I cortei delle ragazze contro i femminicidi. La madre di Sara: “Grazie a nome di mia figlia”
Maria Novella De Luca“Eravamo qui un anno e mezzo fa, a piangere Giulia Cecchettin. Avevamo detto: mai più, mai più. Sorelle, amiche, non è cambiato niente, noi continuiamo a morire, noi continuiamo a venire uccise. E allora bruceremo tutto, il nostro urlo sarà più forte, perché vogliamo restare vive, perché Ilaria e Sara non torneranno, tutta l’Italia scuote le chiavi, tutta l’Italia è in piazza”. Il corteo transfemminista solca i viali ricoperti di glicine dell’università La Sapienza, si ferma attorno alla gigantesca statua di Minerva avvolta di fumogeni viola, davanti al monumentale rettorato appena restaurato. Le parole delle attiviste di “Non una di meno” fendono l’aria, è partito da Roma il nuovo e potente grido di dolore e rabbia contro i femminicidi, grido che sembra afono però, perché nulla ferma i maschi assassini, nemmeno le pene sempre più severe, nemmeno il “reato di femminicidio” appena varato. (Purtroppo la rettrice Polimeni ha denunciato che il rettorato e la scalinata sono state imbrattat…
“Eravamo qui un anno e mezzo fa, a piangere Giulia Cecchettin. Avevamo detto: mai più, mai più. Sorelle, amiche, non è cambiato niente, noi continuiamo a morire, noi continuiamo a venire uccise. E allora bruceremo tutto, il nostro urlo sarà più forte, perché vogliamo restare vive, perché Ilaria e Sara non torneranno, tutta l’Italia scuote le chiavi, tutta l’Italia è in piazza”. Il corteo transfemminista solca i viali ricoperti di glicine dell’università La Sapienza, si ferma attorno alla gigantesca statua di Minerva avvolta di fumogeni viola, davanti al monumentale rettorato appena restaurato. Le parole delle attiviste di “Non una di meno” fendono l’aria, è partito da Roma il nuovo e potente grido di dolore e rabbia contro i femminicidi, grido che sembra afono però, perché nulla ferma i maschi assassini, nemmeno le pene sempre più severe, nemmeno il “reato di femminicidio” appena varato. (Purtroppo la rettrice Polimeni ha denunciato che il rettorato e la scalinata sono state imbrattate durante la manifestazione. “Danni ingenti, perché altra violenza?” ha commentato Polimeni).
Ilaria Sula e Sara Campanella sono morte a pochi giorni di distanza l’una dall’altra, avranno per sempre 22 anni quelle due giovani donne gemellate da una fine violenta. È per questo che sulle belle, bellissime facce delle migliaia di studentesse e studenti accorsi al presidio femminista organizzato da “Non una di meno” dietro gli slogan volutamente duri, si leggono sconforto, paura, smarrimento.
Ovunque ieri i nomi di Sara e Ilaria sono stati ricordati, sono risuonati nei luoghi dove sono state uccise, nella fiaccolata di Messina, partita dall’ateneo dove Sara Campanella studiava Scienze biomediche, con il saluto, straziante e coraggioso della mamma, Cetty Zaccaria. “Ringrazio tutti gli studenti, dico grazie a nome di Sara a tutte le persone presenti che hanno dato la voce a lei stasera”.
Un lunghissimo applauso ha accolto quelle poche parole pronunciate con enorme sforzo, con un altro infinito applauso il corteo della Sapienza ha salutato Ilaria Sula, davanti alla “sua” facoltà di Statistica. Ilaria che sorride con dolcezza nel grande ritratto issato all’ingresso della facoltà, diventata un tappeto di mazzi di fiori, Ilaria assassinata dal suo ex e gettata come un rifiuto in un dirupo tra sterpaglie e lamiere arrugginite. “Ilaria poteva essere una di noi, potevo essere io”. “Il femminicidio di Ilaria non è un caso di cronaca ma l’estrema rappresentazione di un sistema malato”. “Vogliamo i centri antiviolenza all’università”. “Vogliamo l’educazione sessuo-affettiva nelle scuole, perché noi ci vogliamo vive”. L’accusa è al sistema, alla “cultura patriarcale che normalizza la cultura del possesso”. È così, ma l’antidoto non c’è, nessuno strumento dopo la morte di Giulia Cecchettin è stato messo in atto, nelle scuole, nelle università, per lavorare sulla prevenzione dei femminicidi.
È l’ammissione triste che arriva anche da Firenze, e poi dal corteo di Milano, dal presidio davanti alla Statale. "Ce lo aspettavamo, purtroppo, di tornare qui a gridare la nostra rabbia, perché nulla è stato fatto”. Il suono metallico delle chiavi di casa scosse a dimostrazione che il nemico è qui, dietro la porta, si annida nelle relazioni affettive, in famiglia, nel “ragazzo per bene che studia e lavora”, ieri si è sentito ovunque, quasi in ogni università italiana. Perché,come dice Gianna, che frequentava lo stesso corso di laurea di Ilaria Sula, “nessuna di noi è al sicuro, finché non cambierà la testa dei maschi, finché non sradicheremo il patriarcato”. Sembra uno slogan ma tradotto, anche al di là degli atti di violenza vera e propria, vuol dire molto: discriminazione, salari diseguali, diverso accesso alle carriere, sessismo.
Le chiavi tintinnavano ieri anche a Terni, città dove vive la famiglia Sula e dove Ilaria era cresciuta, durante la commossa manifestazione che l’ha ricordata. In particolare con le parole della sua amica del cuore Beatrice: “Cara Ilaria, ti porterò sempre con me”.
Ed erano in tremila ieri sera a Messina, luogo degli studi di Sara Campanella, un corteo di lumini che ha illuminato la città. Desolate le parole di Angela, collega di Sara e, "purtroppo — dice — anche del suo assassino”. Quel collega di università, Stefano Argentino che si era trasformato in stalker. “Lui era un tipo taciturno, scontroso – ricorda Angela - lei era invece una ragazza stupenda e piena di vita”.
Al corteo di Messina anche la presidente della Conferenza dei rettori, Giovanna Iannantuoni. “Sono qui a rappresentare tutti gli 85 atenei italiani e i 2 milioni di studenti. Siamo con voi. Oltre al dolore dobbiamo capire cosa possiamo fare per spezzare questa catena di barbarie, Dobbiamo tornare a guardarci negli occhi, fare una alleanza tra generazioni. Insieme cambieremo le cose, a cominciare dagli sportelli antiviolenza nelle università”.
È quello che chiedono a gran voce le studentesse. Forse accadrà. Chissà. Nel nome di Sara, di Ilaria. E di Giulia.