La cifra, pur approssimativa, è assai elevata: sarebbero oltre 2.600 le italiane e gli italiani detenuti in un paese straniero. Diverse, diversissime, le condizioni di ciascuno: persone condannate in via definitiva, altre sotto processo, altre ancora in attesa di giudizio. Moltissime, sottoposte a condizioni di carcerazione che violano i diritti e le garanzie fondamentali, spesso vittime di trattamenti inumani e degradanti e di torture, talvolta scomparse nel fondo oscuro di celle sotterranee.
È una folla di nostri connazionali di cui nulla sappiamo, se non quando, come nel caso di Giulio Regeni, una fine tragica ci fa conoscere tardivamente il loro calvario e l’abominio dei loro carnefici. Il nome di Regeni oggi torna inesorabile perché la vicenda di Alberto Trentini, il cooperante detenuto da 111 giorni in un carcere di Caracas, presenta qualche inquietante affinità. Nei confronti del primo come del secondo, non c’è…
La cifra, pur approssimativa, è assai elevata: sarebbero oltre 2.600 le italiane e gli italiani detenuti in un paese straniero. Diverse, diversissime, le condizioni di ciascuno: persone condannate in via definitiva, altre sotto processo, altre ancora in attesa di giudizio. Moltissime, sottoposte a condizioni di carcerazione che violano i diritti e le garanzie fondamentali, spesso vittime di trattamenti inumani e degradanti e di torture, talvolta scomparse nel fondo oscuro di celle sotterranee.
È una folla di nostri connazionali di cui nulla sappiamo, se non quando, come nel caso di Giulio Regeni, una fine tragica ci fa conoscere tardivamente il loro calvario e l’abominio dei loro carnefici. Il nome di Regeni oggi torna inesorabile perché la vicenda di Alberto Trentini, il cooperante detenuto da 111 giorni in un carcere di Caracas, presenta qualche inquietante affinità. Nei confronti del primo come del secondo, non c’è stata alcuna imputazione, né formale né informale: e l’assassinio del ricercatore italiano a Il Cairo fu l’epilogo di una “operazione segreta” condotta da un segmento degli apparati statuali del regime egiziano. Anche nei confronti di Trentini — che soffre di ipertensione e necessita di farmaci specifici — non è stata mossa, sinora, alcuna accusa. Ma le similitudini si fermano qui, dal momento che, a imprigionare il cooperante veneziano, è il sistema giudiziario della Repubblica del Venezuela. Non una gang di agenti senza nome, dunque, ma un organismo istituzionale. Ciononostante, la situazione del nostro connazionale appare drammatica, e proprio perché è come se galleggiasse in uno spazio buio, dove non si palesano accusatori e giudici, avvocati e diplomatici, ma si avverte solo quel clima che precipita i prigionieri in un luogo senza legge, senza protezione e senza tempo. E qui, nell’assenza totale di notizie e informazioni sanitarie, resta l’immagine della bella faccia di Alberto Trentini, come un ologramma o il lampo di una istantanea.
Quasi che l’uomo fosse sospeso nel vuoto: nessuna possibilità di una visita consolare e nessuna opportunità di comunicazione tra lui e i familiari e tra lui e i legali. Siamo in presenza di un regime politico che pur presentando acute criticità e significative tendenze autoritarie, vorrebbe conservare ordinarie relazioni con la maggior parte dei paesi democratici, al fine di rompere quell’isolamento cui lo hanno portato le scelte politiche dei successivi governi e i provvedimenti repressivi nei confronti delle opposizioni.
È esattamente la natura del sistema politico venezuelano che rende tanto preoccupante la sorte di Trentini e molto difficoltosa l’attività diplomatica che il governo italiano afferma di avere intrapreso per arrivare alla sua liberazione. Così, ancora una volta, si è posta una questione sempre ricorrente in simili circostanze: quale è la strategia più adeguata per raggiungere l’obiettivo?
Non c’è dubbio che il lavoro silenzioso e riservato del Ministero degli Esteri e della nostra rappresentanza diplomatica sia fondamentale, ma fino a quando e in quali termini e con quali effetti il carattere segreto delle trattative potrà risultare utile? Per circa tre mesi sul destino di Alberto Trentini le notizie sono state scarse e occasionali: oggi, infine, se ne parla diffusamente e la solidarietà scattata intorno alla sua persona non sembra, certo, costituire un fattore di rischio, ma il suo contrario: una qualche forma di tutela. In poche ore, decine di migliaia di firme di cittadini che ne chiedono la liberazione e centinaia di iniziative, piccole e grandi, in tutta Italia. La situazione resta nebulosa, ma c’è una certezza: tutte le volte che una vicenda di ingiustizia o un caso di arbitrio o una iniqua detenzione hanno avuto la capacità di mobilitare settori dell’opinione pubblica e smuovere le menti e i cuori — insomma, quando il velo è stato strappato — il potere ostile si è ritrovato più debole. E va notato che, come sempre, accanto alle vittime, più, assai più dei soggetti della politica, si incontrano figure (spesso femminili) di familiari intrepidi e ostinati. In questo caso la madre coraggio di Alberto Trentini.
Non si cada nell’equivoco di considerare ciò come la prevedibile espressione del sentimento di un “cuore di mamma” o la perenne manifestazione di un carattere nazionale afflitto da immarcescibile familismo. Qui, la soggettività dolente di una madre si innerva in una domanda di giustizia e dà nutrimento all’affermazione del diritto. Se la politica, le relazioni internazionali e le strategie diplomatiche tentennano fino a rivelarsi vane, le parole di Armanda Trentini possono costituire una potente risorsa in grado di rivitalizzare e rinnovare il senso profondo della cittadinanza.