A Roma il rogo delle Tesla: “C’è la pista anarchica”. L’ira di Elon Musk: “Terroristi”
di Viola GiannoliROMA – Le gomme squagliate sull’asfalto come chewing gum, i finestrini esplosi e accartocciati in penzolanti stalattiti, i sedili ridotti a scheletri spogliati della loro pelle, le lamiere abbrustolite e deformate come marshmallow arrostiti al fuoco. Non resta nulla, o quasi, se non carcasse e l’odore acre e irrespirabile di bruciato, delle sedici Tesla andate in fumo nel parcheggio dell’unico megastore di Roma che vende, mostra, ripara e testa le auto elettriche della casa automobilistica di Austin, Texas, di proprietà di Elon Musk.
Per il tycoon più ricco del mondo non c’è dubbio: «Terrorismo», scrive sul suo X commentando la notizia del rogo nella sua azienda. La Digos di Roma non esclude il dolo e non scarta nessuna pista, nemmeno quella «anarchica antagonista» a cui fa esplicito riferimento, il ministro dell’Interno Matteo Piantedosi, ricordando il “Tesla takedown”, il movimento globale che dall’Europa agli Stati Uniti si è dato appuntamento il 29 marzo per protestare o vandali…
ROMA – Le gomme squagliate sull’asfalto come chewing gum, i finestrini esplosi e accartocciati in penzolanti stalattiti, i sedili ridotti a scheletri spogliati della loro pelle, le lamiere abbrustolite e deformate come marshmallow arrostiti al fuoco. Non resta nulla, o quasi, se non carcasse e l’odore acre e irrespirabile di bruciato, delle sedici Tesla andate in fumo nel parcheggio dell’unico megastore di Roma che vende, mostra, ripara e testa le auto elettriche della casa automobilistica di Austin, Texas, di proprietà di Elon Musk.
Per il tycoon più ricco del mondo non c’è dubbio: «Terrorismo», scrive sul suo X commentando la notizia del rogo nella sua azienda. La Digos di Roma non esclude il dolo e non scarta nessuna pista, nemmeno quella «anarchica antagonista» a cui fa esplicito riferimento, il ministro dell’Interno Matteo Piantedosi, ricordando il “Tesla takedown”, il movimento globale che dall’Europa agli Stati Uniti si è dato appuntamento il 29 marzo per protestare o vandalizzare l’azienda del consigliere di Donald Trump. In Italia, se fosse confermato il rogo volontario con un giorno di ritardo rispetto al resto del mondo, sarebbe il primo attacco a Tesla. Fin qui nessuna delle dieci sedi era mai stata presa di mira. Solo scritte sulle fiancate di qualche elettrica texana tra le 50mila che circolano in Italia: “Fuck Elon Musk”.
Per raccontare cos’è successo e come si sono liquefatte le sedici auto e con loro più di un milione di euro in danni bisogna tornare alla notte tra domenica e lunedì. Sono le 4.30 e nel Tesla center appena oltre il Grande raccordo anulare, in fondo a una strada senza uscita tra capannoni e palazzi a due-tre piani della periferia di Torre Angela, non c’è nessuno. Le sedici elettriche, bianche, nere, blu, appena immatricolate, prendono fuoco, tutte insieme, anche se sei di queste sono parcheggiate a una decina di passi almeno dal primo gruppo. Tra loro, una lingua d’asfalto.
Nel buio, all’improvviso, si sentono piccole esplosioni, poi si alza il calore delle fiamme e una colonna di fumo nero. I residenti danno l’allarme, all’indomani però nessuno attorno ha visto nulla.
Il fuoco, dicono i pompieri che arrivano per primi e sfondano il cancello d’acciaio grigio per spegnere il rogo, si propaga rapidissimo e investe anche la parte esterna di alcuni uffici di Tesla. «Ma per quanto fosse potente, lo vedete da voi, no? È impossibile che le fiamme siano arrivate a quelle auto lì, dall’altro lato, senza che qualcuno abbia dato fuoco a tutto», racconta sottovoce un dipendente dell’azienda che come gli altri ha ricevuto il diktat di non parlare.
Gli agenti del commissariato Casilino e gli uomini della scientifica arrivano che è ancora buio, fanno rilievi, cercano tracce degli inneschi, studiano le immagini delle telecamere di sorveglianza. Non ci sono scritte né rivendicazioni. Altri elementi potrebbero arrivare dalle dashcam, le telecamere a bordo delle Tesla che possono riprendere anche a motore spento. «Stiamo attivamente investigando e collaboreremo con le autorità locali per determinare le cause dell’incidente», fa sapere Marco Santini, responsabile della comunicazione di Tesla Italia.
C’è un altro elemento che secondo gli inquirenti fa pensare al dolo “politico”: Tesla condivide questa mega struttura con una concessionaria Triumph. Nessuna delle centinaia di moto parcheggiate accanto alle auto ha un graffio. Neanche lo showroom di auto, nascosto dietro una curva oltre il parcheggio incendiato, è stato bruciato. Se uno o più piromani hanno agito, lo hanno fatto rapidamente e in modo mirato.
Roberto Gualtieri, il sindaco di Roma, parla di «un fatto di estrema gravità». E aggiunge: «Se fosse confermata la matrice dolosa dell’incendio si tratterebbe di un atto inaccettabile da condannare nella maniera più ferma». Negli ultimi mesi in Germania, in Francia, in Inghilterra, negli Stati Uniti, ambientalisti, anarchici, antifascisti hanno rivendicato gli assalti.
Matteo Salvini, vicepremier e fan di Musk, offre la sua solidarietà al tycoon e accusa: «Manifestazioni violenze, insulti, assalti e incendi, c’è troppo odio ingiustificato contro Tesla». A Torre Angela si continua a lavorare davanti alle lamiere contorte che resteranno ancora qui fino a rimozione: «Non fa piacere arrivare e trovare così le auto o quel che resta di loro».