Tre medici indagati per lesioni colpose, cartelle cliniche da esaminare, ancora un’inchiesta chiamata a accertare come sia possibile andarsene per un’operazione banale. A pochi mesi dalla morte di Margaret Spada, uccisa — è l’ipotesi — da un maldestro intervento di rinoplastica, inquirenti e investigatori, coordinati dalla pm Chiara Capezzuto della procura di Roma, devono tornare a accendere i riflettori sul mondo della chirurgia estetica. Troppo spesso una giungla, di cui Simonetta Kalfus, la 62enne di Ardea morta circa due settimane dopo una liposuzione, potrebbe essere stata vittima.
La figlia, Eleonora Rivetti, ne sembra convinta: qualcosa in quell’intervento è andato storto e probabilmente anche dopo qualcuno ha sottovalutato la situazione. Al momento gli indagati sono tre: il chirurgo Carlo Bravi che ha eseguito l’intervento e di recente è stato condannato a un anno per un’operazione andata male, l’anestesista Francesco Iandimarino e un medico del pronto soccorso di Pomezia. Ma è possibile che la lista si allunghi perché il calvario della 62enne è durato quasi due settimane e sono diversi i medici chiamati a occuparsi di lei.
Per mettere ordine, tocca partire dal principio, da quel poliambulatorio di viale Tito Labieno in cui l’intervento, denuncia la figlia della vittima ai carabinieri, è stato eseguito. È in un palazzo come tanti, sulla porta un cartello informa che lì visita un pediatra, c’è uno studio dentistico, un centro laser e si fanno visite e interventi di chirurgia e medicina estetica. Non ci sono sigilli. «Questo non è lo studio del dottore Bravi. Di tanto in tanto chiedeva di essere ospitato per visite o interventi», dice la dottoressa Paone, che dell’ambulatorio è la titolare. «Qui tutto è in regola — mette le mani avanti — abbiamo le autorizzazioni per piccoli interventi». È uno dei nodi chiave dell’inchiesta, ma la dottoressa si mostra tranquilla. «Si fanno anche liposuzioni. La sedazione è blanda e in sala c’è sempre l’anestesista». C’era anche il 6 marzo, quando Simonetta si è sottoposta all’intervento. Della donna, il dottor Iandimarino era amico, è lui a consigliarle di affidarsi a Bravi e nei giorni successivi più volte la visita.
«Era dolorante», spiega nel verbale la figlia, ma i problemi veri iniziano tra l’11e il 12 marzo. «Mia madre iniziava a parlare male», si legge nella denuncia, «storceva la bocca». Arriva il 118, ma i sanitari non ritengono o non riescono a convincere Simonetta — questo la figlia non lo ricorda — ad andare in ospedale. Ventiquattro ore dopo è costretta a farlo: le sue condizioni sono peggiorate. Al pronto soccorso di Pomezia le fanno una tac alla testa e all’addome, più un prelievo: «la dottoressa di turno mi riferiva che era negativa e gli esami nel sangue nella norma». Risultava solo una blanda infezione.
Attorno alle 4 Kalfus viene dimessa, ma poche ore dopo, quando il dottore Iandimarino passa a visitarla, si accorge che la situazione è compromessa. La porta personalmente all’ospedale Grassi di Ostia. La donna finisce in rianimazione, ma le sue condizioni non fanno che peggiorare: un’embolia e una serie di ischemie costringono i medici a metterla in coma farmacologico. Da quel sonno, non si sveglierà mai più.
La cartella clinica che racconta il suo calvario è stata sequestrata dai carabinieri, nei prossimi giorni sotto sigilli potrebbero finire anche i referti del pronto soccorso e del 118, come la documentazione relativa all’intervento. A determinare il quadro sarà l’autopsia, ma per i risultati bisognerà attendere 90 giorni.