Due donne. Due cattedre. Due vite dedicate a insegnare a scuola la grammatica delle regole, mentre fuori dall’aula recitavano a memoria il codice della mafia imposto da Matteo Messina Denaro. Il boss si considerava irresistibile. Era un narcisista, convinto che ogni donna fosse portata a innamorarsi di lui con la stessa cieca adorazione con cui lui si ammirava. Un’idea patologica, forse delirante, ma che, in certi casi, ha trovato conferma nella realtà: le insegnanti di cui lui si circondava segretamente.
Alle professoresse u Siccu sembrava essere appassionato, e loro ricambiavano aiutandolo, nascondendolo, coprendolo e proteggendolo. Le ultime “amiche” arrestate facevano lezioni in due scuole del trapanese. Nel territorio del padrino…
Due donne. Due cattedre. Due vite dedicate a insegnare a scuola la grammatica delle regole, mentre fuori dall’aula recitavano a memoria il codice della mafia imposto da Matteo Messina Denaro. Il boss si considerava irresistibile. Era un narcisista, convinto che ogni donna fosse portata a innamorarsi di lui con la stessa cieca adorazione con cui lui si ammirava. Un’idea patologica, forse delirante, ma che, in certi casi, ha trovato conferma nella realtà: le insegnanti di cui lui si circondava segretamente.
Alle professoresse u Siccu sembrava essere appassionato, e loro ricambiavano aiutandolo, nascondendolo, coprendolo e proteggendolo. Le ultime “amiche” arrestate facevano lezioni in due scuole del trapanese. Nel territorio del padrino ricercato.
Quando nei suoi appunti scriveva delle “sue” donne, Messina Denaro non raccontava mai di passioni, di calore, al contrario era sempre freddo e misurato, ci teneva a far vedere di avere comunque la situazione sotto controllo. Le amanti, in definitiva, per u Siccu non erano altro che una frazione del piccolo esercito al femminile che gli ha permesso di creare la sua nera leggenda.
Il boss si era costruito un’immagine seduttiva, potente, quasi messianica. Non chiedeva amore, pretendeva devozione e venerazione. E la otteneva da queste donne che non sono ignoranti, né intimidite. Sono donne consapevoli, ma spesso cresciute dentro famiglie mafiose, abituate a vedere il crimine come normalità, il potere come onore, e il silenzio come virtù. Istruite e laureate, diventate insegnanti, sembravano essersi emancipate dall’ambiente mafioso in cui erano cresciute. Entrambe figlie o parenti di uomini d’onore. Questo non le rende automaticamente colpevoli, certo. Ma suggerisce un filo rosso culturale che la laurea non ha reciso. E qui il cortocircuito diventa evidente: un’insegnante che insegna le regole e poi le infrange per lealtà verso un boss latitante. La vera tragedia è questa. La scuola è l’unica istituzione che può rompere il ciclo mafioso, ma non è immune. Quando una figura come le amanti di Messina Denaro entra in classe, porta con sé quella contraddizione. Non è detto che insegni i “valori mafiosi”. Ma con il suo esempio, silenzioso e ambiguo, mina la credibilità della scuola come presidio di legalità. I ragazzi lo sentono, lo percepiscono. A volte lo scoprono. E imparano che si può vivere a cavallo tra due mondi senza pagare subito il prezzo. Tutto questo ci porta a vedere una Cosa nostra che non ha più bisogno di minacciare per ottenere complicità. Le trova già pronte, formate all’obbedienza, educate al silenzio, addestrate alla fedeltà. Tutto ciò porta alla maestra Laura Bonafede e alla professoressa Floriana Calcagno.
In questo caso, non è la mafia che si infiltra nelle scuole con la violenza o con l’estorsione. Penetra in modo sottile, attraverso le biografie delle persone che non si sono mai emancipate davvero. Donne che non sono criminali dichiarate, ma che a quanto pare non hanno mai reciso il cordone ombelicale col potere dei clan.
La scuola è il luogo della liberazione: forma, educa, rompe le catene del pensiero malavitoso. L’insegnante che copre un boss incarna la più dolorosa contraddizione, perché una donna che ha studiato, si è formata, ha avuto accesso agli strumenti per scegliere, preferisce di servire il crimine. Non lo fa per paura, ma per lealtà familiare, affetto, fascinazione per un uomo potente, o forse per convinzione profonda che quella sia la vera forma di fedeltà e amore. E il boss purtroppo ne è felice. Perché qui la mafia non è solo un’organizzazione: è un imprinting culturale.