Nel suo studio campeggiano poster con enormi fauci piene di denti. Sulla scrivania statuette e calamite a forma di pescecane. Emilio Sperone, professore associato del dipartimento di Biologia, ecologia e scienze della terra dell’università della Calabria, dirige un laboratorio specializzato nella ricerca su una specie che, nell’immaginario comune, va a braccetto con la paura: lo squalo. Monitorato nel suo habitat meno scontato: il mar Mediterraneo. Il suo team sta portando avanti uno studio sull’inquinamento delle profondità marine utilizzando quattro specie di squalo: gattuccio, boccanera, razza chiodata e chimera.
Lo studio si concluderà a ottobre, ma già si possono anticipare alcuni risultati?
«Abbiamo rilevato grandi quantità di microplastiche nello stomaco del 60% degli animali analizzati. Sono per lo più prodotte dalla frammentazione di rifiuti abbandonati sulle spiagge e in acqua. I valori più alti sono stati individuati in Calabria e Toscana, in questa ultima soprattutto micro…
Nel suo studio campeggiano poster con enormi fauci piene di denti. Sulla scrivania statuette e calamite a forma di pescecane. Emilio Sperone, professore associato del dipartimento di Biologia, ecologia e scienze della terra dell’università della Calabria, dirige un laboratorio specializzato nella ricerca su una specie che, nell’immaginario comune, va a braccetto con la paura: lo squalo. Monitorato nel suo habitat meno scontato: il mar Mediterraneo. Il suo team sta portando avanti uno studio sull’inquinamento delle profondità marine utilizzando quattro specie di squalo: gattuccio, boccanera, razza chiodata e chimera.
Lo studio si concluderà a ottobre, ma già si possono anticipare alcuni risultati?
«Abbiamo rilevato grandi quantità di microplastiche nello stomaco del 60% degli animali analizzati. Sono per lo più prodotte dalla frammentazione di rifiuti abbandonati sulle spiagge e in acqua. I valori più alti sono stati individuati in Calabria e Toscana, in questa ultima soprattutto microfibre derivanti dall’industria tessile. Poi abbiamo rilevato metalli pesanti su muscoli, pelle e fegato degli animali. Soprattutto arsenico, anche se sotto la soglia consentita. Le cause sono lo smaltimento di scarichi industriali e i lavaggi di cisterne delle navi».
Perché sono stati scelti gli squali?
«Gli squali non sono solo superpredatori ma anche straordinarie sentinelle del mare. L’inquinamento tende ad accumularsi risalendo le catene alimentari. Più andiamo in alto più le sostanze sono presenti ed essendo gli squali all’apice della catena tramite loro noi abbiamo un quadro verosimile del livello di inquinamento dell’ecosistema».
È vero che nel Mediterraneo esistono 47 specie diverse?
«Certo. Oltre quaranta specie di pesci cartilaginei. Molti li mangiamo anche come il palombo o la razza. Ci sono sempre stati anche esemplari di squalo bianco nel Mediterraneo solo che la loro presenza passa inosservata perché si nutrono per lo più di pesci d’altura come tonni e delfini, non si avvicinano all’arenile».
A causa dei cambiamenti climatici ci sono specie di squali prima sconosciuti da noi?
«Plausibile che nuove specie possano arrivare, ma devono naturalizzarsi e adattarsi. Recentemente sono stati segnalati esemplari di squalo tigre, che ama le acque calde, che però non sono riusciti a riprodursi. Anche uno squalo balena in Turchia. L’80% delle specie è minacciato: squalo martello, smeriglio, pesci volpe stanno scomparendo nel Mediterraneo per l’inquinamento e il cambiamento climatico».
Si è mai sentito come sul set di un film di Spielberg?
«La mia passione è nata proprio dopo aver visto il film. Dopo la laurea, durante una spedizione in Sudafrica, ho conosciuto Leonard Compagno, il più grande esperto di squali al mondo, che era stato consulente proprio di Spielberg.
Sfatiamo il mito che lo squalo sia pericoloso per l’uomo...
«Chiariamo: gli squali non amano la carne umana. Non fa parte della loro dieta. Ci saranno, nel mondo, appena quaranta o cinquanta attacchi l’anno e le morti sono pochissime. Nel 2024 ci sono stati solo quattro decessi tra i quali purtroppo l’italiano morto in Egitto».
In quali casi avviene l’attacco all’uomo.
«I motivi possono essere tre. La fame, se proprio non trovano di meglio, soprattutto lo squalo tigre e lo squalo Zambesi. L’essere tratti in inganno da scie odorose, da rumore o da una sagoma che vedono in acqua. Infine il sentirsi minacciati».
Come mai ha deciso di rimanere a vivere in Calabria?
«Ho creato il laboratorio dal nulla. La Calabria ha mille chilometri di costa ed è in una posizione privilegiata. Quale migliore osservatorio per le migrazioni dei pesci?».