Ravenna – Sergio Mattarella si avvicina al vecchio partigiano sulla sedia a rotelle: Stefano Pagani, detto Steno.
«Grazie», gli dice.
«Tenga duro», gli risponde Pagani.
Mattarella lo abbraccia.
Steno, 102 anni, il volto sereno di chi ha servito la vita, c’era quando la ventottesima Brigata Garibaldi e gli alleati inglesi e canadesi liberarono Ravenna il 4 dicembre 1944 dalla morsa nazifascista. È l’ultimo testimone di una storia d’amore per la libertà che il presidente della Repubblica e re Carlo III sono venuti ad onorare.
«Qual è il segreto per stare così bene alla sua età?», gli chiede Carlo.
«Ho fatto la fame», gli risponde Pagani.
Il re vuole sapere di dov’è.
«Alfonsine», risponde.
Il re non l’ha mai sentita nominare. Ma mostra…
Ravenna – Sergio Mattarella si avvicina al vecchio partigiano sulla sedia a rotelle: Stefano Pagani, detto Steno.
«Grazie», gli dice.
«Tenga duro», gli risponde Pagani.
Mattarella lo abbraccia.
Steno, 102 anni, il volto sereno di chi ha servito la vita, c’era quando la ventottesima Brigata Garibaldi e gli alleati inglesi e canadesi liberarono Ravenna il 4 dicembre 1944 dalla morsa nazifascista. È l’ultimo testimone di una storia d’amore per la libertà che il presidente della Repubblica e re Carlo III sono venuti ad onorare.
«Qual è il segreto per stare così bene alla sua età?», gli chiede Carlo.
«Ho fatto la fame», gli risponde Pagani.
Il re vuole sapere di dov’è.
«Alfonsine», risponde.
Il re non l’ha mai sentita nominare. Ma mostra di conoscere la storia di quella liberazione e lo tempesta di domande. La sala del Comune di Ravenna, agghindata a festa, pullula di veterani canadesi e inglesi. Il re e Mattarella stringono mani, salutano. Questa visita è un grande spot contro ogni fascismo.
Furono 380 i partigiani che persero la vita nella liberazione di Ravenna. I loro nomi sono iscritti in una lapide in piazza del Popolo. Pagani invece si salvò. «Si poteva morire ogni giorno», dice adesso. Frequenta ancora le riunioni dell’Anpi. «Provo un certo orgoglio che un re s’interessi della Resistenza, quando in Italia si stanno dimenticando di noi. Mattarella no, lui la nostra lotta non si scorda mai di ricordarla. Io avevo ventidue anni, ero militare ad Aviano quando arrestarono Mussolini. Disertai ed entrai nei Gap».
Il comandante di quella Brigata era Arrigo Boldrini, il mitico Bulow, comunista. Il capo del comitato di Liberazione si chiamava Benigno Zaccagnini, che negli anni Settanta fu il segretario del rinnovamento dc, «l’onesto Zac». Una figura cara al presidente Mattarella. C’è una foto in cui i due, il comunista e il democristiano, si affacciano dal balcone per salutare la folla a guerra finita. Erano cresciuti insieme nella parrocchia Santa Maria in Porto, retta da don Sangiorgi, un prete amico di don Minzoni, ucciso dai fascisti. «Qui a Ravenna la collaborazione tra alleati e partigiani fu esemplare. Un modello per molti», spiega Beppe Masetti, il direttore dell’Istituto storico della Resistenza. «A Forlì gli inglesi non vollero i partigiani nella sfilata dopo la cacciata dei tedeschi. A Ravenna svolse un ruolo decisivo di collegamento Arcibald Colquhoun, un letterato che aveva diretto il British Institute a Napoli. Amava l’Italia. Non a caso furono risparmiati i monumenti».
I partigiani furono decisivi, perché tennero sotto scacco i nazisti nelle valli a nord, consentendo agli alleati di entrare in città dopo una battaglia finale di sei giorni. Ben 238 canadesi, 250 britannici, 120 indiani, novantasei neozelandesi, undici sudafricani, sei australiani, trentatré volontari della Brigata Ebraica, morirono nella difesa di Ravenna. Giovani arruolati nell’ottava Armata britannica. Un’internazionale della democrazia. Il loro sacrificio è stata la nostra libertà. Ed è curioso notare come inglesi e canadesi sono tornati ad essere filo europei, in chiave anti Trump. E Carlo, l’altro giorno alla Camera, ha fatto un discorso potentemente pro Europa.
Il sindaco facente funzioni Fabio Sbaraglia (si vota a maggio dopo l’elezione a governatore di Michele De Pascale, ieri presente alla cerimonia) ringrazia i due Capi di Stato nell’aula del consiglio comunale riunito in seduta straordinaria: Re Carlo gli batte le mani.
Mattarella omaggia anche Minny Viera Geminiani. Ha 99 anni. «Ne avevo diciassette quando i partigiani mi chiesero di attraversare il canale con una borsa. Non sapevo cosa c’era dentro. Dovevo solo consegnarla. Ero seria. Non facevo la stupida con i tedeschi. A uno che mi fermò dissi che ero già madre. Non so come ma l’ho sempre fatta franca…». Poi si fa silenziosa. All’improvviso dice al cronista: «Difendete la Repubblica finché potete!».
Ad Alfonsine Giuliano Montaldo girò Agnese va a morire. Ravenna è pavesata di bandiere. Molti gli inglesi dietro le transenne. È stata la città con il più alto numero di consensi per la Repubblica (91%), nel Dopoguerra fu uno dei pochi bastioni del Pri, e ancora adesso i repubblicani sono presenti in consiglio comunale.
Torniamo da Pagani. Com’è stato il dopoguerra, gli ha chiesto, il re. «Durissimo». E si coglie in lui una commozione che qui è difficile rendere a parole.