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“Ho tenuto stretto il corpicino di mio figlio morto. Temevo me lo buttassero in mare”

(ansa)

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Nell’hotspot di Lampedusa il tragico racconto delle due coppie di migranti che hanno perso due bimbi di soli due anni stroncati dalla sete durante la traversata
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È rimasta immobile, accovacciata sul fondo del gommone, la pelle ustionata dalla miscela di acqua e carburante, a proteggere il corpicino del suo piccolo che ormai da ore aveva smesso di piangere.

«Il suo cuore non batteva più, ho continuato a stringerlo tra le braccia, a cullarlo, avevo paura che me lo facessero buttare in mare». Esther ( il nome è di fantasia) non è riuscita a dire altro ai soccorritori, ai medici, ai volontari che, prima sul veliero Nadir della ong tedesca Resqship che li ha salvati, poi a terra a Lampedusa, hanno assistito le due coppie di giovani ghanesi che nel tragico viaggio che dalla Libia avrebbe dovuto portarli in Europa hanno perso i loro bimbi. Poco più di due anni, morti di sete, arsi dal sole e dal vento.

Le due coppie di genitori assistiti dagli psicologi

«I genitori dei due bambini sono qui da noi - dice Imad Dalil, direttore dell’hotspot gestito dalla Croce Rossa - sono sotto shock. I nostri psicologi li stanno assistendo». A terra, sbarcata da un…

È rimasta immobile, accovacciata sul fondo del gommone, la pelle ustionata dalla miscela di acqua e carburante, a proteggere il corpicino del suo piccolo che ormai da ore aveva smesso di piangere.

«Il suo cuore non batteva più, ho continuato a stringerlo tra le braccia, a cullarlo, avevo paura che me lo facessero buttare in mare». Esther ( il nome è di fantasia) non è riuscita a dire altro ai soccorritori, ai medici, ai volontari che, prima sul veliero Nadir della ong tedesca Resqship che li ha salvati, poi a terra a Lampedusa, hanno assistito le due coppie di giovani ghanesi che nel tragico viaggio che dalla Libia avrebbe dovuto portarli in Europa hanno perso i loro bimbi. Poco più di due anni, morti di sete, arsi dal sole e dal vento.

Le due coppie di genitori assistiti dagli psicologi

«I genitori dei due bambini sono qui da noi - dice Imad Dalil, direttore dell’hotspot gestito dalla Croce Rossa - sono sotto shock. I nostri psicologi li stanno assistendo». A terra, sbarcata da una motovedetta della guardia costiera che sabato sera ha raggiunto la Ong per trasbordare i corpicini dei due bimbi e quello dell’uomo anche lui morto di stenti, Esther era arrivata da sola, lo sguardo totalmente spento, anche lei in uno stato psicofisico di semincoscienza. Poi, ieri pomeriggio, all’hotspot ha potuto riabbracciare il marito che, insieme agli altri 57 migranti soccorsi, ai volontari della Ong aveva raccontato il suo dramma.

Così sono morti i due bambini

«Eravamo partiti martedì notte da Zawia, in Libia. Ci avevano detto che saremmo arrivati al massimo dopo un giorno e mezzo, ma non è andata così. Dopo un giorno il motore si è fermato e il gommone ha cominciato ad andare alla deriva. Non avevamo alcun riparo, cercavamo di proteggere il bambino, di coprirlo, ma il sole era forte e non avevamo abbastanza acqua. Quel poco che rimaneva gliel’abbiamo dato poco alla volta, lui piangeva, piangeva. Poi ha smesso, e non si è mosso più».

Era venerdì pomeriggio quando il primo dei due bimbi non ha più dato segno di vita. Poco dopo lo stesso destino è toccato ad un altro piccolo, anche lui figlio di un’altra coppia ghanese. Non si conoscevano quando sono partiti dalla Libia, si sono ritrovate a piangere e a gridare insieme. A supplicare gli altri compagni di viaggio a dare loro anche un solo goccio d’acqua per rianimare i loro bambini mentre il mare si ingrossava e all’orizzonte ormai da tre giorni non si vedeva nessuna imbarcazione che potesse soccorrerli.

Un viaggio costato 1500 dollari a testa

«Era un piccolo gommone, ci hanno fatto salire su in 60, avevamo pagato 1500 dollari a testa».

Senza benzina, senza acqua nè cibo per almeno tre giorni. Tredici donne sedute sul fondo al centro del gommone, le due giovani mamme con i figli in braccio, altri due bambini. Le urla, i pianti, gli svenimenti, le allucinazioni. Come quelle che, con tutta probabilità, hanno indotto uno dei migranti a buttarsi in acqua per cercare refrigerio. Più d’uno ha cominciato a svenire e così quando i due bambini hanno smesso di piangere perdendo prima conoscenza e poi spegnendosi, in pochi,a parte i genitori, se ne sono accorti. E le due giovani donne sono riuscite a tenerli stretti a sè per quasi 24 ore evitando che - come tante volte accadute in passato - le costringessero a buttare i corpicini in mare. Quando sabato pomeriggio è arrivata la Nadir, una piccola silenziosa catena di mani ha consegnato per primi i due corpicini.

I volontari: “Mai visto tante persone in questo stato”

«Non avevamo mai visto tante persone in queste condizioni, molti quando siamo arrivati erano ormai in stato di semincoscienza».raccontano i volontari della Nadir. Sconvolti dalla straziante fine dei due bambini ma anche da quella di un ragazzo di neanche trent’anni che si è spento tra le braccia del comandante del veliero. «Non siamo riusciti a fare nulla per lui. I bambini che muoiono di sete sono un fallimento politico imperdonabile».

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