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Otto milioni di donne senza lavoro. È il tesoro che stiamo sprecando

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L’Istat le definisce “inattive”. Sono scoraggiate, hanno più ostacoli, ma studiano di più. E grazie a loro l’economia volerebbe. Il rapporto di Cnel e Istat
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ROMA – Donna, giovane, meridionale, straniera, madre, poco istruita. Ricadere in una o più di queste definizioni significa ancora, nell’Italia di oggi, essere lavoratrice sottopagata, sfruttata, disoccupata. O inattiva perché “scoraggiata”, convinta di non avere possibilità. Il 65% degli inattivi in Italia è donna. In totale, 7,8 milioni di cui più di un terzo per ragioni familiari: figli o parenti da accudire. Un milione e 300 mila di queste donne vorrebbe lavorare ed emanciparsi. In 600 mila rinunciano anche all’idea. Ma qui c’è il vero tesoro nascosto.

Studiano di più, lavorano di meno

Lo racconta il nuovo rapporto elaborato da Cnel e Istat sulle donne, presentato ieri e firmato da Cristina Freguja, Maria Clelia Romano, Linda Laura Sabbadini. Le…

ROMA – Donna, giovane, meridionale, straniera, madre, poco istruita. Ricadere in una o più di queste definizioni significa ancora, nell’Italia di oggi, essere lavoratrice sottopagata, sfruttata, disoccupata. O inattiva perché “scoraggiata”, convinta di non avere possibilità. Il 65% degli inattivi in Italia è donna. In totale, 7,8 milioni di cui più di un terzo per ragioni familiari: figli o parenti da accudire. Un milione e 300 mila di queste donne vorrebbe lavorare ed emanciparsi. In 600 mila rinunciano anche all’idea. Ma qui c’è il vero tesoro nascosto.

Studiano di più, lavorano di meno

Lo racconta il nuovo rapporto elaborato da Cnel e Istat sulle donne, presentato ieri e firmato da Cristina Freguja, Maria Clelia Romano, Linda Laura Sabbadini. Le autrici raccontano di un mondo dell’occupazione al femminile che cresce, ma cresce zoppo. Meno dell’Europa e meno degli uomini con una distanza siderale di 13 punti con la Francia e la media Ue, 20 con la Germania, 8 con la Spagna e 18 con gli uomini di casa nostra. Le donne lavorano meno. Quando lo fanno, anche a parità di condizioni, orari, scatti di carriera, vengono retribuite meno: con differenze più marcate per bassi livelli di scolarizzazione, ma che permangono sin su in cima.

Se poi a spingere quest’occupazione – di 6 punti tra 2008 e 2024 contro gli 8,6 della media europea – sono soprattutto le over 50, trattenute al lavoro dalle strette pensionistiche meloniane degli ultimi anni (Opzione donna di fatto azzerata), allora si capisce che abbiamo un problema. Giovani donne che studiano di più, si diplomano e laureano prima e di più e poi vengono assunte di meno e meno in fretta. Tutto si cronicizza in Italia. Persino la disoccupazione di lunga durata è “di genere”. Le donne in cerca di posto da un anno o più sono il 54%. Diventano il 65% al Sud e il 75% tra le madri sole. Quelle single con figli che lavorano sono un milione. E hanno più “elementi di vulnerabilità”: contrattini, paghe basse, in settori come i servizi alle famiglie, gli alberghi e la ristorazione.

Stipendi a picco, poche ai vertici

Fili di luce qui e lì si intravedono. Per esempio tra 2008 e 2024 la quota di coppie in cui solo l’uomo lavora è calata di oltre sei punti, dal 33% al 25%. Ma l’Italia è al terzo posto in Europa per incidenza di coppie monoreddito maschile: 25% contro 16% di media Ue. Ed è terzultima per coppie in cui i partner hanno un reddito simile.

La donna, se lavora, guadagna meno. Spesso perché lavora anche meno ore al giorno, meno mesi all’anno, meno anni nella vita. Anche se il 42% delle madri il part-time lo subisce e vorrebbe il tempo pieno. Addirittura il 67% delle donne senza figli. Non stupisce che la lavoratrice guadagni in media 6 mila euro all’anno meno degli uomini. Stupisce però che il 34% delle donne non riesca mai a uscire dalla bassa retribuzione contro il 18% degli uomini: una condanna a vita. Per le over 45 il gender pay gap resta superiore al 30% per quasi tutti i livelli di scolarizzazione, fino alla laurea.

Alla “segregazione orizzontale” – le donne sono confinate in 21 professioni, per lo più segretarie, commesse, infermiere, maestre, colf, contro le 53 degli uomini che spaziano dal bracciante al professionista – si aggiunge la “segregazione verticale”. Faticano ad entrare. E quando entrano faticano a salire, a fare carriera.

l rapporto stupisce con i numeri: una sola donna presidente di Regione in Italia, solo il 15% di sindache (due nei venti Comuni capoluogo), il 33,6% di parlamentari donna (in Spagna sono il 43%), il 30% con funzioni governative, il 21% di magistrate con incarichi top, appena il 2,9% di amministratrici delegate e il 16% di direttrici di azienda. Solo il 28,8% delle aziende italiane è a conduzione femminile.

Dice il presidente del Cnel Renato Brunetta che bisogna «rompere la gabbia degli stereotipi di genere e investire per l’occupazione delle donne più giovani». Non basta avere l’unica presidente del Consiglio donna in Europa. Bisogna agire con le donne e per le donne. A partire da quel tesoro delle “inattive” da riscoprire e risvegliare. Non solo per spingere l’economia e portare il Sud al livello del Centro-Nord. Ma per ridare dignità.

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