“I cani vengono trattati meglio di noi. Abbiamo iniziato lo sciopero della fame perché siamo stanchi di farci trattare come animali, di vivere nel terrore di essere picchiati e maltrattati”. Ancora tensione al cpr di Milo a Trapani, riaperto da pochi mesi, ma già teatro di proteste, tanto disperate quanto inascoltate. La stragrande maggioranza dei centocinquanta trattenuti ha iniziato lo sciopero della fame “per protestare contro le condizioni disumane in cui sono costretti a vivere”, spiega Yasmine Accardo di Mem. Med, che insieme attivisti di realtà come Arci “Porco rosso” di Palermo, Maldusa, LasciateCIEntrare, Borderline europe, Alarm phone anima la Rete siciliana contro il confinamento.
Telefoni distrutti e sequestrati
Sono stati loro a ricevere l’ultima richiesta d’aiuto arrivata dal cpr. Ventiquattro ore fa – raccontano le associazioni che sono state contattate dai trattenuti in cerca di aiuto – “le forze dell’ordine hanno fatto irruzione nei moduli sequestrando i telefoni o fracassando le telecamere degli smartphone”. La conferma diretta l’ha avuta anche Repubblica che è riuscita a parlare con una persona attualmente trattenuta a Milo. “Erano arrabbiati perché abbiamo diffuso un video per mostrare quello che succede qui dentro”.
Il video, circolato su alcune chat e che Repubblica ha potuto di visionare, è drammatico. Mostra un ragazzo che cerca di togliersi la vita impiccandosi, i tentativi disperati di tenerlo su, come di attirare l’attenzione delle guardie battendo sulle reti che circondano i moduli.
“Qui ogni settimana qualcuno ‘fa la corda’”
“Succede spesso, troppo spesso”, spiegano da dentro il cpr. Solo una settimana fa, raccontano, a “fare la corda” – a Milo (Trapani) il suicidio si chiama così - sono stati un ragazzo tunisino e uno egiziano. “Sono in Italia da tanti anni, dicevano di preferire la morte al rimpatrio in un Paese di cui non sanno nulla”.
In cpr non ci finisce chi, appena sbarcato, viene considerato di default “candidato al rimpatrio”, in quanto proveniente da un luogo non considerato a rischio, e dunque gestito con “procedura accelerata” .
In quelle strutture non ci finiscono neanche pericolosi criminali. Al massimo chi, a pena scontata e debito con lo Stato pagato, viene definito “socialmente pericoloso”.
In realtà, per finire in cpr basta non avere un permesso di soggiorno, in un Paese in cui perderlo è diventato facilissimo: è sufficiente perdere il lavoro o accumulare ritardi nel rinnovo, o inciampare in un qualsiasi intoppo burocratico.
Si presentano in questura per il permesso ma finiscono in cpr
“Anche a me è successa una cosa del genere”, racconta Ahmed (il nome è di fantasia), che chiede di non rivelare la sua identità per paura di subire ritorsioni. Il suo italiano quasi perfetto racconta la sua lunga permanenza nel nostro paese: non vive in Sicilia, ha una famiglia e due figli adolescenti nati qui, eppure “questa è la sesta volta che finisco in un centro. Ogni volta che perdo il lavoro o che c’è un ritardo nel rinnovo divento irregolare. E se mi fermano finisco qui”. Ragazzini di 18 o 19 anni, attualmente trattenuti, hanno storie ancor più assurde.
Sono arrivati da minori. Fino a 17 anni e 364 giorni hanno vissuto in centri d’accoglienza, salvo poi essere buttati fuori il giorno dopo, al raggiungimento della maggiore età. “Io avevo trovato un lavoro, ero andato in questura a portare il certificato di residenza per la conversione del permesso. Quando mi hanno chiamato pensavo che i documenti fossero pronti, invece mi hanno portato qui”, racconta. Non è il solo a cui sia successo. Un diciannovenne ha una fidanzata coetanea che lo attende fuori e si dispera: aspettano un figlio, non vuole che nasca senza suo padre accanto. “Voglio vivere per essere amato, non per morire qui”, dice lui.“Qui smettiamo di essere umani, diventiamo peggio degli animali, anzi ci trattano peggio”.
Cpr di Milo, più di cento persone costrette a vivere all’addiaccio. Idranti contro i ribelli
Un inferno di cemento in cui si può solo lasciare che il tempo passi
Nei moduli, cubi in cui tutto – il letto, il tavolo, le sedute, le panche - è di cemento, a disposizione non hanno nulla: né un pallone, né un libro, né un giornale, “non ci danno neanche un quaderno e una penna per scrivere una lettera a casa”. A ognuno viene consegnato un rotolo di carta igienica ogni 15 giorni, per lo shampoo bisogna aspettare un mese, detersivi, scope, palette per tenere puliti gli ambienti non vengono consegnati mai.
"L’unica cosa che danno senza esitare sono goccine per dormire”
“Sai qual è l’unica cosa che ti danno senza esitare? Rivotril, Valium, Lexotan, altre goccine. Ti dicono ‘vai e dormi tranquillo’, le danno anche a chi non ha mai preso nulla di tutto ciò”. Una circostanza non inedita: diverse inchieste giudiziarie hanno accertato l’abuso di benzodiazepina e anti-epilettici usati off label in diverse strutture. Milo inclusa: a sussurrarla all’orecchio di parlamentari e volontari erano state le persone in struttura all’epoca dell’ultima ispezione, poco prima che il cpr venisse chiuso. Anche Ousmane Sylla, il ragazzo morto suicida a Ponte Galeria, dove era stato trasferito dopo mesi a Milo, proprio mentre era trattenuto a Trapani – ha denunciato la famiglia – aveva iniziato a assumere sempre più psicofarmaci.
“I cpr vanno chiusi”
Per chi è costretto dentro, il telefono resta l’unica ancora per sentirsi umani, per non perdere il contatto con le famiglie, per poter raccontare cosa succeda nella struttura, dove la violenza esplode in modo regolare. “Riceviamo foto che documentano gli spazi disumani in cui le persone sono confinate, la violenza intenzionalmente inflitta per reprimere i tentativi di raccontare all'esterno quanto accade, le ferite, i tentativi di suicidio, come ultimi atti di possibile libertà”, spiega Yasmine Accardo della Rete siciliana contro il confinamento. “Restiamo a fianco di queste persone, ingiustamente private della libertà, criminalizzate e disumanizzate dal regime di frontiera. Chiediamo la chiusura immediata di questi luoghi indegni, e la liberazione di tutte le persone trattenute”.