Cronaca

Albania, la denuncia dei dottori: “I medici militari non possono fare i pre-screening”

Albania, la denuncia dei dottori: “I medici militari non possono fare i pre-screening”

Lo denuncia una rete di realtà sanitarie che supporta i migranti. “Ci sono criticità sanitarie, deontologiche e di diritto”. E lanciano un appello ai colleghi: “Non siate complici”

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I medici della Marina militare cui è stato delegato il pre-screening dei naufraghi sulla Cassiopea, la nave militare utilizzata per il terzo tentativo di trasferimento in Albania, non avrebbero potuto svolgere quell’attività. Lo dicono espressamente l'Ordinamento dei ruoli professionali e sanitari della Polizia di Stato e il Codice dell'Ordinamento Militare secondo cui il personale medico delle forze dell'ordine o militari può occuparsi di attività cliniche rivolte ai civili solo in caso di "calamità pubbliche e infortuni". E ovviamente il protocollo Italia-Albania non lo è.

L’appello

La denuncia arriva da una rete di realtà sanitarie che supportano i migranti in mare e in terra – dalla Simm a Emergency, da Medici senza frontiere a Mediterranea – che torna a lanciare un appello a medici e infermieri, forte anche del supporto dell’Ordine dei medici, che nei mesi scorsi, con il presidente Filippo Anelli, ha affermato: “Il medico ha un’unica finalità, che è quella di curare le persone senza alcuna discriminazione. La selezione dei migranti ai fini amministrativi non costituisce un processo di cura". Un principio comune e condiviso nella rete che oggi rilancia: “Invitiamo tutti i professionisti sanitari a prendere posizione contro queste misure”. Anche perché le criticità - deontologiche, sanitarie e di diritto - individuate, sono più di una.

“Procedure inappropriate”

“Affidare queste procedure a personale sanitario militare è una scelta totalmente inappropriata sotto il profilo clinico, sanitario e deontologico. Sono persone che rispondono a una catena gerarchica, sono tenute a rispondere agli ordini. E se sono in conflitto con la tutela del paziente che succede?”, dice Nicola Cocco di Simm, società italiana di medicina per le migrazioni - Sulle navi militari prima e in Albania poi, spiega, “si è messo in moto un meccanismo per cui è impossibile tutelare il diritto alla salute delle persone”.

Il nodo numero uno è il cosiddetto pre-screening, di cui non si conoscono procedure e criteri sanitari e all’esito del quale non viene rilasciato nulla, neanche uno straccio di certificato. Altrettanto fumosa – denuncia la rete di associazioni e ong – è la procedura di accertamento dell’età. In Italia, la legge Zampa prevede un approccio olistico e multidisciplinare – dalla radiografia del polso al colloquio con uno psicologo – che su una nave militare e nei tempi necessariamente stretti riservati alla selezione “è praticamente impossibile”, ma risulta “quanto meno improbabile” anche durante i più approfonditi controlli che, stando al protocollo, si fanno in Albania.

“In conclusione – spiegano – rinnoviamo il nostro appello affinché le realtà istituzionali e professionali coinvolte o meno nel Protocollo Italia-Albania ne prendano le distanze. In particolare, riteniamo fondamentale che UNHCR, nel suo ruolo di monitoraggio delle procedure, vigili attentamente e scrupolosamente su pratiche discriminatorie e lesive della dignità umana, come la selezione medico-sanitaria”.

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