucco. Ma forse è solo una memoria del film di Fellini. Vedo che altri fissano il vuoto. Magari dentro le automobili adesso tutti pensano, riflettono, rivivono ciò che è accaduto ieri o l’altro ieri. Forse dovremmo imparare a usare questo tempo morto e non più a calcolarlo come un tempo perso. Un tempo per noi. Possibile? Ne abbiamo così poco.