Sarà un Conclave pieno di incognite, nonostante la svolta impressa da Bergoglio, quello che si aprirà al più tardi il 10 maggio per eleggere il successore di papa Francesco. Perché il Pontefice argentino ha sì lasciato la sua impronta, scegliendo in dodici anni di pontificato oltre l’ottanta per cento del collegio elettorale della Chiesa, ma le variabili sono molte, e le dinamiche ecclesiali e politiche che si dispiegano al chiuso della Cappella Sistina hanno avuto, nel corso della storia, esiti non di rado sorprendenti.
Francesco ha plasmato il collegio cardinalizio in diversi modi. Ha prediletto cardinali dal profilo pastorale, vescovi e arcivescovi di diocesi grandi e piccole, più che teologi, canonisti, liturgisti. Ha spesso premiato sedi in…
Sarà un Conclave pieno di incognite, nonostante la svolta impressa da Bergoglio, quello che si aprirà al più tardi il 10 maggio per eleggere il successore di papa Francesco. Perché il Pontefice argentino ha sì lasciato la sua impronta, scegliendo in dodici anni di pontificato oltre l’ottanta per cento del collegio elettorale della Chiesa, ma le variabili sono molte, e le dinamiche ecclesiali e politiche che si dispiegano al chiuso della Cappella Sistina hanno avuto, nel corso della storia, esiti non di rado sorprendenti.
Francesco ha plasmato il collegio cardinalizio in diversi modi. Ha prediletto cardinali dal profilo pastorale, vescovi e arcivescovi di diocesi grandi e piccole, più che teologi, canonisti, liturgisti. Ha spesso premiato sedi insolite, diocesi e paesi che non avevano mai avuto un cardinale, non di rado periferiche e segnate dalle ferite della storia, snobbando, tra il malumore di molti, città come Venezia, Parigi, Milano, che avevano una lunga tradizione cardinalizia.
Ancora, ha fatto crescere il cosiddetto global south, coerentemente con un cattolicesimo che deperisce in Europa e America del nord mentre cavalca in Africa e Asia, seppure minoritario, ed è maggioranza in America latina. Sotto il suo pontificato i cardinali di queste regioni sono passati dal 36,5%, nel Conclave che lo elesse nel 2013, a oltre il 50%. Infine Bergoglio ha allargato lo spettro di Paesi rappresentati nel collegio: se dodici anni fa erano 48, oggi sono 71. Con questa mossa il Papa gesuita ha costretto la cattolicità a uno sforzo di sintesi necessario per una Chiesa che alberga enormi diversità culturali e ideologiche.
Sbaglierebbe, però, chi ritenesse quello bergogliano un gruppo monolitico e compatto, e i cardinali scelti da Francesco simili l’uno all’altro. Perché Francesco ha in realtà incluso sia cardinali progressisti che conservatori, personalità più sensibili alle ragioni della modernità e altri che si richiamano alla tradizione della dottrina, uomini dialoganti con la Cina e figure fortemente atlantiste, orientali e occidentali, meridionali e settentrionali.
Alcuni di loro, inoltre, bergogliani in superficie, si sono rivelati tutt’altro che fedeli alla tensione di Francesco verso le periferie, i poveri, i migranti. Inopinatamente anche per alcuni dei suoi sostenitori, inoltre, Bergoglio negli anni non ha convocato a Roma i cardinali, salvo a inizio pontificato, non permettendo così che si conoscessero tra di loro. «Io conosco solo 20 o 30 altri confratelli», confida un porporato che preferisce l’anonimato. L’unica occasione in cui una quota significativa del collegio cardinalizio — alla fine, una settantina — si è ritrovata insieme, riuscendo a fare gruppo, è stata la doppia assemblea sinodale fortemente voluta da Francesco nel 2024 e 2025, e dalla quale erano esclusi, o autoesclusi, molti dei porporati ultraconservatori.
Sul Conclave, infine, il prossimo come quelli passati, pesano l’audacia delle minoranze che si organizzano per tempo, l’umore diffuso nel corpo ecclesiale, così come le variabili della grande storia, gli equilibri e le urgenze geopolitiche, che rimangono fuori dalla cappella Sistina fino a un certo punto.
Con tutte queste incognite c’è chi scommette che il prossimo Papa sarà una figura meno spumeggiante di Bergoglio, magari qualcuno che già è a Roma, capace di mediare tra le tensioni e chiudere i molti cantieri aperti. Molti guardano al Segretario di Stato Pietro Parolin, leale con Francesco ma su posizioni più moderate. Gli altri due italiani che hanno la statura dei “papabili” sono Matteo Zuppi, proveniente dalle fila della comunità di Sant’Egidio, e, benché molto giovane per diventare Papa (ha solo 60 anni), il patriarca di Gerusalemme Pierbattista Pizzaballa.
Gli italiani, tuttavia, sono ormai solo 19 su 135 elettori. Può ben darsi che il prossimo, come gli ultimi tre Papi, non sia italiano. A Roma spiccano figure come il filippino Louis Antonio Tagle, affabile prefetto di Propaganda fide, Francis Robert Prevost, il meno americano degli americani (ha trascorso 20 anni in Perù), il maltese Mario Grech, che ha guidato la macchina del sinodo, e il salesiano spagnolo Angel Fernandez Artime.
Anche lontano dalla Curia ci sono svariati cardinali che in questi anni si sono fatti notare, come Jean-Marc Aveline, gioviale arcivescovo di Marsiglia appena eletto presidente dei vescovi francesi, un altro salesiano di origini spagnole, Cristobal Lopez Romero, arcivescovo di Rabat, in Marocco, o Anders Arborelius, carmelitano di Svezia fermo nella dottrina ma abituato a una società secolarizzata. I conservatori nostalgici guardano al teologo ungherese Peter Erdo. Se l’orologio della storia fosse pronto per un Papa africano, sarebbe senz’altro il carismatico arcivescovo di Kinshasa Fridolin Ambongo, molto più a destra di Bergoglio ma convertitosi alla sinodalità di Francesco. Ma è possibile che i cardinali in arrivo a Roma ne scopriranno uno rimasto nell’ombra, è possibile che in dodici anni di Francesco siano maturati leader che emergeranno solo al Conclave. Proseguendo il soffio dello Spirito che portò all’elezione di Bergoglio.