Teresa Manente: “Una svolta il reato di femminicidio, ma non resti uno spot”
di Maria Novella De LucaROMA – «L’introduzione del reato di femminicidio nel codice penale segna un momento di svolta nel riconoscimento giuridico della violenza di genere. Ma senza gli strumenti per un’applicazione efficace e finanziata, i diritti restano parole vuote». Usa parole chiare l’avvocata Teresa Manente, tra le più esperte conoscitrici del diritto in tema di violenza contro le donne, con decine e decine di vittime difese nei tribunali.
Manente, c’era bisogno di questo disegno di legge? Non bastavano le norme attuali, già molto severe? Anche i centri antiviolenza, come Differenza Donna di cui è lei è responsabile dell’ufficio legale, affermano che per fermare i femminicidi bisogna lavorare sulla cultura della sopraffazione maschile.
«Ma il senso del disegno di legge è proprio questo. È un atto importante per modificare quella cultura. Il problema sarà poi l’applicazione concreta, ma riconoscere che la violenza maschile contro le donne è un fenomeno sociale e strutturale, addirittura un reato a sé, …
ROMA – «L’introduzione del reato di femminicidio nel codice penale segna un momento di svolta nel riconoscimento giuridico della violenza di genere. Ma senza gli strumenti per un’applicazione efficace e finanziata, i diritti restano parole vuote». Usa parole chiare l’avvocata Teresa Manente, tra le più esperte conoscitrici del diritto in tema di violenza contro le donne, con decine e decine di vittime difese nei tribunali.
Manente, c’era bisogno di questo disegno di legge? Non bastavano le norme attuali, già molto severe? Anche i centri antiviolenza, come Differenza Donna di cui è lei è responsabile dell’ufficio legale, affermano che per fermare i femminicidi bisogna lavorare sulla cultura della sopraffazione maschile.
«Ma il senso del disegno di legge è proprio questo. È un atto importante per modificare quella cultura. Il problema sarà poi l’applicazione concreta, ma riconoscere che la violenza maschile contro le donne è un fenomeno sociale e strutturale, addirittura un reato a sé, è un grande passo in avanti. Anzi direi un obbligo che nasce dalla ratifica della Convenzione di Istanbul. Se penso che fino al 2009 non potevano essere puniti gli atti di persecuzione degli ex partner, è davvero tanta la strada che abbiamo fatto».
Quindi lei ritiene, davvero, che l’istituzione del reato di femminicidio potrà essere un deterrente alla violenza contro le donne?
«Se crediamo che le leggi servano per indurre dei cambiamenti nella società, la risposta è sì. Per la prima volta, si propongono una “fattispecie incriminatrice” e aggravanti che pongono al centro la libertà delle donne come bene giuridico fondamentale. Riconoscendo che la violenza di genere non è un insieme di episodi isolati, ma un sistema che discrimina, schiaccia e limita la vita delle donne, fino al loro annientamento fisico. Il “femmicidio”, come lo ha definito Marcela Lagarde nel 2008, è l’ultimo e più letale atto in un sistema di condotte misogine che si perpetuano a livello sociale e istituzionale».
Anche nel negare giustizia alle donne la cui parola spesso non è creduta, anzi a volte addirittura ignorata?
«L’introduzione del reato di femminicidio ci aiuterà a superare le mistificazioni con cui la violenza di genere viene raccontata: non è “troppo amore”, né “gelosia”, né “un raptus”, ma una violenza strutturale. Però lo sappiamo, le leggi non bastano. Lo abbiamo visto negli ultimi 15 anni: l’introduzione di nuove norme ha permesso di assicurare una protezione più immediata e di contrastare ulteriori violenze, ma senza risorse adeguate il loro impatto resta limitato».
Appunto, senza risorse i diritti restano parole vuote. Come farà il sistema giustizia ad assicurare quella celerità di presa in carico e di ascolto delle donne prevista dal disegno di legge?
« Infatti noi chiediamo che l’introduzione del reato di femminicidio sia accompagnata da un finanziamento concreto per rafforzare il funzionamento degli uffici giudiziari, garantendo tempi rapidi e una giustizia accessibile. Estendere e finanziare la formazione obbligatoria di magistrati, forze dell’ordine e operatori della rete antiviolenza. E assicurare misure strutturali di prevenzione e protezione per le donne a rischio».