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“La passione per la natura e il ballo. Vi racconto gli ultimi giorni di Alessandro Coatti”

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Parla Marcelo, il ragazzo cileno con cui a febbraio era nato “un rapporto speciale” durante il carnevale di Oruro: “In Colombia aveva conosciuto un giovane di cui si fidava. Aveva già subito un’aggressione in viaggio”
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Un grande e pesantissimo zaino rosso, dentro il microscopio da cui non si separava mai e il costume da ballo caraibico. “L’anima di Alessandro e il suo sogno sudamericano stavano tutti lì dentro, l’amore per il suo lavoro di ricercatore, la curiosità di esplorare sempre e conoscere cose nuove e l’enorme voglia di vivere e di divertirsi”. Marcelo è l’ultima persona che ha sentito Alessandro Coatti, il biologo italiano ucciso e fatto a pezzi in Colombia quindici giorni fa. Tra loro era nato un rapporto speciale proprio durante il viaggio in Sudamerica di Alessandro.

Marcelo, quando ha parlato con lui l’ultima volta?

“Era sabato mattina, il 5 aprile ed Alessandro era a Santa Marta in hotel. Mi ha detto che stava aspettando un mezzo di trasporto per andare al Parco di Tayrona. Era tranquillo, ci siamo salutati ed è stata l’ultima volta che ho avuto sue notizie. Poi, quando ho provato a chiamarlo, non ha più risposto”.

Che tipo di rapporto avevate? Quando vi siete conosciuti?

“Tra di noi c…

Un grande e pesantissimo zaino rosso, dentro il microscopio da cui non si separava mai e il costume da ballo caraibico. “L’anima di Alessandro e il suo sogno sudamericano stavano tutti lì dentro, l’amore per il suo lavoro di ricercatore, la curiosità di esplorare sempre e conoscere cose nuove e l’enorme voglia di vivere e di divertirsi”. Marcelo è l’ultima persona che ha sentito Alessandro Coatti, il biologo italiano ucciso e fatto a pezzi in Colombia quindici giorni fa. Tra loro era nato un rapporto speciale proprio durante il viaggio in Sudamerica di Alessandro.

Marcelo, quando ha parlato con lui l’ultima volta?

“Era sabato mattina, il 5 aprile ed Alessandro era a Santa Marta in hotel. Mi ha detto che stava aspettando un mezzo di trasporto per andare al Parco di Tayrona. Era tranquillo, ci siamo salutati ed è stata l’ultima volta che ho avuto sue notizie. Poi, quando ho provato a chiamarlo, non ha più risposto”.

Che tipo di rapporto avevate? Quando vi siete conosciuti?

“Tra di noi c’era un rapporto speciale. Lo abbiamo capito entrambi subito quando ci siamo conosciuti, a febbraio, in Bolivia. Io arrivavo dal Cile, dove abito e lui dall’Ecuador dove era stato prima. Eravamo entrambi lì per il carnevale di Oruro. Lo conosce?”

No, che tipo di manifestazione è?

“E’ la più grande festa religiosa, culturale e folcloristica della Bolivia, ha origini indigene ma ormai dopo quello di Rio è uno dei più famosi carnevali del mondo. E si balla per strada in costume dalla mattina alla sera. Alessandro era lì con i suoi amici dei Caporales centralistas San Miguel, un gruppo specializzato in questo tipo di danze che frequentava anche quando stava a Londra. Lui era ospite di uno di questi suoi amici, Joshua, un ragazzo boliviano che sta a Londra ma che per l’occasione era tornato a Oruro. Siamo stati lì tre settimane, a ballare, a ridere, a raccontarci le nostre vite, a parlare del futuro. Siamo stati felici in quel periodo, stavamo proprio bene insieme”.

E poi, finito il Carnevale, avete proseguito il viaggio insieme?

“No, non sono io l’amico sudamericano che ho sentito dire che gli investigatori ora stanno cercando. Joshua è tornato a Londra e io sono tornato a Santiago del Cile per motivi di lavoro. Ale invece voleva continuare a tutti i costi il suo viaggio anche se in tanti lo avevano sconsigliato di andare in Colombia da solo”.

Joshua, che conosce bene quei posti, lo aveva scongiurato di non andare.

“Sì, glielo ha detto tante e tante volte. E anche sua madre che lo ospitava in quei giorni a Oruro glielo diceva: ‘Sei chiaro, non passi inosservato. Per te la Colombia è un posto pericoloso. Non è prudente andare da solo. E se proprio hai deciso di partire stai attento la sera, non andare a nessuna festa, occhio ai locali. Ma lui era così deciso a proseguire, voleva visitare queste riserve naturali, conoscere altri posti. E così è andato. Ma mi ha promesso che ci saremmo sentiti ogni giorno e che mi avrebbe sempre detto dove andava.E così è stato fino a Santa Marta…”.

Tra le tante voci che girano c’è quella che in Colombia viaggiasse con un amico. Le risulta?

“Sì, è vero. Alessandro mi aveva raccontato di aver conosciuto un ragazzo a Medellin. Ma, naturalmente, secondo lui era una brava persona. E’ stato lui ad averlo aiutato quando tentarono di aggredirlo e sono stati costretti ad andare in ospedale”.

Dunque, Alessandro era già stato aggredito? Cosa gli era successo e quando?

“Nulla di grave, per fortuna. Ma scusatemi, non posso dire di più perché la sua famiglia non mi autorizza a dare ulteriori informazioni. Non posso mancare di rispetto alla vita privata di Ale e della sua famiglia. Comprenderete che il caso è molto delicato”.

Lei, quindi, è in contatto con i genitori di Alessandro. Sono rimasti in Italia e dicono di non essere informati di nulla.

"Sì, sono in contatto con loro. Sandra, la mamma di Alessandro, è davvero distrutta. Gli ultimi giorni di suo figlio glieli racconto io”.

Lei è sudamericano. Si è fatto un’idea di cosa può essere successo?

“Davvero non lo so. Posso solo dire che la Colombia è un posto molto pericoloso a differenza della Bolivia. Spero che Alessandro possa presto tornare a casa e che sarà fatta giustizia”.

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