Cronaca

Il ragazzo col cervello di vetro. Così l’eruzione del Vesuvio ha preservato una vittima di Ercolano

Lo scheletro del guardiano
Lo scheletro del guardiano 

Una nube di cenere di 510 gradi, quasi invisibile, ha investito la città prima della pioggia di pomici. La temperatura è poi crollata, vetrificando i neuroni del giovane custode del Collegium Augustalium

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Una lingua di aria torrida, ben oltre i 500 gradi, quasi invisibile se non per una nebbia di cenere fine, avvolse Ercolano la sera dell’eruzione del Vesuvio. Non che la situazione durante il giorno fosse stata tranquilla – una colonna di fumo si era innalzata dal cratere per 30 chilometri – ma per tutta la giornata del 24 agosto dell’anno 79 l’antica città portuale di Herculaneum era sfuggita ai danni dell’eruzione.

La decisione del giovane custode

La pioggia di pomici che già martellava Pompei aveva risparmiato fino a quella sera gli abitanti di Ercolano. Molti affollavano le banchine in cerca di una nave che li portasse in salvo. Invano però: il sollevamento del terreno aveva reso i moli inservibili.

Forse per fedeltà, forse per un mal riposto senso di tranquillità, il custode del Collegium Augustalium, un tempio dedicato al culto di Augusto, scelse piuttosto di andare a dormire nella sua stanza all’interno del tempio.

Il ragazzo, dell’apparente età di 20 anni, era disteso quando lo raggiunse l’ondata torrida, un fenomeno dell’eruzione del Vesuvio che fino a ieri era rimasto ignoto ai vulcanologi. Tanto estreme sono state le sue manifestazioni da produrre sul cervello del ragazzo un effetto mai osservato prima d’ora, trasformandolo in vetro.

La descrizione di questo processo più unico che raro è affidata a un articolo sulla rivista Scientific Reports coordinato dai vulcanologi dell’università di Roma Tre, dagli antropologi dell’università Federico II di Napoli e dal Cnr.

Un frammento del cervello
Un frammento del cervello 

Come si arriva alla vetrificazione

“Un tessuto biologico particolare come il cervello, ricco di acqua, ha bisogno di condizioni davvero particolari per trasformarsi in vetro” spiega Guido Giordano, geologo di Roma Tre.

“Prima un riscaldamento molto rapido che superi i 510 gradi. Poi un altrettanto repentino raffreddamento, che non deve superare l’arco dei pochi minuti e deve mantenere il corpo esposto all’aria. Se fossero stati sepolti dalla cenere, infatti, i resti del ragazzo sarebbero rimasti caldi anche per giorni”.

La nube di cenere torrida

Solo un fenomeno, fra quelli noti ai vulcanologi, rispetta tutte le condizioni necessarie per la vetrificazione di un cervello: una nube di cenere fine che si sviluppa ai margini di una corrente piroclastica.

Quest’ultima è un’ondata di materiale eruttivo che investe e seppellisce tutto: così era stata distrutta Pompei dalla mattina del 25 agosto mentre a Ercolano era già successo tra la notte del 24 e la giornata del 25.

“Prima ancora però il centro della città portuale era stato investito dalla rapida ondata torrida” spiega Giordano. “Per noi è stata una sorpresa: conosciamo bene il sottile strato di cenere che nella prima fase dell’eruzione si è depositato in basso, direttamente sul basolato delle strade. Solo le analisi sul cervello vetrificato ci hanno permesso però di capire quali condizioni estreme si devono essere verificate in quei momenti”.

Il raffreddamento improvviso

Il calore improvviso ha distrutto parte del tessuto cerebrale. Il cranio però gli ha impedito di evaporare come è accaduto invece ai tessuti esterni. Il raffreddamento improvviso ha evitato che il cervello tornasse solido tramite un normale processo di cristallizzazione.

Dopo il passaggio della nube di cenere, infatti, il collasso della temperatura è stato talmente repentino che la materia si è riorganizzata in una conformazione nuova, amorfa e caotica: il vetro appunto.

“Tutto questo è ben verificabile in laboratorio” conferma il vulcanologo. “Abbiamo sottoposto il campione di cervello a una serie di sbalzi di temperatura, fino a mille gradi in un secondo, e siamo sicuri delle nostre conclusioni. I colleghi biologi con il microscopio elettronico hanno perfino riconosciuto dei neuroni intatti”.

Le altre vittime al porto

Perché solo il custode del Collegium Augustalium, fra tutte le vittime di Ercolano, abbia subito la vetrificazione del cervello è difficile da motivare. “Sappiamo però che il suo corpo era in una posizione particolare” riflette Giordano.

“La maggior parte delle vittime di Ercolano si concentrava nella zona del porto, dove speravano di fuggire. Lui per ragioni a noi ignote era invece nel suo letto. Potrebbe addirittura essere morto di paura prima dell’ondata di cenere. Era in ogni caso in un ambiente chiuso. Le condizioni ambientali erano probabilmente diverse da quelle del resto dei suoi concittadini”.

Lo scheletro del custode di Ercolano, con il cervello vetrificato, si trovano ancora in loco, all’ingresso del Collegium, ma non sono ancora visitabili.

Quei frammenti color ossidiana

PierPaolo Petrone, l’antropologo forense della Federico II che da anni studia le vittime dell’eruzione, era stato colpito nel 2020 dai frammenti lucidi, color ossidiana, visibili tra le ossa frantumate del cranio. Solo oggi però i test in laboratorio hanno confermato l’inedito e sorprendente processo di vetrificazione.

“Resti biologici molto antichi possono conservarsi in diversi modi” spiega Giordano. “Conosciamo bene le mummie. Possono poi verificarsi fenomeni di saponificazione o alcalinizzazione, che però prevedono delle sostituzioni di alcune componenti chimiche. Nel caso del custode di Ercolano invece la composizione chimica del cervello è rimasta intatta, con alcuni neuroni ben distinguibili”.

Casi analoghi nei tempi recenti

La scoperta che ondate di cenere torrida possono spazzare i dintorni di un vulcano, arrivando improvvise e quasi invisibili, è importante anche oggi ai fini della prevenzione. Il Volcan de Fuego nel 2018 uccise oltre 200 persone senza riversare grandi quantità di materiale eruttivo attorno a sé; si sospetta un fenomeno simile a quello di Ercolano.

A causa di una nube di cenere calda eruttata nel 1991 dal vulcano giapponese Unzen sono morti probabilmente anche i coniugi Krafft, insieme ad altre 41 persone. La coppia francese era nota per i suoi documentari privi del senso del pericolo e per il film a loro dedicato dopo la morte: Fire of love.

Quel giugno di 34 anni fa pensavano di essere relativamente al sicuro, su un pendio abbastanza riparato dell’Unzen. A ucciderli invece fu proprio un’ondata di cenere tanto torrida quanto imprevedibile.

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