Ha convinto una mamma a non denunciare gli abusi subiti dalla figlia. Condannato il politico-santone
di Alessia CanditoÈ stato condannato a sei mesi per aver tentato di convincere la mamma di una bimba abusata a non denunciare lo zio stupratore, per di più recidivo, perché “si sarebbe occupato lui di aiutare” l’adepto “a liberarsi del demone che lo affliggeva”. Ma per il consigliere comunale di Reggio Calabria Massimo Ripepi - capo di una chiesa fondata da un autoproclamato apostolo locale e da lui ereditata - è quasi una vittoria. “La verità vince sempre”, afferma in una lunga diretta social. “La pena – sottolinea Ripepi, , oggi coordinatore calabrese di Alleanza popolare, il movimento di Stefano Bandecchi, fino a qualche anno fa uomo forte di Fratelli d’Italia nel reggino – andava da zero a 4 anni. Sono stato condannato a 6 mesi con le attenuanti generiche. Diciamo il minimo della pena”.
Venti minuti di intemerata, in cui i riferimenti alla bambina – “agnelli di dio” li definisce nei sermoni - che ha subito gli abusi sono meno che residuali. Solo lunghe considerazioni sul cambio di collegio, una pr…
È stato condannato a sei mesi per aver tentato di convincere la mamma di una bimba abusata a non denunciare lo zio stupratore, per di più recidivo, perché “si sarebbe occupato lui di aiutare” l’adepto “a liberarsi del demone che lo affliggeva”. Ma per il consigliere comunale di Reggio Calabria Massimo Ripepi - capo di una chiesa fondata da un autoproclamato apostolo locale e da lui ereditata - è quasi una vittoria. “La verità vince sempre”, afferma in una lunga diretta social. “La pena – sottolinea Ripepi, , oggi coordinatore calabrese di Alleanza popolare, il movimento di Stefano Bandecchi, fino a qualche anno fa uomo forte di Fratelli d’Italia nel reggino – andava da zero a 4 anni. Sono stato condannato a 6 mesi con le attenuanti generiche. Diciamo il minimo della pena”.
Venti minuti di intemerata, in cui i riferimenti alla bambina – “agnelli di dio” li definisce nei sermoni - che ha subito gli abusi sono meno che residuali. Solo lunghe considerazioni sul cambio di collegio, una professione di innocenza e cristiana accettazione della – a suo parere – ingiusta condanna perché “Gesù in primis ha patito perché è stato annoverato tra i malfattori” e anche “i nostri apostoli facevano il bene in maniera gloriosa e venivano bersagliati da tutte le parti”.
La dissuasione a denunciare
La verità giudiziaria è in realtà del tutto diversa. Secondo il giudice monocratico di Reggio Calabria, Ripepi avrebbe tentato di coprire una vicenda di abusi avvenuta all’interno della sua comunità religiosa. Nel 2020, era stato lui a consigliare a un’adepta di affidare la figlia alla nonna, mentre lei affrontava un ricovero in ospedale. Piccolo particolare: con l’anziana viveva il figlio già condannato per violenza sessuale su minori. E quando l’uomo, morto prima della conclusione del nuovo processo nei suoi confronti, c’è ricascato è stato “papà” Ripepi – così lo chiamano i suoi fedeli – a consigliarle di tacere perché l’uomo “non sarebbe sopravvissuto a un nuovo arresto e sarebbe stata responsabile del sangue di suo fratello”.
Il decreto di allontanamento
Lei, come del resto tutti gli adepti della comunità sono abituati a fare, ha eseguito. Ma la bimba ha iniziato a confidarsi con i coetanei e il suo dramma è arrivato all’orecchio delle maestre. Risultato: un decreto di allontanamento d’urgenza emesso dal tribunale dei minori.
È così che la storia è saltata fuori. Ma già all’epoca il politico- pastore si è giustificato definendosi solo "vittima della donna", un capro espiatorio. Lui, sosteneva all’epoca, avrebbe cercato solo “nel limite delle mie possibilità, di preservare la piccola bambina da ulteriori eventi traumatici e la famiglia da giudizi infondati”.
Sulla questione ci torna anche oggi nella sua diretta social, si mostra magnanimo, “questa famiglia in un momento di debolezza mi ha accusato, ma io continuerò a sostenerli”. Il problema vero? “Gli avvoltoi che tentano di assalirmi” e che in precedenza “solo per la parola di una donna mi hanno buttato sui giornali”.
Una comunità da cui è impossibile uscire
Si tratta del secondo procedimento che Ripepi deve affrontare per quanto succede nella sua comunità. Un circolo chiuso, ristretto, da cui è impossibile uscire, pena pressioni o pesanti insulti, se non una vera e propria campagna diffamatoria, come quella montata contro la dottoressa Maria Romeo, bollata dal pulpito e sulla sua web tv come “killer di anime” e “capo di Satana” solo per aver osato allontanarsi dalla comunità.
In quel caso, il politico ha incassato prima un ammonimento del questore, con tanto di invito a rivolgersi al centro di salute mentale per le opportune cure, poi una condanna a una sanzione pecuniaria e a un risarcimento danni per diffamazione. Ma anche in quel caso, “papà” Ripepi si è definito una vittima degli avvoltoi.