«Davanti al femminicidio di Sara Campanella penso alla mia Giulia, alla battaglia titanica che combattiamo contro un male radicato nella società. Sono vicino ai genitori della ragazza. Attraversano quello che ho passato io. Hanno il mio sostegno, sono a loro disposizione per ogni cosa».
Gino Cecchettin, il papà della ragazza uccisa dall’ex fidanzato Filippo Turetta l’11 novembre 2023, ha creato una Fondazione che porta il nome della figlia. Da settembre entrerà nelle scuole. Perché contro la violenza di genere «non basta l’approccio repressivo, serve cultura». Mai lo ha sfiorato l’idea che la morte della studentessa di Vigonovo non abbia insegnato nulla: «Tutti mi dicono che c’è un prima e un dopo Giulia».
Giulia e Sara. Entrambe di …
«Davanti al femminicidio di Sara Campanella penso alla mia Giulia, alla battaglia titanica che combattiamo contro un male radicato nella società. Sono vicino ai genitori della ragazza. Attraversano quello che ho passato io. Hanno il mio sostegno, sono a loro disposizione per ogni cosa».
Gino Cecchettin, il papà della ragazza uccisa dall’ex fidanzato Filippo Turetta l’11 novembre 2023, ha creato una Fondazione che porta il nome della figlia. Da settembre entrerà nelle scuole. Perché contro la violenza di genere «non basta l’approccio repressivo, serve cultura». Mai lo ha sfiorato l’idea che la morte della studentessa di Vigonovo non abbia insegnato nulla: «Tutti mi dicono che c’è un prima e un dopo Giulia».
Giulia e Sara. Entrambe di 22 anni, studentesse, uccise per un “no”.
«Abbiamo generazioni di uomini che non accettano il rifiuto. Ma l’amore non è possesso, la gelosia non è amore, dire “no” è un diritto inviolabile. Nel caso di Sara non c’era nemmeno stata una relazione».
Le pressioni del killer verso Sara andavano avanti da tempo ma non c’erano stati segnali pericolosi. La violenza è subdola?
«Lo è. Nel nostro caso, nessuno in famiglia se n’era accorto. Forse neanche Sara se l’aspettava. È importante parlare di stalking, e questo mi fa tornare a un punto dolente della mia storia…».
Cioè che l’aggravante degli atti persecutori non è stata riconosciuta nella sentenza a Turetta.
«Viene sottovalutata la pericolosità dello stalking. Quest’ultimo caso ci dice cos’è davvero: il passo prima del femminicidio».
Sara Campanella non aveva denunciato. Non poteva aspettarsi questa fine. Bisogna educare ai segnali da non sottovalutare?
«Chi subisce deve cogliere i segnali. Per questo dico che bisogna far cultura: è una lesione della libertà anche reiterare qualche richiesta. La mancanza di libertà e di fiducia non è amore. Questo è caso da analizzare per salvare altre donne».
Pensa mai che la storia di Giulia non abbia insegnato nulla?
«No, non lo penso. Ovunque vada tutti mi dicono che c’è un prima e un dopo Giulia. Io ci metto tutte le mie forze e penso che qualche passo avanti si stia facendo. Ma certi fenomeni sono così radicati che non basta un clic o una sola azione per cambiarli. Servono anni e l’impegno di tanti».
Cos’ha pensato dopo il femminicidio di Sara?
«Ho pensato ai suoi genitori. Attraversano quello che ho attraversato io. Hanno il mio sostegno, sono a disposizione per ogni cosa. Poi ho pensato alla mia Giulia, alla battaglia titanica contro un male profondo e radicato. Non tutti vogliono sconfiggerlo, oppure si fermano solo alla retorica».
Ai genitori della ragazza cosa direbbe?
«Non lo so, certe parole arrivano sul momento, dal cuore. Voglio mandare loro un abbraccio grande. Lunedì mi sono visto con i genitori di Alba Chiara Baroni (uccisa nel 2017 dal fidanzato, ndr): ci si sente come fratelli, sono percorsi che accomunano».
Il procuratore di Messina ha detto: non basta l’approccio penale, per fermare questi episodi serve l’impegno di tutti. Condivide?
«Continuare sul piano repressivo va bene ma non è la strada. Non parliamo di casi isolati. Come Fondazione ci stiamo muovendo per fare cultura. La violenza nasce da modelli che legittimano il controllo, il possesso, la violenza: serve un lavoro diffuso, continuo, strutturale, che parta dall’educazione».
Quali sono i suoi progetti?
«Il più grande partirà il prossimo anno scolastico. Inizieremo la formazione per studenti e docenti, entreremo nelle scuole – faccia a faccia o attraverso piattaforme –, stiamo aprendo bandi per aiutare altre associazioni, vogliamo finanziare borse di studio. Per arrivare a tutti. Ai ragazzi dobbiamo far capire che un “no” non significa la fine della vita, non è un affronto, una sconfitta. La vita è talmente bella che riserva anche dei “sì” bellissimi».
Cosa pensa del reato di femminicidio?
«Il nostro team legale ha studiato il testo, è un primo passo nella giusta direzione ma c’è ancora da fare».
L’università di Padova, dove studiava sua figlia, ha aperto gli sportelli anti violenza. Anche questo è un passo avanti?
«Servirebbero in ogni università. E soprattutto non bisogna aver paura di andarci. In molti casi penso che si abbia timore di venire giudicati se si va dallo psicologo. Dico sempre: fatevi passare questo timore».
In Veneto lei è stato nominato presidente dell’Osservatorio regionale sulla violenza contro le donne.
«Di fatto per ora c’è stata solo la nomina. Dovrà confrontarmi per capire come collaborare, condividere idee e programmi».