Scuola, il paradosso dello smartphone: in classe è bandito, ma ormai per studiare è essenziale
di Sabina PignataroDurante l’ora è vietato. Subito dopo, diventa indispensabile. Il cellulare, teoricamente bandito, è lo stesso strumento che serve per fare i compiti, inviare un file, controllare un voto, leggere un messaggio del professore. Lo smartphone, che dovrebbe restare spento nello zaino, è in realtà la chiave di accesso a tutta la giornata scolastica.
Il ministro dell’Istruzione Giuseppe Valditara ha chiesto all’Unione Europea di vietarlo in tutte le scuole primarie e secondarie di primo grado dei Ventisette. In Italia, i cellulari sono già vietati in aula dal 2007, dai tempi della circolare dell’ex ministro Giuseppe Fioroni. Ma la realtà è un’altra. È la scuola stessa a renderli indispensabili. Ogni giorno. In ogni ora. In ogni materia. È un paradosso. E ha un nome: schizofrenia digitale. Da un lato si demonizza e si vieta lo smartphone, dall’altro lo si rende indispensabile e ci si costruisce sopra l’intera routine scolastica.
«La scuola dà spesso per scontato che gli studenti siano conness…
Durante l’ora è vietato. Subito dopo, diventa indispensabile. Il cellulare, teoricamente bandito, è lo stesso strumento che serve per fare i compiti, inviare un file, controllare un voto, leggere un messaggio del professore. Lo smartphone, che dovrebbe restare spento nello zaino, è in realtà la chiave di accesso a tutta la giornata scolastica.
Il ministro dell’Istruzione Giuseppe Valditara ha chiesto all’Unione Europea di vietarlo in tutte le scuole primarie e secondarie di primo grado dei Ventisette. In Italia, i cellulari sono già vietati in aula dal 2007, dai tempi della circolare dell’ex ministro Giuseppe Fioroni. Ma la realtà è un’altra. È la scuola stessa a renderli indispensabili. Ogni giorno. In ogni ora. In ogni materia. È un paradosso. E ha un nome: schizofrenia digitale. Da un lato si demonizza e si vieta lo smartphone, dall’altro lo si rende indispensabile e ci si costruisce sopra l’intera routine scolastica.
«La scuola dà spesso per scontato che gli studenti siano connessi nel pomeriggio» — spiega Marco Gui, sociologo e docente all’Università di Milano-Bicocca. «Fare i compiti, accedere al registro elettronico, scaricare e condividere materiali. Senza uno schermo molte attività non si possono nemmeno cominciare». Una contraddizione ormai evidente, che anche alcune recenti indagini sul mondo scolastico hanno iniziato a mettere a fuoco. Tra queste, uno studio recentemente pubblicato proprio dalla Bicocca: EYES UP – EarlY Exposure to Screens and Unequal Performance.
«Per le famiglie che vogliono contenere l’uso degli schermi, il pomeriggio a casa diventa una lotta estenuante», osserva Gui. Si passa dal “basta telefono” al “devi finire i compiti online”, dal “non stare sempre con lo schermo in mano” al “carica i materiali da Classroom”. Il ragazzo accende lo smartphone per studiare, ma finisce per essere distratto da notifiche, chat, video. Lo studio si mescola con l’intrattenimento, il dovere con la distrazione. Il confine salta. Il tempo si dilata. L’apprendimento si frammenta. «È il risultato di prassi che si sono consolidate, soprattutto durante la pandemia, ma che non sono mai state discusse collettivamente».
Una rete per non affondare
Su questo punto, la Rete dei Patti Digitali, un’iniziativa nazionale di educazione digitale fondata anche da Marco Gui, ha una posizione molto netta. «L’obiettivo della rete è promuovere un uso più consapevole e guidato della tecnologia tra bambini e adolescenti, coinvolgendo attivamente scuole e famiglie. Nel caso specifico della scuola primaria e della secondaria di primo grado, la Rete propone che i compiti online non diventino la norma. Se proprio devono essere assegnati, si dovrebbero prevedere tempi ampi e contesti adatti, in modo che i ragazzi possano essere seguiti da un adulto — in famiglia oppure in ambienti protetti e supervisionati, come biblioteche o gruppi di studio». In altre parole, non si può dare per scontato che un bambino delle medie o delle elementari possa affrontare da solo un’attività digitale senza guida o vigilanza. Eppure è esattamente quello che accade in molte scuole italiane. Anche le “Raccomandazioni di Milano”, un documento interistituzionale promosso dal Comune e pubblicato lo scorso ottobre, vanno nella stessa direzione. Si tratta di un testo nato dalla collaborazione tra istituzioni scolastiche, sanitarie e associative, con l’obiettivo di tutelare il benessere e la sicurezza online di bambini, bambine e preadolescenti. Il messaggio è chiaro: «È tempo che il sistema scolastico costruisca un approccio coerente alla gradualità di accesso alla navigazione libera. Dove i diversi attori coinvolti nella crescita — genitori, docenti, ma anche pediatri e allenatori — remino nella stessa direzione». Un’alleanza educativa reale, non solo dichiarata. «Io credo che la stretta sugli smartphone a scuola possa servire anche a segnalare alle famiglie che l’accesso alla rete in pre-adolescenza debba avvenire in modo più graduale», osserva Gui. Se questo è uno degli obiettivi, allora occorre creare un contesto coerente nel quale questa gradualità possa essere possibile».
Anche i docenti sempre connessi
In una scuola che chiede attenzione, connessione consapevole e presenza autentica, la distrazione digitale si insinua ovunque. Anche tra chi dovrebbe dare l’esempio. Il cortocircuito tra regole e realtà non riguarda solo gli studenti. Alla fine, tocca tutti. Nessuno escluso. «Diciamolo chiaramente — racconta un docente che preferisce restare anonimo — in classe il cellulare ce l’abbiamo anche noi. E ci restiamo attaccati spesso. Non solo per questioni personali, ma perché il preside o il coordinatore scrivono nelle chat anche durante le lezioni. Allora un’occhiata alle notifiche diventa la norma per non perdere un messaggio urgente- che non è mai urgente, un cambio orario, una nota improvvisa che riguarda un laboratorio o un corso». Il telefono vibra in tasca, lo schermo si accende, l’attenzione si sposta. «Anche mentre si spiega. Anche mentre si ascolta uno studente».
Ma non si tratta solo di interruzioni tecniche. Il problema è più sottile, e più grave. «Ci sono colleghi — continua — che siedono accanto a un ragazzo con disabilità, magari durante un esercizio o un momento di difficoltà, e mentre lui cerca di concentrarsi o ha bisogno di supporto, loro hanno lo sguardo fisso sul telefono: leggono messaggi WhatsApp, rispondono nelle chat della scuola, scorrono i social, controllano il tracking di un pacco. Tutto mentre il ragazzo accanto cerca una parola, fatica su un esercizio, aspetta una spiegazione, uno sguardo, una presenza reale. Lo fanno quasi senza rendersene conto — racconta ancora il docente — perché ormai l’uso del cellulare è stato sdoganato. È entrato in classe in punta di piedi, ma adesso c’è sempre. E nessuno dice nulla. È diventato normale. Ma così la relazione si spezza. Il ragazzo si sente trasparente, ignorato. Capisce che quello schermo viene prima di lui». E lì, la tecnologia non è più un supporto: è una barriera. «Un muro invisibile che si alza proprio nel momento in cui dovrebbe esserci il massimo della vicinanza. E quando succede con studenti fragili, che avrebbero più bisogno di presenza, attenzione e parola, l’effetto è devastante».
E poi c’è la ricreazione. I momenti informali. Quelli che dovrebbero essere uno spazio di gioco, dialogo. «Durante l’intervallo, e anche durante il pranzo in quelle scuole dove non c’è la mensa ma si mangia in classe - si mettono film, cartoni, video su YouTube», racconta. «Succede soprattutto nella scuola primaria. E lì il confine tra uso e abuso si fa davvero sottile». Non è più uno strumento didattico. «Diventa una babysitter digitale, una toppa emotiva, un modo per tenere buoni i bambini. O meglio — come cantavano i Måneskin — per tenerli “zitti e buoni”. Ma il silenzio, a scuola, non sempre è un segnale di ordine. Spesso è solo un sintomo di resa».