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“Massacri e stupri: il nome di Al-Kikli a Tripoli fa paura”

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Il ritratto del comandante libico. Dagli esordi a Bengasi alla svolta con la nomina a capo della Ssa. Anche il Viminale conosce i suoi crimini, nel 2021 ha concesso protezione a un rifugiato che è stato prigioniero nella prigione da lui controllata
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Il suo nome, dice chi in Libia lavora o ha lavorato, non si pronuncia, si sussurra. Perché Gheniwa, al secolo Abdel Ghani al-Kikli, è uomo potente, con occhi e orecchie in ogni parte del Paese, da Tripoli che in larga parte controlla, a Bengasi che gli ha dato i natali.

Capo dello Stability Support Apparatus, milizia ufficialmente riconosciuta dal governo libico, per le Nazioni Unite è responsabile di innumerevoli violazioni di diritti umani sia a terra, sia in mare, dove ha almeno quattro motovedette. Oggi è nell’entourage stretto dell’attuale premier Abdul Hamid Mohammed Dbeibeh. Ma il supporto — emerge dall’ultimo rapporto del panel of experts dell’Onu — avrebbe avuto un prezzo. Al-Kikli non solo é diventato il capo dell’Ssa, inaffiato con 8 milioni di euro nel 2021 e 28 l’anno successivo, ma ha potuto anche piazzare i suoi uomini.

Il suo nome, dice chi in Libia lavora o ha lavorato, non si pronuncia, si sussurra. Perché Gheniwa, al secolo Abdel Ghani al-Kikli, è uomo potente, con occhi e orecchie in ogni parte del Paese, da Tripoli che in larga parte controlla, a Bengasi che gli ha dato i natali.

Capo dello Stability Support Apparatus, milizia ufficialmente riconosciuta dal governo libico, per le Nazioni Unite è responsabile di innumerevoli violazioni di diritti umani sia a terra, sia in mare, dove ha almeno quattro motovedette. Oggi è nell’entourage stretto dell’attuale premier Abdul Hamid Mohammed Dbeibeh. Ma il supporto — emerge dall’ultimo rapporto del panel of experts dell’Onu — avrebbe avuto un prezzo. Al-Kikli non solo é diventato il capo dell’Ssa, inaffiato con 8 milioni di euro nel 2021 e 28 l’anno successivo, ma ha potuto anche piazzare i suoi uomini.

Un esempio? Osama Tleish, capo della Fsa, formalmente agenzia pubblica, in realtà milizia che controlla banche e istituti finanziari. Oppure lo storico braccio destro operativo, Lotfi Harari, che guida la Isa-Tripoli, “agenzia di sicurezza”, direttamente vincolata — si legge nell’ultimo rapporto Onu — a almeno cinque casi di arresti arbitrari, sparizioni forzate, torture e trattamenti crudeli e degradanti in centri di detenzione informali. Ma soprattutto Mohamed Omar Hassan Al-Mashay, piazzato a capo della Compagnia elettrica nazionale. Un modo, emerge dal report, di mettere le mani su contratti milionari, incluso uno da 200 milioni di dollari, finito nell’orbita della holding del fratello di Al-Kikli. Del resto, di Gneniwa, Al Mashaya è da sempre uomo di fiducia. Gli ha affidato anche l’amata squadra Al Alhy, «ma è lui — si legge in documenti Onu — a guidarla ufficiosamente». E il calcio, in Libia è popolare quanto o più che in Italia, è strumento di costruzione di consenso e legami.

A Gheniwa serve anche per tenere saldi quelli con Bengasi: la sua storia parte da lì, ma già in giovane età si sposta a Tripoli, dove inizia a tessere reti e raggruppare uomini. Il potere vero arriva con la caduta di Gheddafi. Ufficialmente tuona contro la corruzione del vecchio regime, in realtà guida una milizia agguerrita, «la più potente del Paese», dicono i report internazionali, che si macchia di crimini efferati, come i raid sulla città di Zintan.

È in quel periodo che Al Kikli consolida il proprio potere. E molto ruota attorno all’area di Abu Selim e dell’omonino centro di detenzione. Un girone infernale — rivelano le testimonianze dei sopravvissuti raccolte da ong e agenzie Onu — di abusi, violenze, estorsioni, stupri, di cui sarebbe direttamente responsabile. Per il Centro europeo per i diritti umani e costituzionali, che contro di lui ha presentato denuncia alla Cpi, Al-Kikli è stato «attivo militarmente e coinvolto personalmente in crimini internazionali a partire dal 2011 come parte del Consiglio militare di Abu Salim e dal 2013 come parte del Central Security Force».

La nomina a capo dell’Ssa per Al-Kikli è il salto di qualità. A dispetto del riconoscimento formale, in realtà è una sorta di ombrello di diverse milizie. Tutte estremamente feroci e attive «nel contesto dell’intercettazione e della privazione della libertà dei migranti». Un business che in «traffico, schiavitù, lavoro forzato, prigionia, estorsione e contrabbando» ha il vero motore. L’Ssa, — si legge in uno degli ultimi report Onu — «ha un ruolo particolarmente significativo» in materia di «violazione dei diritti umani e crimini contro l’umanità» soprattutto «attraverso la sua cooperazione con la Guardia costiera libica a Zawiyah e il controllo dei centri di detenzione di Abu Salim e Ayn Zarah».

Tutti elementi da tempo a conoscenza anche del Viminale. Per l’esattezza, da fine 2021, quando la Commissione territoriale di Ancona ha concesso la protezione a un rifugiato che ha sperimentato sulla propria pelle il potere di Gheniwa. «Mi hanno portato in una zona chiamata Abu Salim, dove c’è la sede del capo di questa milizia che si chiama Al-Kikli — ha raccontato — sono stato torturato per dodici giorni, mi hanno picchiato, mi hanno rotto una gamba. Dicevano che ero un traditore e che mi avrebbero ucciso». Per lui, come per molti, l’unica speranza è stata attraversare il mare.

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