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Sagaing, la faglia che si risveglia. “Ha accumulato energia per anni”

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È la lunga linea rossa che divide in due Myanmair: “Questa sua forma dritta fa sì che gli eventi sismici possano investire grandi aree”
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C’è una linea rossa che divide in due Myanmar. Da ieri non più solo sulle carte dei geofisici, ma anche nella realtà: voragini al posto delle strade, palazzi crollati, templi implosi. È la faglia Sagaing, una delle più attive del Sudest asiatico e del Pianeta intero. Corre, quasi in linea retta da Nord a Sud per circa 1200 chilometri, collegando la città settentrionale di Myitkyina con la costa meridionale del Paese, per poi tuffarsi nel Mare delle Andamane. E proprio lungo questa linea sorgono alcuni dei principali centri urbani di Myanmar: la capitale Naypyidaw, e poi Mandalay, Taunggyi, Bago e Yangon. Il che rende ancor più devastanti gli effetti dei terremoti che Sagaing innesca.

Per capire cosa ha generato la faglia e le sue periodiche fi…

C’è una linea rossa che divide in due Myanmar. Da ieri non più solo sulle carte dei geofisici, ma anche nella realtà: voragini al posto delle strade, palazzi crollati, templi implosi. È la faglia Sagaing, una delle più attive del Sudest asiatico e del Pianeta intero. Corre, quasi in linea retta da Nord a Sud per circa 1200 chilometri, collegando la città settentrionale di Myitkyina con la costa meridionale del Paese, per poi tuffarsi nel Mare delle Andamane. E proprio lungo questa linea sorgono alcuni dei principali centri urbani di Myanmar: la capitale Naypyidaw, e poi Mandalay, Taunggyi, Bago e Yangon. Il che rende ancor più devastanti gli effetti dei terremoti che Sagaing innesca.

Per capire cosa ha generato la faglia e le sue periodiche fibrillazioni, bisogna zoomare all’indietro sulla mappa di Myanmar. A ovest compare prima il Bangladesh, poi il Buthan e il Nepal, infine eccolo: il gigante indiano con la sua corona di montagne, l’Himalaya. È proprio la placca indiana che, in milioni di anni, premendo verso Nord-Nordest ha generato le vette più alte del mondo. Una storia antichissima ma non ancora finita, come dimostrano i terremoti frequenti lungo l’imponente catena montuosa e, appunto, quelli sul lato est del subcontinente indiano, lungo la faglia Sagaing.

«La tettonica del Myanmar comporta la subduzione della placca tettonica indiana», spiega Rebecca Bell, esperta di Tettonica all’Imperial College di Londra. Uno scivolamento laterale della placca, al di sotto del Paese asiatico, che avviene alla velocità di 3-4 centimetri l’anno. «Per adattarsi a tutto questo movimento laterale, si sono formate delle faglie che consentono alle placche tettoniche di scivolare lateralmente. La faglia di Sagaing è una di queste».

Una caratteristica che distingue Sagaing da altre faglie del genere è il suo essere diritta, riconoscibile come una linea retta nord-sud anche nelle immagini da satellite consultabili sul web. «Questa sua forma fa sì che i terremoti possano investire grandi aree», continua Bell. «E più grande è l’area della faglia, più forte è il terremoto. Non a caso ci sono stati sei terremoti di magnitudo 7 o superiore in questa regione nell’ultimo secolo».

A scorrere i database delle istituzioni geologiche internazionali, in effetti vengono i brividi. La scossa di ieri è stata la più forte ad aver colpito Myanmar in epoche recenti, se si esclude il terremoto del 1912: magnitudo 7.9. Ma nel 1931 ci fu una scossa di 7.5, 15 anni dopo un 7.3 e un 7.7, nel 1976 un terremoto di magnitudo 7, nel 1991 e 2012 due magnitudo 6.9. Sulla violenza e la frequenza dei terremoti lungo la faglia Sagaing si sono interrogati gli scienziati thailandesi dell’Unità di ricerca sulla geologia tettonica e sui terremoti presso l’Università di Chulalongkorn e della Divisione di monitoraggio dei terremoti e degli tsunami del Dipartimento meteorologico. Sono arrivati alla conclusione che la faglia di Sagaing ha un’altra caratteristica distintiva: accumula energia per lunghi periodi prima di rilasciarla in grandi e potenti terremoti, piuttosto che in frequenti scosse più piccole. Ogni giorno sulla Terra ci sono almeno 40 mila terremoti, la maggior parte dei quali percepiti solo dai sofisticati strumenti dei ricercatori. Ed è una fortuna che si verifichino, perché liberano l’energia generata dalle frizioni all’interno della crosta terrestre. Dove invece questa energia non riesce a liberarsi gradualmente, finisce per accumularsi e dar vita periodicamente a terremoti esplosivi.

Ci si chiede cosa accadrà ora, dal punto di vista geologico. Non è detto che l’energia accumulata si liberi tutta in un colpo, quello che gli esperti chiamano main shock. Ieri per esempio, la scossa principale da 7.7 è stata seguita da una 6.4. Uno o più che siano, finiti i main shock si assisterà a una sequenza che seguirà la “legge di Omori”, dal geofisico giapponese che all’inizio del secolo scorso descrisse come dopo un grande evento sismico ci sia un decadimento della magnitudo e del numero di scosse nel corso dei giorni e dei mesi. Finché l’orologio non si sarà riazzerato. E la faglia Sagaing riprenderà a ticchettare, accumulano energia. In attesa del prossimo big one.

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