È stato tremendo. Ma quello che temiamo ancora di più è quanto può accadere nei prossimi giorni». Nell’emergenza del Myanmar c’è una giovane donna italiana, una professionista, che in queste ore sta lavorando con Medici senza Frontiere per salvare il maggior numero di vite. E per evitare che il conto del sisma non diventi ancora più salato: epidemie e mancate cure sono infatti il vero tsunami che rischia oggi quel paese. Federica Franco ha 39 anni. E conosce il mondo: è appena tornata dalla Libia, nei suoi 15 anni con Medici senza frontiere è stata in Yemen, Afghanistan, Sud Sudan, Chad. Dovrebbe, insomma, aver già visto tutto. Eppure le trema la voce, senza però mai perdere lucidità e determinazione.
In Myanmar era arrivata lo scorso 15 gennaio, con un incarico di capo missione. Si trovava a Yangon quando è arrivata la scossa. Oggi, con tutto lo staff di Msf, sta coordinando la prima fase degli aiuti, cercando di raggiungere l’epicentro del sisma. Per vedere cosa c’è. Capire cosa serve. E salvare la vita a più persone possibili.
Come state?
«È stato davvero un grande spavento. Abbiamo gli occhi lucidi ma non c’è il tempo. Dopo il terremoto le comunicazioni al momento sono molto difficili a causa dei blackout che erano già frequenti per via del conflitto in corso. L’accesso ai soccorsi è davvero complicato perché molte strade e ponti sono danneggiati o chiusi e i danni esatti non sono ancora chiari. Sappiamo che stanno ancora estraendo corpi dalle macerie. Al momento abbiamo dei numeri parziali di circa mille morti e più i duemila feriti solo nella regione di Mandalay. Dati che però, lo sappiamo bene, purtroppo sono destinati ad aumentare. La vera entità dei danni è di fatto ancora sconosciuta. La situazione è più grave di quella che in questo momento è possibile documentare».
Quanto più grave?
«Oggi ci vengono indicati situazioni gravi nella zona di Mandalay e della capitale di Naypyidaw. Ma c’è da dire che si tratta di quelle da cui arrivano più notizie. Noi di Msf abbiamo ricevuto informazioni davvero molto allarmanti anche dalle regioni di Sagaing e dello stato di Shan. Abbiamo ricevuto foto e testimonianze di scuole e monasteri e abitazioni, ma anche ospedali. Gli edifici governativi sono completamente distrutti e centinaia di migliaia di persone sono state sfollate».
Qual è in questo momento l’urgenza?
«Ci sono tantissime persone le cui case sono state distrutte che stanno vivendo in strada e necessitano con grande urgenza di beni di prima necessità come coperte, acqua potabile e cibo».
Da un punto di vista sanitario cosa vi preoccupa?
«Nei prossimi giorni temiamo che la situazione sanitaria possa aggravarsi ulteriormente a causa della distruzione delle strutture mediche, della carenza di acqua potabile e anche delle condizioni igieniche precarie che ci sono in tutto il paese. Questo significa che in un sacco di città potrebbero quindi verificarsi epidemie di malattie trasmesse dall’acqua come diarrea o colera. Ma anche di malaria e dengue. Inoltre bisogna ricordare che molti pazienti con patologie croniche come il diabete o l’ipertensione avranno bisogno urgente di farmaci e cure regolari che al momento non è chiaro se e da chi possano essere fornite».
Lei ha visto conflitti e tragedie in tutto il mondo. Cosa la sconvolge di più di quello che sta vedendo in queste ore?
«Ci preoccupa davvero tantissimo il fatto che da intere comunità nelle zone più isolate arrivino pochissime informazioni e che queste comunità siano anche molto difficilmente raggiungibile a causa dei problemi di accesso che sono legati al conflitto. Penso sia importante sottolineare che il Myanmar da anni sta attraversando una guerra brutale che non si è fermata neanche nelle ore dopo il disastro. Ecco perché questo terremoto può essere considerato tutti gli effetti come una tragedia nella tragedia».