La rivoluzione a piccoli passi, ecco l’eredità di Francesco
di Antonio SpadaroI funerali di Francesco hanno fatto comprendere che il suo pontificato non ha affatto fermato la sua spinta propulsiva. Anzi, essa è diventata una eredità. È vero che il futuro Papa sarà il successore di Pietro e non di Francesco, come alcuni si sono affrettati a dire, ma è anche vero che ogni Pontefice raccoglie il testimone da chi lo ha preceduto. Così è stato tra Benedetto e Francesco, il quale ha persino raccolto le bozze di quella che avrebbe dovuto essere una enciclica del suo predecessore, e l’ha completata facendola sua. Dal punto di vista del governo, qual è il testimone di Francesco che attende di essere raccolto e sul quale i cardinali oggi si trovano a confrontarsi?
Chi volesse tematizzare nel pontificato di Francesco una opposizione tra conversione spirituale, pastorale e strutturale dimostrerebbe di non averne compreso il nucleo. Se fosse stata solamente un progetto ideale, frutto dei propri desideri, anche buoni, sarebbe diventata l’ennesima «ideologia del cambia…
I funerali di Francesco hanno fatto comprendere che il suo pontificato non ha affatto fermato la sua spinta propulsiva. Anzi, essa è diventata una eredità. È vero che il futuro Papa sarà il successore di Pietro e non di Francesco, come alcuni si sono affrettati a dire, ma è anche vero che ogni Pontefice raccoglie il testimone da chi lo ha preceduto. Così è stato tra Benedetto e Francesco, il quale ha persino raccolto le bozze di quella che avrebbe dovuto essere una enciclica del suo predecessore, e l’ha completata facendola sua. Dal punto di vista del governo, qual è il testimone di Francesco che attende di essere raccolto e sul quale i cardinali oggi si trovano a confrontarsi?
Chi volesse tematizzare nel pontificato di Francesco una opposizione tra conversione spirituale, pastorale e strutturale dimostrerebbe di non averne compreso il nucleo. Se fosse stata solamente un progetto ideale, frutto dei propri desideri, anche buoni, sarebbe diventata l’ennesima «ideologia del cambiamento». Francesco ha sempre considerato la Chiesa un’istituzione, ma ha sempre affermato che a renderla tale è lo Spirito Santo, che «provoca disordine con i carismi, ma in quel disordine crea armonia». Dunque, l’istituzione ecclesiale per Bergoglio non è mai stata un monolite, ma un’armonia che si forma costantemente dal disordine della diversità e dei contrasti. Per evitare l’«introversione ecclesiale» nel suo governo ha sempre tenuta attiva la tensione dialettica tra spirito e istituzione, che mai si negano e mai coincidono: la Chiesa è «popolo pellegrino ed evangelizzatore, che trascende sempre ogni pur necessaria espressione istituzionale», ha scritto con lucidità. Si comprende allora che la domanda su quale sia stato il «programma» di papa Francesco non ha senso. Il Papa non ha avuto idee preconfezionate da applicare al reale, né un piano ideologico di riforme prêt-à-porter. E non ha avuto remore nel dire, nell’omelia di Pentecoste del 2020, a proposito dell’esperienza del Cenacolo: «Gli Apostoli vanno: impreparati, si mettono in gioco, escono».
Chiaramente questa visione implica che il pastore sia inserito pienamente nel popolo di Dio per capire che accade e per decidere che fare. Come esempio concreto pensiamo a ciò che è accaduto in Cile. Nella sua Lettera dell’8 aprile 2018 indirizzata ai vescovi del Cile a seguito del report consegnato da monsignor Charles Scicluna circa gli abusi compiuti da parte del clero, Francesco ha scritto: «Per quanto mi riguarda, riconosco, e voglio che lo trasmettiate fedelmente, che sono incorso in gravi errori di valutazione e percezione della situazione, in particolare per mancanza di informazioni veritiere ed equilibrate. Fin da ora chiedo scusa a tutti quelli che ho offeso e spero di poterlo fare personalmente, nelle prossime settimane, negli incontri che avrò con rappresentanti delle persone intervistate». Da queste parole ben si comprende che solo «immergendosi» nel popolo e nelle sue sofferenze il Papa si è reso conto dei fatti. Le idee preconfezionate non servono e le informazioni d’ufficio possono non essere equilibrate e veritiere. Solo l’incontro e l’immersione permettono il governo saggio.
Questo modo di procedere si chiama «discernimento», che consiste nell’agire comprendendo la volontà di Dio nella storia. La sua materia prima è sempre l’eco che la realtà riverbera nello spazio interiore. E spinge a trovare Dio dovunque egli si faccia trovare, e non solamente in perimetri predeterminati, ben definiti, recintati e «geolocalizzati».
E il discernimento non è mai sulle idee (anche tra le idee di riforma), ma sulla storia concreta, perché la realtà è sempre superiore all’idea. Le azioni e le decisioni, dunque, devono essere accompagnate da una lettura attenta dell’esperienza. E la vita dello spirito ha i propri criteri. Per esempio: se veniva avanzata una proposta di riforma, per Francesco era fondamentale capire quale fosse lo spirito — buono o cattivo — che la portava avanti. E questo emerge non solo dal che cosa veniva proposto, ma anche dal modo, dal linguaggio col quale quella proposta si esprimeva. Questo per lui era fondamentale nello spazio sinodale, ad esempio, luogo per eccellenza dell’«esercizio spirituale» di governo. Quindi per Francesco c’era un bene — anche nel processo di riforma della Chiesa — che avrebbe potuto essere compiuto senza la mediazione dello Spirito. O ci sono «cose vere» che avrebbero potuto essere dette senza lo «spirito di verità». La sua finezza al riguardo era mistica.
Il principio che ha sintetizzato la sua visione è stato il motto ignaziano: «Questo è divino: non esser costretto da ciò che è più grande, essere contenuto in ciò che è più piccolo». La riforma può realizzarsi nel gesto minimo, nel piccolo passo, persino nell’incontro con una persona, ad esempio, o nell’attenzione a una singolare situazione di bisogno. È questo anche il motivo per cui Francesco non si è rivolto solamente e genericamente alle autorità, ai governanti o a certe categorie di persone, ma spesso direttamente anche ai soggetti vittime di situazioni negative o di sfruttamento. Ha puntato al piccolo, all’ultimo, allo scarto, alla situazione concreta, che ha in sé il seme della riforma evangelica.
Questo ha pure fatto sì che le «forme» del suo magistero siano state flessibili. La nota di un documento per lui può avere avuto più valore di un paragrafo di testo; un’omelia a Santa Marta può essere stata più importante di un discorso ufficiale. La densità teologica del magistero di Francesco non ha rispettato le «forme» previste, ma si è adattata ai tempi e ai momenti.
Il criterio fondamentale che lo ha guidato nella sua riforma spirituale lo espresse sin dall’inizio nell’intervista che gli feci nel 2013: «Io vedo con chiarezza che la cosa di cui la Chiesa ha più bisogno oggi è la capacità di curare le ferite e di riscaldare il cuore dei fedeli, la vicinanza, la prossimità. Io vedo la Chiesa come un ospedale da campo dopo una battaglia. È inutile chiedere a un ferito grave se ha il colesterolo e gli zuccheri alti! Si devono curare le sue ferite. Poi potremo parlare di tutto il resto. Curare le ferite, curare le ferite…». E questo è il testimone di Francesco che andrà in mano al prossimo successore di Pietro.