“Siamo l’orgoglio del made in Italy ma abbiamo perso la libertà”
di Maria Novella De Luca“Ancora me lo ricordo il giorno in cui fui assunta a “La Perla”. Avevo 21 anni, era il 1987, entrai dal gradino più basso, apprendista, c’era ancora la fondatrice, la signora Ada Masotti, ci trattava come figlie, la prima paga fu di 800mila lire, avevo studiato da modellista e lì dentro c’erano i pizzi e le sete più belli del mondo. Mi sembrava un sogno: uno stipendio e un posto sicuro in fabbrica. Forse è una frase fatta ma per una donna il lavoro è tutto, vuol dire libertà, indipendenza economica dagli uomini e anche felicità. Oggi che rischiamo di perdere ogni cosa, io mi sento violentata».
Antonella Benedettini ha 58 anni, un intatto orgoglio operaio, un marito, un figlio che studia all’università, un mutuo e sulle spalle oltre un anno di cassa integrazione insieme ad altre 200 “perline”, le lavoratrici della famosa casa di lingerie di lusso bolognese. «Arrivavano gli ordini da Dubai per reggiseni e top ricamati in oro zecchino. Utilizzavamo soltanto pizzi francesi, venivano da Ca…
“Ancora me lo ricordo il giorno in cui fui assunta a “La Perla”. Avevo 21 anni, era il 1987, entrai dal gradino più basso, apprendista, c’era ancora la fondatrice, la signora Ada Masotti, ci trattava come figlie, la prima paga fu di 800mila lire, avevo studiato da modellista e lì dentro c’erano i pizzi e le sete più belli del mondo. Mi sembrava un sogno: uno stipendio e un posto sicuro in fabbrica. Forse è una frase fatta ma per una donna il lavoro è tutto, vuol dire libertà, indipendenza economica dagli uomini e anche felicità. Oggi che rischiamo di perdere ogni cosa, io mi sento violentata».
Antonella Benedettini ha 58 anni, un intatto orgoglio operaio, un marito, un figlio che studia all’università, un mutuo e sulle spalle oltre un anno di cassa integrazione insieme ad altre 200 “perline”, le lavoratrici della famosa casa di lingerie di lusso bolognese. «Arrivavano gli ordini da Dubai per reggiseni e top ricamati in oro zecchino. Utilizzavamo soltanto pizzi francesi, venivano da Calais e Noyon, lì ci sono gli antichi telai del Settecento, i ricami preziosissimi li compravamo in Veneto. Facevo i cartamodelli, ma la signora Ada appena entrata mi affiancò a una sarta anziana perché imparassi a cucire e tagliare la seta: corpetti, reggiseni, sottovesti, erano capolavori quelli che uscivano dalle nostre mani».
Erano. Perché a oltre settant’anni dalla fondazione nel 1954, “La Perla”, così chiamata da Ada Masotti, “bustaia” bolognese che aprì la sua piccola azienda affidandosi alle mani di straordinarie ricamatrici, con i capi che venivano venduti in scatole di velluto rosso simili al guscio di una perla, oggi è in dismissione. Dopo i fasti degli anni Ottanta e Novanta con l’azienda guidata da Alberto Masotti figlio di Ada, alla fine del secolo scorso con le vendite già in declino nonostante il brand di lusso, Masotti nel 2008 cede definitivamente “La Perla” a un fondo straniero. «È stato l’inizio della fine» ricorda Antonella che oggi festeggerà l’8 marzo con le compagne di fabbrica, facendo volantinaggio e vendendo magliette cucite dalle “perline” per sostenere le iniziative di lotta.
«Eravamo 1200 lavoratrici, oggi siamo poco più di 200. L’azienda è stata divisa in tre rami, ma soltanto noi del ramo manufactoring siamo coperte dagli ammortizzatori sociali, per le altre colleghe la cassa è già scaduta o sta per scadere. Vuol dire restare senza più nulla, nemmeno un euro di guadagno. Da un anno lavoro pochi giorni al mese e mi pesa moltissimo. Ci andavo contenta in fabbrica, sono cresciuta sempre di più, l’azienda proponeva continui corsi di aggiornamento, avrei voluto trasmettere il mio sapere alle tante ragazze giovani che amano la lingerie di lusso ed escono dalle scuole di moda, invece il nostro sapere andrà perduto. Eppure siamo l’orgoglio del made in Italy. Soltanto per il manufactoring oggi in amministrazione controllata forse un compratore c’è, ma noi lottiamo per salvarci tutte, nessuna deve restare indietro».
Sì, perché la battaglia delle operaie della “Perla” è anche una storia di enorme solidarietà femminile, di sorellanza, per usare una parola femminista.
«In fabbrica si cresceva insieme. Matrimoni, nascite, battesimi, feste, mi alzavo alle sei del mattino, portavo mio figlio al nido, finivo alle 18, anche più tardi, per fortuna mia madre mi aiutava, preparavo la cena e il giorno dopo si ricominciava. Nei tempi buoni sono arrivata anche a guadagnare duemila euro la mese, oggi alle soglie della pensione sono dovuta tornare a chiedere i soldi a mio marito addirittura per il parrucchiere. E poi c’è il mutuo, un figlio che fa l’università fuori Bologna, tra cinque anni potrei andare in pensione, mi sembra invece una meta che svanisce davanti agli occhi, tante di noi non riescono più a dormire. Abbiamo tutte oltre cinquant’anni, chi vuoi che ci assuma più?».
Ma non è soltanto questo. È l’orgoglio di lavorare, di uscire di casa, di incontrare le altre, di guadagnare, dice Antonella Benedettini. «Pensate l’emozione di modificare un modello di reggiseno per farlo brillare di cristalli Svarowski, usare il raso più leggero per un body, creare completi che ogni donna vorrebbe avere. La disoccupazione a tutte le età è un delitto. In particolare per noi donne, perché ci rende vulnerabili, dipendenti dai nostri compagni, se ne abbiamo e se lavorano. Tra di noi ci sono delle madri single, mantengono i figli da sole, alcune sono già senza nemmeno la cassa integrazione, pensate che tragedia».
Già. Però una delle canzoni delle “perline” è "Sebben che siamo donne”, riveduta e corretta. Le operaie si sono messe in “lega” e fondato l’associazione “Unicheunite” dove disegnano e cuciono magliette con il logo della loro lotta, tre donnine stilizzate che si tengono per mano. Un piccolo business per finanziare le azioni di protesta, per sostenere le compagne che non hanno gli ammortizzatori sociali, ma anche, dice Antonella «per uscire, socializzare».
«Quando manca il lavoro ci si ritrova sole tra le mura di casa, quando perdi la tua occupazione e il tuo stipendio perdi anche la libertà».