"Il giorno prima di essere liberata mi hanno interrogata per dieci ore. Gli interrogatori avvenivano ogni giorno per i primi quindici giorni. Io ero incappucciata, con la faccia al muro. A interrogarmi era sempre la stessa persona, mascherata pure lei. Bravissima nel fare il suo lavoro spaventoso. Parlava bene inglese e conosceva anche bene l’Italia, si capiva dai dettagli delle domande che mi faceva, mi ha chiesto, per esempio, se preferivo l’impasto romano o napoletano della pizza. Perché nell’interrogatorio ci sono momenti in cui ti fanno rilassare, ti danno anche una sigaretta. E altri in cui ti stressano per farti crollare, per aggravare la tua posizione”.
Cecilia Sala racconta a “Che tempo che fa”, il programma di Fabio Fazio su Nove, i 21 giorni della sua prigionia nel carcere di massima sicurezza di Evin, a Teheran, Iran, dove si trovava dal 12 dicembre per fare il suo lavoro, con un regolare visto giornalistico.
"In un interrogatorio sono crollata, mi hanno dato una pasticca per calmarmi, io l’ho mandata giù e lì c’è stata una pausa perché non riuscivo ad andare avanti - racconta la giornalista – L’isolamento non è solo nella cella, è anche questo, farti sentire sempre sola. Levarti le lenti a contatto, non vedere mai nulla, non parlare mai con nessuno, non vedere mai in faccia nemmeno chi ti interroga”.
Quei giorni Cecilia Sala li ha passati in una cella di due metri per tre, sola, fino agli ultimi giorni, “quando mi hanno dato le lenti, un libro e una compagna di cella. In quel momento ho pensato: ok, posso star qui altri due anni… Avevo chiesto il Corano in inglese perché pensavo non me lo potessero negare. Ho passato il tempo a contare le dita, a leggere gli ingredienti del pane in busta, a ripassare le tabelline”.
Ora, dice Sala, "riesco a dormire, aiutata. Ho dei momenti con picchi di euforia bellissimi". Poi ce ne sono "altri di grande ansia che imparerò a gestire. Ma sono stata fortunatissima a stare lì dentro soltanto 21 giorni. Il recupero è sicuramente più rapido rispetto a chi è stato molti più giorni" in quelle prigioni, “ero sicura di restare di più, conoscevo gli altri casi. È stata l’operazione più rapida per liberare un ostaggio dagli anni Ottanta”.
"Di quello che stava succedendo fuori – aggiunge la giornalista – non sapevo nulla. Nella prima telefonata a casa potevo dire solo di essere stata arrestata e di non essere stata ferita. Poi le telefonate si sono fatte più lunghe, soprattutto con Daniele Raineri, il mio compagno. Vivendo insieme abbiamo un linguaggio in codice per cui riuscivo a passare delle informazioni, nonostante la regola dica che non puoi parlare del tuo caso e non puoi parlare della detenzione né degli interrogatori. Ecco perché che non avevo un materasso e un cuscino per dormire si è capito tardi, erano telefonate sorvegliate”. "La chiamata che ha fatto capire alla mia famiglia come stessi è stata quella in cui ho detto a Daniele di avere paura per la mia testa, di aver paura di perdere il controllo dei nervi”.
Torture, violenze, spiega di non averne mai subite. “Non mi hanno mai toccato, anche perché i maschi non possono neanche sfiorare le femmine”. Poi aggiunge: “Mi portavano con un bastone in sala interrogatori. Ero incappucciata anche per andare alla toilette. C'erano fari al neon sempre accesi e quando non dormi per giorni perdi anche fiducia nella tua testa". Cosa sentiva dalle altre celle? " Quando la fessura della porta blindata è chiusa non senti nulla, sei isolato. Quando era aperta, i rumori che arrivavano dal corridoio erano terribili, spesso urla o pianti, e ricordo una ragazza che prendeva la rincorsa per sbattere la testa fortissimo contro la porta della cella", racconta.
Di essere un ostaggio, da scambiare con l’ingegnere informatico iraniano Mohammad Abedini arrestato in Italia per conto degli Stati Uniti, Cecilia Sala lo ha capito quando gli hanno dato l’unica notizia dall’esterno: la morte dell’ex presidente americano Jimmy Carter. “Carter era il presidente della presa degli ostaggi nell'ambasciata Usa a Teheran, lì ho capito il messaggio”, spiega la giornalista.
"Quando mi hanno detto ‘sei libera’ e mi hanno portato via persone della intelligence iraniana non ci ho creduto, pensavo fossero i pasdaran che si muovevano per conto loro, che mi portassero in una loro base militare perché non si fidavano del carcere ufficiale. Quando sono arrivata all’aeroporto militare e mi hanno tolto la benda e ho visto il primo volto italianissimo, ho fatto il sorriso più bello della mia vita”, racconta Sala.
Sulla sua liberazione, il New York Times ha scritto che Elon Musk avrebbe giocato un ruolo. "Nessuno della mia famiglia, né Daniele, ha mai parlato con Musk – spiega Sala – Daniele, che è un giornalista, ha contattato il referente di Musk in Italia, Andrea Stroppa per chiedere se potesse avere notizie, perché Musk in precedenza aveva incontrato l'ambasciatore iraniano all'Onu dopo che dal 1979 non c'erano contatti tra americani e iraniani. L'unica risposta che Daniele ha avuto da Stroppa è: informato".
Appena se la sentirà Cecilia Sala tornerà a fare il suo lavoro, i suoi podcast, i suoi articoli. Però, dice, "finché c'è la Repubblica islamica non tornerò in Iran".