La lezione di Segre: “Non sparai al mio kapò e diventai donna di pace”
di Annalisa CuzzocreaLiliana Segre al Quirinale per la Giornata della memoria
(agf)ROMA — Il primo racconto di Liliana Segre è quello del respingimento alla frontiera: il padre aveva progettato una fuga in Svizzera, pensando di poterla salvare. Ma una volta varcato il confine, furono mandati indietro e arrestati: messi in carcere, a Varese, a Como, a San Vittore. Una bambina di tredici anni in prigione e poi dentro un vagone piombato diretto ad Auschwitz: «Ci spinsero su con violenza, era tutto buio, cinquanta persone e un secchio che si riempì subito per la paura. I più fortunati pregavano, tanti e tante piangevano. Io venivo da una famiglia più che laica, atea: non sapevo pregare».
Parla durante la cerimonia del Quirinale per la Giornata della memoria, la senatrice a vita Liliana Segre. Di fronte a lei ci sono gli ultimi testimoni: Edith Bruck, che ad Auschwitz entrò a 13 anni; Sami Modiano, portato a 14 anni a Birkenau; Tatiana e Andra Bucci, quando arrivarono al campo avevano solo 6 e 4 anni, ma le avevano scambiate per gemelle. Le tenevano nel capannone degli…
ROMA — Il primo racconto di Liliana Segre è quello del respingimento alla frontiera: il padre aveva progettato una fuga in Svizzera, pensando di poterla salvare. Ma una volta varcato il confine, furono mandati indietro e arrestati: messi in carcere, a Varese, a Como, a San Vittore. Una bambina di tredici anni in prigione e poi dentro un vagone piombato diretto ad Auschwitz: «Ci spinsero su con violenza, era tutto buio, cinquanta persone e un secchio che si riempì subito per la paura. I più fortunati pregavano, tanti e tante piangevano. Io venivo da una famiglia più che laica, atea: non sapevo pregare».
Parla durante la cerimonia del Quirinale per la Giornata della memoria, la senatrice a vita Liliana Segre. Di fronte a lei ci sono gli ultimi testimoni: Edith Bruck, che ad Auschwitz entrò a 13 anni; Sami Modiano, portato a 14 anni a Birkenau; Tatiana e Andra Bucci, quando arrivarono al campo avevano solo 6 e 4 anni, ma le avevano scambiate per gemelle. Le tenevano nel capannone degli esperimenti voluto da Mengele. Altrimenti, le avrebbero uccise subito.
Ascoltano con gli occhi asciutti, prosciugati da anni passati a rivivere quel che avrebbero voluto dimenticare. Il presidente Mattarella è accanto a loro. Le istituzioni sono lì per ascoltare in silenzio. Si sofferma, Segre, sulla crudeltà delle leggi fasciste sulla razza. Soprattutto, sull’indifferenza che le aveva accompagnate. Quella delle compagne di classe che non la cercarono, dopo l’espulsione da scuola solo in quanto ebrea. Della maestra, che non ebbe una parola né per lei né per la compagna col suo stesso destino.
Ricorda i pochi che si sottrassero a quel sentimento orribile, che pretende di non vedere la sofferenza inflitta per non doversene fare carico: tre famiglie, Gelbi, Sorbelli, Ravazzini. Tre amiche rimaste per sempre, anche dopo il suo ritorno. Il resto del mondo di cui pensava di far parte, fuggito via.
«Ma l’indifferenza fu anche quella che subimmo al ritorno. Nessuno aveva voglia di ascoltare le storie del campo, nessuno voleva sapere di Auschwitz».
Edith Bruck, in sedia a rotelle, ha un fremito quando Segre racconta del momento in cui ha capito di non essere capace di odiare. E soprattutto, di non essere capace di uccidere. Durante la marcia della morte cui i nazisti l’avevano costretta insieme ad altri migliaia di detenuti, «sentivo quelle che cadevano perché non ce la facevano a tenere il ritmo, gli spari su quegli scheletri che camminavano dietro di me, vedevo i corpi abbandonati in mezzo alle strade, ma non ero più la bambina affettuosa e simpatica che ero stata: ero dura, volevo vivere». Eppure, quando uno dei peggiori kapò cominciò a togliersi la divisa per confondersi con i prigionieri, per non essere catturato dall’Armata rossa. Quando allontanò i cani e gettò ai suoi piedi la pistola, come se lei non esistesse, incapace di vedere una ragazzina fantasma uscita da Auschwitz, «in quel giorno che credo fosse il primo maggio del 1945, pensai: adesso gli sparo. Fu un attimo, una vertigine, una tentazione così forte. Ma in quell’attimo capii l’enorme differenza che c’era tra me e lui. Non raccolsi quella pistola e cambiai la mia vita». Sami Modiano soffre la luce, mette gli occhiali scuri. Tatiana e Andra Bucci si stringono la mano: sono state tutto l’una per l’altra. La madre, anche lei al campo, era una figura lontana e a tratti spaventosa. Ritrovata molto tempo e molto dolore dopo.
A dispetto di tutto quel che dicono i suoi odiatori, per i quali Mattarella non si dà pace e nessuno dovrebbe farlo, Segre ha passato 45 anni in silenzio prima di capire che non poteva permetterselo. Che quel che era stato doveva essere raccontato, «anche se nemmeno gli scrittori più profondi hanno trovato le parole per descrivere le persecuzioni, le uccisioni e i campi di sterminio». Da senatrice a vita, ha voluto una commissione contro l’odio razziale che non riguardasse solo l’antisemitismo, ma tutti e tutto. Per questo la destra, all’inizio, non l’aveva votata in Parlamento. Per questo è assurdo che oggi la si accusi di pensare solo al dolore degli ebrei. Non lo ha mai fatto, ha parlato di uomini perseguitati solo per quel che erano. E di bambini la cui innocenza va salvata in qualsiasi parte del mondo vivano.
A Emanuele Altamore, liceale di Civitavecchia che — con guance arrossate e sorriso timido — le chiede «cosa dobbiamo fare, noi ragazzi, per coltivare la memoria?», dice da nonna e bisnonna qual è, con i capelli candidi, gli orecchini di perle: «Solo tre cose: studiare la storia, la geografia e lasciar perdere il telefonino». Non credere a quel che passa da lì, cercare buoni libri, storici veri, guardare le mappe e cercare di capire cosa rappresentino. A Silvia Biasini, liceale che chiede quale parola, tra le tante, può davvero combattere l’indifferenza, Segre risponde scegliendone una che è merce poco attuale, nient’affatto trumpiana o sovranista: la parola accoglienza. Davanti a lei ci sono la presidente del Consiglio Meloni, il ministro dell’Interno Piantedosi, quello della Scuola Valditara, i presidenti di Senato e Camera La Russa e Fontana, e Segre ripete: accoglienza. «Dell’altro, di qualunque colore, di qualunque religione, etnia, nazionalità. L’accoglienza risolverebbe tutti i problemi».