C’era una volta la neve. Gli scivoloni sui marciapiedi, il passaparola sulle scuole chiuse e le schiene ghiacciate per montare le catene. Oggi il bianco sotto ai duemila metri è spesso il colore della nostalgia. Mai in Italia ha nevicato così poco: meno 57% nell’inverno che si chiude oggi rispetto alla media 2011-23. E l’anno scorso, a sua volta, aveva nevicato il 29% in meno in confronto alla media 2011-2022.
«Se guardiamo alla penisola nel complesso, mai abbiamo registrato una presenza di neve così bassa» conferma Francesco Avanzi, ricercatore di idrologia e nivologia della Fondazione Cima, ente di ricerca che misura la neve sulle nostre montagne con dati che partono dal 2011 e che ha pubblicato un rapporto sull’inverno appena finito.
«Può darsi che …
C’era una volta la neve. Gli scivoloni sui marciapiedi, il passaparola sulle scuole chiuse e le schiene ghiacciate per montare le catene. Oggi il bianco sotto ai duemila metri è spesso il colore della nostalgia. Mai in Italia ha nevicato così poco: meno 57% nell’inverno che si chiude oggi rispetto alla media 2011-23. E l’anno scorso, a sua volta, aveva nevicato il 29% in meno in confronto alla media 2011-2022.
«Se guardiamo alla penisola nel complesso, mai abbiamo registrato una presenza di neve così bassa» conferma Francesco Avanzi, ricercatore di idrologia e nivologia della Fondazione Cima, ente di ricerca che misura la neve sulle nostre montagne con dati che partono dal 2011 e che ha pubblicato un rapporto sull’inverno appena finito.
«Può darsi che prima del 2011 una stagione eccezionale abbia lasciato le montagne brulle come oggi, perché la neve è imprevedibile e sempre variabile, ma quella che abbiamo davanti agli occhi è una tendenza chiara: sono quattro anni consecutivi che nevica sempre meno. Quest’inverno la situazione è stata critica sugli Appennini. Per le Alpi è andata un po’ meglio. Le temperature più alte della media rendono anche la neve meno stabile e sicura, come dimostrano le valanghe dei giorni scorsi».
Bernardo Gozzini, direttore del Lamma di Firenze, il Laboratorio di monitoraggio e modellistica ambientale di Regione Toscana e Cnr, scherza che perderà presto la collaborazione con la Società Autostrade: «Abbiamo un accordo per monitorare la neve sulle autostrade toscane, ma quest’anno non abbiamo avuto quasi nulla da segnalare. Un tempo le colline toscane si imbiancavano anche a 4-500 metri. Ormai sotto ai mille metri è sempre più raro che cadano fiocchi».
Legambiente, nel suo rapporto Nevediversa, proprio pochi giorni fa ha calcolato che gli impianti sciistici abbandonati in Italia sono più che raddoppiati tra 2020 e 2025, passando da 132 a 265.
La causa non va cercata lontano. In Italia la temperatura invernale è stata di 1,28 gradi superiore alla media, registra l’Istituto per le scienze dell’atmosfera e del clima del Cnr. Il 2024-25 è stato il sesto inverno più caldo dal 1.800.
«Basta poco per fare la differenza fra pioggia e neve» spiega Avanzi. «Laddove un tempo la temperatura in città scendeva di poco sotto allo zero, oggi resta quasi sempre al di sopra. I fiocchi, se cadono, tendono a sciogliersi subito: la chiamiamo neve effimera. La coltre bianca si restringe soprattutto dai duemila metri in giù. Le nevicate abbondanti restano concentrate alle alte quote».
Metà marzo è il momento dell’anno in cui le cime italiane sono più imbiancate. Solo l’anno scorso un inizio di primavera particolarmente nevoso ridusse il deficit annuale da meno 64% di febbraio a meno 29% di marzo, fino al più 1% in aprile. «Quest’anno ci aspettiamo invece una fine di marzo tiepida e piovosa. Lo suggerisce il centro meteo europeo Ecmwf» spiega Avanzi. «Difficilmente assisteremo a un grande recupero».
Da questo momento la neve inizierà a sciogliersi per rilasciare gradualmente, come un conto in banca usato con oculatezza, la giusta quantità d’acqua che permette alle piante di riprendere il loro ciclo vegetativo e all’agricoltura di irrigare le sementi per l’estate. «Restando sul terreno, la neve ha il tempo di penetrarvi e ricaricare quelle falde profonde che in piena estate fanno la differenza, tenendo lontana la siccità».
La pioggia invece è come uno scialacquatore che sperpera subito il suo conto in banca senza lasciar nulla per i momenti di magra. «Scorre in buona parte in mare e non consente grandi accumuli» spiega Avanzi.
È probabile quindi che i soli 4,08 miliardi di metri cubi di acqua sotto forma di neve che coprono oggi le nostre montagne – poco più della metà dei 7,88 dell’anno scorso in questo periodo – preannuncino siccità per la prossima estate.
Cima nel suo rapporto ha anche suddiviso la quantità di neve per ciascun bacino idrografico d’Italia. Il bilancio è pesante soprattutto per i fiumi che nascono dagli Appennini, rimasti quasi tutto l’inverno con le pendici brune. Sulle montagne che alimentano il bacino del Sele in Campania ad esempio è caduto il 99% di neve in meno. Il dato per l’Arno è meno 97%, per il Tevere meno 95%.
Le Alpi invece forniranno al Po il 44% di acqua in meno e all’Adige il 38% in meno. Poco importa che oggi dell’Arno si parli per la sua piena. Quell’acqua si disperderà presto in mare. D’estate, quando ci sarà bisogno di attingere al conto in banca, ci sarà il rischio concreto di trovarlo più vuoto.