Settecentottantotto chili di cocaina sequestrati, un danno da 126milioni di euro all’economia dei clan di ‘ndrangheta che sul traffico di “bianca” fondano buona parte del proprio bilancio. È il risultato dell’ultimo sequestro nello scalo di Gioia Tauro, storica porta per l’ingresso di droga in Europa.
Negli anni, la ‘ndrangheta ha saputo diversificare i canali, ha colonizzato porti in Italia e in Ue – Spagna e Olanda, i “preferiti” – ma lo scalo calabrese, su cui i clan hanno allungato i tentacoli fin dalla posa della prima pietra come certificato dall’imbarazzante presenza del boss Mommo Piromalli al ricevimento istituzionale che l’ha festeggiata, è rimasto una costante nello schema dei traffici. A variare è stata solo la frequenza con cui negli anni viene utilizzato.
I quasi ottocento chili di cocaina sono stati trovati da Guardia di Finanza e Agenzia delle Dogane in tre container frigo provenienti dal Sud America e diretti in diversi porti in Italia e Spagna, che trasportavano pel…
Settecentottantotto chili di cocaina sequestrati, un danno da 126milioni di euro all’economia dei clan di ‘ndrangheta che sul traffico di “bianca” fondano buona parte del proprio bilancio. È il risultato dell’ultimo sequestro nello scalo di Gioia Tauro, storica porta per l’ingresso di droga in Europa.
Negli anni, la ‘ndrangheta ha saputo diversificare i canali, ha colonizzato porti in Italia e in Ue – Spagna e Olanda, i “preferiti” – ma lo scalo calabrese, su cui i clan hanno allungato i tentacoli fin dalla posa della prima pietra come certificato dall’imbarazzante presenza del boss Mommo Piromalli al ricevimento istituzionale che l’ha festeggiata, è rimasto una costante nello schema dei traffici. A variare è stata solo la frequenza con cui negli anni viene utilizzato.
I quasi ottocento chili di cocaina sono stati trovati da Guardia di Finanza e Agenzia delle Dogane in tre container frigo provenienti dal Sud America e diretti in diversi porti in Italia e Spagna, che trasportavano pellet e casse di pesce congelato. I “frigo” sono da sempre i “preferiti” dei clan: l’apertura rischia di provocare il deperimento della merce e la perdita dell’intero carico, con conseguenti rogne con il fornitore qualora l’esito del controllo sia negativo.
Negli anni, scanner sempre più potenti hanno permesso di “vedere” l’interno dei contenitori ancor prima di aprirne i portelloni e un meccanismo sempre più efficace di monitoraggio delle spedizioni - che tiene insieme storico della ditta di import export, porti di partenza, rotte - ha spesso permesso di individuare con sempre maggiore efficacia i container sospetti.
All’arrivo in porto vengono prima controllati con gli scanner. In caso di anomalie, tocca alla squadra cinofila della Guardia di Finanza, che anche oggi non ha sbagliato.
Alcuni panetti di cocaina erano nascosti dentro centinaia di sacchi di pellet, mentre altri erano stati accuratamente occultati all'interno di un'intercapedine ricavata nel vano motore di un container refrigerato che trasportava pesce surgelato.