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La sex worker: “Lo Stato pensa alle tasse ma dovrebbe darci prima i diritti”

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Anita Gariboldi, 37 anni, del Movimento italiano identità transgender: “Il nostro lavoro deve essere trattato con dignità”
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«Se lo Stato vuole tassarci, prima dovrebbe tutelarci. Invece siamo criminalizzate e senza diritti». Anita Gariboldi, 37 anni, italo brasiliana, sex worker oggi operatrice con le unità di strada del Mit, il Movimento italiano identità transgender, parla con allegria dalla sua casa di Trieste. «In questo momento non esercito, ho fatto una scelta d’amore, ma non escludo di riprendere la mia professione se ne avessi bisogno».

Anita, le prostitute dovrebbero pagare le tasse?

«Sì, ma ad alcune condizioni. Se il nostro lavoro venisse davvero riconosciuto, trattato con dignità, alla luce del sole e in sicurezza, allora credo che sarebbe giusto. Tasse in cambio di diritti. Oggi però siamo ancora marginalizzate e perseguitate. Quindi quel tempo non è ancora maturo».

Lei …

«Se lo Stato vuole tassarci, prima dovrebbe tutelarci. Invece siamo criminalizzate e senza diritti». Anita Gariboldi, 37 anni, italo brasiliana, sex worker oggi operatrice con le unità di strada del Mit, il Movimento italiano identità transgender, parla con allegria dalla sua casa di Trieste. «In questo momento non esercito, ho fatto una scelta d’amore, ma non escludo di riprendere la mia professione se ne avessi bisogno».

Anita, le prostitute dovrebbero pagare le tasse?

«Sì, ma ad alcune condizioni. Se il nostro lavoro venisse davvero riconosciuto, trattato con dignità, alla luce del sole e in sicurezza, allora credo che sarebbe giusto. Tasse in cambio di diritti. Oggi però siamo ancora marginalizzate e perseguitate. Quindi quel tempo non è ancora maturo».

Lei a quanti anni ha cominciato?

«Ero giovanissima e con il sesso sono riuscita a pagarmi l’università e la mia autonomia dalla famiglia. All’inizio in Brasile lavoravo per strada, poi in Italia in casa, in sicurezza».

È stata sfruttata?

«Per fortuna no, sono sempre stata autonoma, non ho mai dovuto rendere conto a nessuno del mio lavoro e dei miei guadagni. Però molte donne sono invece vittime di tratta in Italia, prigioniere, fragili e isolate. Soprattutto le ragazze straniere, senza documenti. La nostra unità di strada lavora proprio con queste sex worker più vulnerabili».

Senta Anita, quanto guadagnava?

«Anche fino a 1200 euro al giorno».

Cifre davvero alte. Capisco il fisco.

Anita ride: «Per questo dico che se ne avessi bisogno tornerei alla prostituzione. Dove lo trovo un lavoro così ben pagato? Lo ammetto, ero molto richiesta. Però guardi, in strada è tutto molto diverso. Ci sono abusi e sfruttamento».

Appunto. Non è dura vendere il proprio corpo? Non ci si sente usate e violate?

«Se qualcuno ti costringe certo, o sei vittima di un racket. Se invece lo scegli per essere indipendente, per guadagnare bene, è semplicemente un lavoro. Bisogna però essere psicologicamente forti».

Chi erano i suoi clienti?

«Uomini di ogni tipo, manager, avvocati, imprenditori, single, padri di famiglia».

Lei parlava di tutele, diritti, luoghi sicuri. Sarebbe favorevole a una riapertura, moderna, delle case chiuse?

«Noi sex worker siamo molto divise su questo argomento. In un appartamento si può esercitare in sicurezza, in un contesto igienico e senza i pericoli della strada. Il rischio però è che quei luoghi diventino ghetti».

Senta, lei ha davvero smesso per amore?

«Sì. Per adesso, domani chissà. Ora mi occupo delle altre. Quelle che sono state meno fortunate di me».

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