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Blackout, il racconto: “Così nel 2003 riuscimmo a andare in onda su Radio Capital senza elettricità”

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Ventidue anni fa l’Italia rimase senza elettricità. Si bloccò tutto, anche i mezzi di comunicazione. Ecco come salvammo il giornale radio
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Il 28 settembre del 2003 è una domenica. E c’è qualcosa che non va. Lo capiamo subito, noi che ci dobbiamo alzare presto.
Sono le 4.40 quando suona la sveglia. L’interruttore ci avvisa per primo: la stanza resta al buio. Quindi la corsa a guardare fuori: le finestre dei palazzi sono occhi senza vita. Le luci della città sparite. Non c’è dubbio: un blackout. Roma continua a dormire, addormentata in un sonno innaturale. Proprio la notte in cui doveva essere sveglia come non lo era mai stata, che quella era la prima Notte Bianca, con negozi, locali e musei aperti fino a tardi.


La consapevolezza di qualcosa di unico e grave e spaventoso spazza via gli ultimi veli di sonno. “Sarà stato un incidente? Un guasto? Un attentato?”. Botta di adrenali…

Il 28 settembre del 2003 è una domenica. E c’è qualcosa che non va. Lo capiamo subito, noi che ci dobbiamo alzare presto.
Sono le 4.40 quando suona la sveglia. L’interruttore ci avvisa per primo: la stanza resta al buio. Quindi la corsa a guardare fuori: le finestre dei palazzi sono occhi senza vita. Le luci della città sparite. Non c’è dubbio: un blackout. Roma continua a dormire, addormentata in un sonno innaturale. Proprio la notte in cui doveva essere sveglia come non lo era mai stata, che quella era la prima Notte Bianca, con negozi, locali e musei aperti fino a tardi.


La consapevolezza di qualcosa di unico e grave e spaventoso spazza via gli ultimi veli di sonno. “Sarà stato un incidente? Un guasto? Un attentato?”. Botta di adrenalina: bisogna correre in radio, la nostra radio, Radio Capital. Per scendere niente ascensore: è morto, ovviamente. Facciamo le scale volando, con il cuore in gola, perché nessuno sa cosa succede, cosa ci aspetta, siamo persi, non c’è tv, internet, radio. Niente. Anche il cancello del garage non si può aprire, non vuole saperne di essere comandato da noi e non dal telecomando. Alla fine, a forza di spinte, si spalanca con un lamento.
Per arrivare in radio attraversiamo una città vuota, senza nemmeno il rassicurante lampeggiare arancione dei semafori: placido, rincuorante sfondo delle alzatacce per i turni dell’alba, che richiedono – i colleghi della mattina lo sanno bene – sforzi disumani.

Non lo sapevamo, ma poco prima di quella quiete surreale, molti romani, in giro per la Notte Bianca, erano rimasti bloccati nelle metropolitane, e si erano creati leggendari ingorghi agli incroci, ormai orfani dei semafori.
Alle 5.30 siamo in redazione: due o tre giornalisti in tutto, spauriti ma felici di incontrare anime vive, di avere la certezza che no, non c’è stata l’apocalisse, che c’è ancora vita sulla Terra. Ma non sappiamo bene cosa fare. Ci sentiamo sperduti, la redazione è desolata. In realtà alle sei di mattina è desolata sempre, la redazione, ma quel giorno c’è il buio dello sgomento e dell’incertezza. Poi l’idea: la radio a batterie, quella nera, con l’antennona di alluminio. Qualcuno la tira fuori e per miracolo dentro ci sono anche delle pile cariche. Ci mettiamo in ascolto, nessuno trasmette, dai canali arriva un fruscio che neanche in trincea, ma ecco, riusciamo a sintonizzarci: Radio Uno. Il collega della Rai, nostro eroe e salvatore, che ascoltiamo in silenzio religioso e assoluto, ci spiega che alle 3:27 del mattino di domenica 28 settembre 2003 il territorio nazionale si è ritrovato quasi interamente senza energia elettrica: un blackout causato da un albero che ha provocato un guasto alla linea elettrica nella Svizzera centrale.


Tutto è fermo, sono fermi aeroporti e treni, semafori e ascensori (e quello lo avevamo già capito). Gli ospedali sono operativi – in parte – solo grazie ai generatori di energia elettrica. Giusto, i generatori. Ecco. A Radio Capital ci salverà un generatore. I nostri tecnici sono lì con noi, aspettano l’arrivo del camion con il gruppo elettrogeno. E alla fine, come per magia – quello ci sembra – il camion arriva, fa un rumore infernale, ma dopo un paio d’ore la radio riparte. Ci sbrighiamo, prendiamo carta e penna e ci mettiamo a scrivere: facciamo delle telefonate ai vigili, alla polizia, raccogliamo tutte le notizie possibili, e alla fine mettiamo insieme il giornale radio. Poi, con un pennarello nero, lo scriviamo ordinato sui fogli bianchi. Si va in onda. Così, con la voce che trema un po’, che la diretta è sempre un’emozione, ma stavolta di più.

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