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I misteri di Sabrina Minardi, la donna del boss della Magliana che riaprì il caso Orlandi

(ansa)

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La donna è morta a Bologna a 65 anni. Legata a “Renatino” De Pedis, fece rivelazioni sulla ragazza scomparsa ma non fu creduta
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È il marzo del 2006 quando Sabrina Minardi, 46 anni, si presenta davanti ai magistrati di Roma. È lì per una rivelazione clamorosa, dice: «Io so chi ha rapito Emanuela Orlandi», la quindicenne cittadina vaticana di cui non si hanno più notizie dal 22 giugno 1983. Inizia a raccontare guadagnandosi il titolo di «supertestimone», un’investitura che scricchiolerà fino a crollare sotto il peso di contraddizioni, cambi di versione e ripensamenti.

Minardi è morta in provincia di Bologna, a 65 anni, nella comunità nella quale era ospite. Un matrimonio – e una figlia – con la bandiera della Lazio, Bruno Giordano, poi una relazione tra la primavera del 1982 e il novembre del 1984 col boss della banda della Magliana Enrico De Pedis, detto “Renatino” a cui la polizia arrivò, in un’occasione, proprio pedinando lei. E sarebbe stata la frequentazione di Renatino a metterla a conoscenza di segreti clamorosi sulla scomparsa di Emanuela.

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È il marzo del 2006 quando Sabrina Minardi, 46 anni, si presenta davanti ai magistrati di Roma. È lì per una rivelazione clamorosa, dice: «Io so chi ha rapito Emanuela Orlandi», la quindicenne cittadina vaticana di cui non si hanno più notizie dal 22 giugno 1983. Inizia a raccontare guadagnandosi il titolo di «supertestimone», un’investitura che scricchiolerà fino a crollare sotto il peso di contraddizioni, cambi di versione e ripensamenti.

Minardi è morta in provincia di Bologna, a 65 anni, nella comunità nella quale era ospite. Un matrimonio – e una figlia – con la bandiera della Lazio, Bruno Giordano, poi una relazione tra la primavera del 1982 e il novembre del 1984 col boss della banda della Magliana Enrico De Pedis, detto “Renatino” a cui la polizia arrivò, in un’occasione, proprio pedinando lei. E sarebbe stata la frequentazione di Renatino a metterla a conoscenza di segreti clamorosi sulla scomparsa di Emanuela.

Il matrimonio con Bruno Giordano

 (ansa)

De Pedis, ucciso nel 1990, era entrato nel caso Orlandi solo un anno prima, quando una telefonata anonima a Chi l’ha visto? aveva suggerito di andare a vedere chi fosse sepolto nella cripta della Basilica di Sant’Apollinare, a Roma, per conoscere la verità sulla scomparsa, e citava il «favore che Renatino fece al cardinal Poletti». Un’esca che poteva suggerire due cose: De Pedis era stato sepolto lì come ricompensa per aver aiutato qualcuno interno alla Chiesa a sbarazzarsi del corpo di Emanuela, oppure, addirittura, che Emanuela fosse stata sepolta nella sua stessa tomba.

Sabrina ascolta quella telefonata alla tv durante un rehab da tossicodipendenza e si convince che deve presentarsi ai magistrati. Racconta che sono stati due malavitosi a rapire Emanuela per conto di Renatino e su ordine del capo dello Ior, monsignor Paul Marcinkus, che in seguito l’avrebbe anche incontrata. La ragazza sarebbe stata tenuta prigioniera in un sotterraneo nel quartiere Monteverde e poi uccisa. Quando la polizia scientifica entra nell’appartamento indicato da Minardi trova diverse corrispondenze col racconto della donna, compreso un misterioso corridoio sotterraneo che porta direttamente all’ospedale San Camillo. Ce n’è abbastanza per aprire una seconda inchiesta dopo la prima, chiusa nel ‘97. Poi, però, arrivano le incongruenze.

Sabrina Minardi in una foto recente dal suo Instagram (ansa)

Il 25 giugno 2006 Minardi ci ripensa e cambia versione: sarebbe stata proprio lei, insieme a De Pedis e al suo uomo di fiducia, Sergio Virtù, a prelevare Emanuela a un bar del Gianicolo e ad accompagnarla al benzinaio del Vaticano dove sarebbe stata consegnata a un sacerdote su una Mercedes targata Città del Vaticano. Le ricostruzioni di Minardi si moltiplicano: Emanuela trasferita in un paese arabo, Emanuela sequestrata da tre uomini, no, da due donne, Emanuela infilata in un sacco e gettata dentro una betoniera da De Pedis e Sergio Virtù oppure buttata in mare. Una serie rocambolesca di cambi di versione, la supertestimone diventa una mitomane.

Il 30 settembre del 2015 l’inchiesta viene archiviata, la Procura definisce Sabrina Minardi «un testimone difficile a causa della sua tossicodipendenza», le sue dichiarazioni «inverosimili» e «contraddittorie». Nel frattempo si è afflosciata anche la pista di Sant’Apollinare: nel 2012, tra il clamore mediatico, si riesuma il corpo di De Pedis ma si scopre che nella tomba c’è solo Renatino, sepolto lì come ricompensa per le generose oblazioni elargite dalla famiglia De Pedis.

«Ad alcune cose che ha detto Minardi ho sempre creduto», dice adesso il fratello di Emanuela, Pietro Orlandi. «Ho provato a incontrarla, ma non ha mai voluto». Orlandi si chiede come mai la Commissione parlamentare di inchiesta non abbia mai ritenuto opportuno di convocarla. «Le sue dichiarazioni – taglia corto il presidente della Commissione, Andrea De Priamo – sono già state ritenute inattendibili».

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