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Regeni, lo strazio di mamma Paola: “Sul corpo vidi la brutalità delle torture”

(ansa)

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Al processo per la morte di Giulio la donna rievoca il giorno in cui fu chiamata in obitorio a riconoscere la salma del figlio. “Era coperto da un telo e chiesi di poter vedere almeno i piedi. Ma una suora mi disse: è un martire, lo ricordi com’era”
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«Quando ho dovuto riconoscere il corpo di Giulio ho potuto vedere solo il suo viso. Era coperto da un telo e chiesi di scoprire almeno i piedi ma una suora mi disse: “Suo figlio è un martire”. Guardandolo, capì subito che era stato torturato». . La fascia tricolore stretta alle spalle dei giudici popolari. La presidente della corte di Assise, Paola Roja, rigorosa nel porre le domande e insieme evidentemente provata nell’ascoltare quelle risposte. I ragazzi che studiano giurisprudenza nel fondo, quasi tutti con gli occhi lucidi. Se tutto questo è potuto accadere – un processo per omicidio nell’aula bunker di Rebibbia - è stata anche alla forza, alla determinazione di questa donna: Paola Deffendi, «una cittadina italiana», ha sempre tenuto a precisare, non soltanto la mamma di Giulio Regeni, il ricercatore italiano sequestrato, torturato e ucciso al Cairo a gennaio del 2016.

A Roma si sta tenendo infatti il processo ai …

«Quando ho dovuto riconoscere il corpo di Giulio ho potuto vedere solo il suo viso. Era coperto da un telo e chiesi di scoprire almeno i piedi ma una suora mi disse: “Suo figlio è un martire”. Guardandolo, capì subito che era stato torturato». . La fascia tricolore stretta alle spalle dei giudici popolari. La presidente della corte di Assise, Paola Roja, rigorosa nel porre le domande e insieme evidentemente provata nell’ascoltare quelle risposte. I ragazzi che studiano giurisprudenza nel fondo, quasi tutti con gli occhi lucidi. Se tutto questo è potuto accadere – un processo per omicidio nell’aula bunker di Rebibbia - è stata anche alla forza, alla determinazione di questa donna: Paola Deffendi, «una cittadina italiana», ha sempre tenuto a precisare, non soltanto la mamma di Giulio Regeni, il ricercatore italiano sequestrato, torturato e ucciso al Cairo a gennaio del 2016.

A Roma si sta tenendo infatti il processo ai quattro agenti della National security accusati delle violenze e dell’omicidio Regeni. Ieri la signora Paola è stata ascoltata in aula per raccontare i suoi “nove giorni al Cairo”: da quando cioè la famiglia ha ricevuto la notizia della scomparsa di Giulio fino al ritrovamento del cadavere. «Quando ho visto il corpo di mio figlio mi sono chiesta: “Giulio, ma cosa ti hanno fatto?”» ha raccontato la signora Regeni. Pochi istanti, «l’ho riconosciuto dalla punta del naso», «sul suo volto c’era tutto il male del mondo» aveva detto negli anni scorsi. «Ho visto la bestialità, la brutalità. Capì subito che era stato torturato» ha raccontato ieri.

La signora Paola - una sciarpa colorata, in borsa sempre i braccialetti gialli per ricordare la battaglia di verità e giustizia per Giulia - ha ricostruito anche come le arrivò la notizia della scomparsa di suo figlio. «L’ultima volta lo abbiamo visto, tramite Skype, 24 gennaio 2016. Ci disse del 25 gennaio, di cosa significasse al Cairo quella data», facendo riferimento all’anniversario delle rivolte di piazza Tahrir. «Gli dissi, “mi raccomando stai a casa”. Lui ci spiegò di aver fatto la spesa per più giorni, ci rassicurò».

La notizia della scomparsa arrivò invece il 27 gennaio. «Mio marito mi ha chiamato con una voce mai sentita - ha ricostruito - A casa mi disse che Giulio era scomparso. Quando sentii la console chiesi perché non ci avessero avvisato prima». «L’ambasciatore italiano al Cairo - ha continuato - quando ci diede la notizia della morte di Giulio ci disse che era meglio che non lo vedessimo. Mi sentii però vigliacca , insistetti. Mi rispose: “Paola, lo ricordi come era”. Andiamo all’ospedale italiano del Cairo ci troviamo un sacco bianco con il ghiaccio intorno. Avevo l’illusione che non fosse Giulio».

L’illusione, appunto. Come quella coltivata nei mesi successivi che l’Egitto potesse collaborare alle indagini. E invece il governo di Al Sisi non ha nemmeno for nito gli indirizzi dei quattro imputati nella speranza di non fare celebrare questo processo. E’ stato possibile farlo soltanto grazie a una sentenza della Corte costituzionale e all’ostinazione della procura di Roma, con il procuratore aggiunto Sergio Colaiocco, della famiglia e del loro avvocato, Alessandra Ballerini. «Vi racconto una circostanza che non ho mai detto prima» ha detto ancora ieri la signora. C’è stato un incontro casuale, in aeroporto, tra i Regeni e l’ambasciatore egiziano. «Ci siamo seduti accanto a lui, chiedendo se sapeva che c’era un processo in Italia sul caso Regeni. Ci ha detto di sì». Non hanno avuto il tempo di parlargli di Giulio, un intellettuale che amava il mondo arabo. «Fin da bambino era appassionato di storia, il mondo arabo lo ha conosciuto quando con tutta la famiglia siamo andati a Istanbul, andava in seconda media e ci accorgemmo che già aveva molto interesse per quella cultura. Giulio era sobrio, non era un giovane a cui piaceva apparire. Era una persona, un figlio desiderato, che ci manca. A tutti».

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