Neonata rapita a Cosenza, la clinica accusa la madre: “L’ha consegnata lei alla finta infermiera”
di Romina MarcecaIl rapimento della piccola Sofia, portata via dalla clinica Sacro Cuore di Cosenza il 21 gennaio scorso, si è concretizzato perché la mamma ha «consegnato incautamente la piccola alla signora Rosa Vespa» che si era presentata come infermiera con una mascherina sul volto. È quanto sostengono gli avvocati della società “Igreco ospedali riuniti” che gestisce la clinica al centro della città. Una risposta shock alla diffida che i genitori della neonata, il 4 febbraio scorso, avevano inviato alla clinica per «omessa custodia e vigilanza dei pazienti ricoverati».
Alla mamma «che aveva in custodia personale la piccola» viene rivolta una «censura per contegno omissivo di quella normale avvedutezza che la persona di ordinaria e media diligenza avrebbe dov…
Il rapimento della piccola Sofia, portata via dalla clinica Sacro Cuore di Cosenza il 21 gennaio scorso, si è concretizzato perché la mamma ha «consegnato incautamente la piccola alla signora Rosa Vespa» che si era presentata come infermiera con una mascherina sul volto. È quanto sostengono gli avvocati della società “Igreco ospedali riuniti” che gestisce la clinica al centro della città. Una risposta shock alla diffida che i genitori della neonata, il 4 febbraio scorso, avevano inviato alla clinica per «omessa custodia e vigilanza dei pazienti ricoverati».
Alla mamma «che aveva in custodia personale la piccola» viene rivolta una «censura per contegno omissivo di quella normale avvedutezza che la persona di ordinaria e media diligenza avrebbe dovuto adottare». E adesso, i genitori di Sofia rispondono con una querela. «Con il collega Paolo Pisani abbiamo formalizzato un’integrazione di querela contro la clinica - spiega l’avvocata Chiara Penna a Repubblica - producendo documentazione a supporto della tesi secondo cui le falle ai sistemi di sicurezza siano molteplici e consolidati, almeno dal 2016».
E, invece, per la clinica quella madre è colpevole perché, a 36 ore dal parto e ancora non in perfetta forma, non si è accorta che Rosa Vespa non era una delle «operatrici» o «la puericultrice assegnata, riconoscibile attraverso cartellino e divisa con foto identificativa» presentate il giorno del suo ricovero. E ha consegnato la figlia, oltretutto, «nella fascia oraria di visita che favoriva l’accesso di terzi dall’esterno». Una madre responsabile del sequestro, o comunque in concorso con la rapitrice, perché le altre «puerpere si sono uniformate ai protocolli» e hanno allontanato Rosa Vespa «impedendo che potesse impossessarsi di altri neonati».
Aggiungono i legali, Marco Facciola e Vincenzo Belvedere, e lo scrivono in neretto, che «gli stessi stretti congiunti» della mamma di Sofia avevano espresso «sospetto e iniziale dissenso a consegnare la bambina» alla falsa infermiera. Rosa Vespa quella sera, in tutta tranquillità, ha portato via dalla clinica Sofia tenendola in braccio. La piccola è stata ritrovata tre ore dopo dalla polizia «grazie ai potenti sistemi di videosorveglianza della struttura», precisano i legali.