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Generazione Olly: “Altro che fragili, sanno cosa vogliono”

Il cantante è diventato la voce dei ventenni di oggi. Gli esperti: ragazzi che cercano una loro dimensione
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Voleva cantare il suo piccolo mondo ed è finito a rappresentare una generazione, Federico Olivieri in arte Olly, 23 anni quasi 24, cantautore nato rapper che negli ultimi venti giorni ha messo in fila tutto o quasi l’imprevedibile: la vittoria del Festival di Sanremo e il no a Eurovision, i sold out in 30 palazzetti e 2 ippodromi, il primo posto in tutte le classifiche e un doppio disco di platino con il suo Tutta vita. A dirlo, il modo con cui è salito e sceso dal palcoscenico più nazionalpopolare di sempre, nella settimana in cui Sanremo ogni anno si fa Paese. E da dove questo inaspettato neo personaggio nazionale — spoiler: il rischio boomersplaining c’è tutto — pare diventato il volto (e la voce, e le spalle larghe) più adatto a spiegarci i nuovi ventenni. Dal piccolo mondo di Federico, al mondo nuovo di Olly.

A certificare il fenomeno Olly e farne piccola, grande icona generazionale, del resto, è stata una frenata in tempi in cui pare si possa solo correre, il suo no alla partecipazione a Eurovision. Gran rifiuto deciso perché «voglio fare tutto al mio passo, sogni compresi», — è stata la spiegazione — che in queste settimane è stato interpretato nei modi più vari. Per alcuni è marketing, per i maligni la paura da limiti all’autotune, per molti altri «l’affermazione del valore dell’autodeterminazione, in cui questa generazione crede molto di più di altre». Per Francesca Pongiglione, professoressa di filosofia al San Raffaele di Milano, direttrice dell’Ecse, l’European Center for Social Ethics, è che «questi ventenni hanno maggior conoscenza e consapevolezza di sé, dei limiti e fragilità ma anche delle proprie possibilità». A dimostrazione che un no può raccontarne tanti altri, insomma.

Avverso per definizione a ogni tipo di generalizzazione, Edoardo Prati, classe 2004, ventenne che ai ventenni parla anche da firma di Repubblica, ammette che sì: un racconto diverso della Generazione Z è possibile, «dopo tanta narrazione sbagliata sui giovani, un difetto di fondo basato sulla spettacolarizzazione dei difetti del tempo invece che sull’ascolto reale di quello che i giovani vogliono, sanno, pensano». La parabola a sorpresa del vincitore di Sanremo, così, può diventare l’occasione per riscoprirne altre. Non quelle dei ventenni usciti devastati dai lockdown e dalle lezioni a distanza di era Covid, né gli hikikomori che scelgono di restare chiusi nelle proprie camere, né gli eredi degli Sdraiati di Michele Serra, a dieci anni dall’uscita del romanzo che ci ha raccontato (anche) i nostri figli. «Piuttosto — li inquadra Marco Aime, antropologo e scrittore, che alla generazione Olly insegna da una vita all’Università di Genova — quei ragazzi di buon livello di istruzione che grazie alla famiglia, agli studi o alla professione trovano un posto nel mondo. Più fragili, più superficiali, ma pure più rapidi, preparati, e con più chiare le proprie priorità».

«La musica, gli amici, la famiglia», a proposito di priorità, è la lista delle cose che contano che Olly ha fatto nel suo post Sanremo, prima di tornare nella sua Genova a «cercare un po’ di normalità»: casa, vicoli, stadio a vedere la Sampdoria. «Hanno un’idea più completa delle dimensioni della vita cui è importante dedicare attenzione: — fa notare ancora la filosofa Pongiglione — Non sono focalizzati su un’idea di successo economico, più orientati al loro sviluppo personale a tutto tondo, dai percorsi di studi al lavoro, e alla loro personalità, anche quella artistico-creativa». «Il successo per noi è arrivato perché l’esigenza era quella di far musica: farla per stare bene, per noi, e questa cosa è passata al pubblico», conferma a ogni intervista un altro volto noto della nuova scuola genovese, Alfa, al secolo Andrea De Filippi, classe 2000, altra carriera nata per divertimento, non per fame né a tavolino. Voce di una generazione che pare fare le cose per passione prima che per calcolo. Che parla di sesso ma non di politica, e se crede nei diritti individuali, lo fa un po’ meno in quelli collettivi.

Anche su questi fronti, del resto, pare insegnare la storia del vincitore del Festival. Al di là dei gossip in serie che lo riguardano, nel mondo di Olly c’è tanta genuinità e l’alta moda, un pubblico che va dai giovanissimi alle loro mamme e un’apparente, ostentata sicurezza nel proprio corpo. Più che il nostalgico dell’Ariston, in fondo, il vero Olly è quello che sui suoi palchi fa da sempre lo show ammiccando e giocando con la propria fisicità, senza troppo temere il rischio di passare per volgare o sessista. «È solo divertimento, piena autodeterminazione», si dice nella sua crew. In passato è stato attento e furbo a chiedere scusa per un verso offensivo («Avevo 18 anni, ora posso riconoscere di aver sbagliato»), oggi è un esempio.

«Finita l’età dell’artista fluido, con Olly è tornata quella del maschio etero che non ha paura di esserlo», sentenziava la sala stampa del Festival. Ma non per riflusso, il contrario. «Sono più aperti alla diversità, la loro e quella degli altri». Sono già oltre, forse, nell’iniziare a dare per scontate certe libertà. Ecco il perché di un artista dall’immagine così marcatamente maschile e per nulla patriarcale, così etero e insieme amato dalla comunità Lgbt. Immagine di una generazione cresciuta a rivoluzione digitale già avvenuta, Instagram, TikTok e Amazon a regolare sogni e mercati: «Ragazzi perennemente connessi, più informati eppure tendenzialmente lontani dalla politica, disinteressati più che disaffezionati», li descrive Aime.

Nato nella stessa estate del G8 del 2001 nello stesso quartiere della Diaz, la scuola simbolo delle violenze della polizia nei giorni del vertice che stroncarono lo slancio militante di un’intera generazione di giovani, Olly dalla politica per ora si è tenuto lontano, come gran parte dei suoi coetanei. Ha preso posizione a difesa dei centri sociali che nella sua Genova le giunte di centrodestra hanno sgomberato in serie, ma più nel nome degli spazi culturali da dove è partito che del posizionamento politico. Nel Festival del riflusso, tanti cuoricini e poco impegno, ha difeso i testi dei colleghi: «Provaci tu, a scrivere un canzone d’amore». La sua scelta politica, in qualche modo, l’ha fatta con un no. «Niente Eurovision, la mia crescita la gestisco io». Non sarà politica, ma ci siamo quasi.

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