Cronaca

A dieci anni dalla morte di Marco Vannini

A dieci anni dalla morte di Marco Vannini

Oggi esce la nuova puntata del podcast "Nera": sopralluoghi e interviste in occasione dell’anniversario dell’omicidio di Marco a Ladispoli

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«Quando passo di qui dico sempre una preghiera per il ragazzo», racconta una signora dell’Est Europa davanti alla villa della famiglia Ciontoli, a Ladispoli. È qui che un proiettile partito dalla pistola di Antonio Ciontoli uccise Marco Vannini, fidanzato della figlia Martina - una storia ricostruita insieme a Massimo Lugli nella nuova puntata del podcast «Nera» prodotto da OnePodcast.

La villa in vendita

Sono passati dieci anni e la villa sembra in stato d’abbandono. All’ingresso, superato il cancelletto, c’è un albero di limone reclinato che ostruisce il passaggio. E poi vasi rovesciati, erbacce, piante diventate ormai secche. Tutto è accaduto al piano superiore, nel bagno che si trova tra la stanza di Martina e quella dei genitori. È un ambiente piuttosto stretto, appena si apre la porta sulla destra un ampio specchio domina il lavandino incastonato in un mobile. Tra la finestra e il lavandino c’è la lavatrice. Sulla sinistra, prima di un cesto per i panni sporchi, il bidet e il water, c’è la vasca da bagno bianca, quella in cui fu colpito Marco. «La casa è parecchio che è in vendita però non credo che qualcuno la comprerà - dice il titolare dello stabilimento frequentato dai Ciontoli -, certo che ad andare lì ci vuole un bel coraggio, con quello che è successo».

Il dolore dei genitori di Marco

A Cerveteri, a poco più di sette chilometri da qui, abitano invece Marina e Valerio, i genitori di Marco. Vivono in nome del figlio e se cerchi la loro, di villetta, non ti puoi sbagliare, la riconosci dalle foto appese sui cancelletti: nella prima Marco indossa una muta da sub e mostra il polpo che ha appena pescato, nella seconda, invece, c’è un suo primo piano sorridente. La mamma di Marco mi fa accomodare nella tavernetta, il marito, dice, ci raggiungerà più tardi. Ha voglia di ricordare, parlare del figlio la tiene viva. Racconta delle sue passioni, quella per il nuoto, il desiderio di entrare nelle Frecce Tricolori («Diceva che un giorno avrebbe volato»), l’amore per il cane Duca che dopo la sua morte «ha aspettato Marco sotto la sua macchina, è stato male, perdeva il pelo. Si è ripreso solo quando abbiamo venduto l’auto».

E poi racconta di Martina e della riservatezza di Marco che all’inizio non vuole rivelarle nulla: «Però io lo vedevo che era innamorato e ogni tanto gli facevo la battutina, gli chiedevo dove andava. Lui – continua la mamma di Marco - alla fine mi disse che si era innamorato di questa ragazza bellissima e che l’aveva portata a San Nicola, una zona di mare qui vicino, e a un certo punto le aveva detto “ho qualcosa nell’occhio”. Lei si era avvicinata e lui l’aveva baciata. Ogni mese la riportava lì e rivivevano quella scena. Lui era molto romantico».

La nuova vita di Marina

Marina è una donna che stupisce per la tempra, in televisione era sempre quella che ci metteva la faccia, che s’indignava e s’arrabbiava. «Io – racconta - volevo fare solo la mamma, per me Marco era la vita mia. Prima non sapevo cosa volesse dire stare davanti a una telecamera, non sapevo che differenza ci fosse tra un “colposo” e un “doloso”, mi sono dovuta adeguare». La sera del 17 maggio 2015, Marco era rimasto a casa dei Ciontoli dove vivevano la fidanzata Martina, il fratello Federico e i genitori, Antonio e Mary. Doveva tornare a casa, ma poi aveva chiamato i genitori per dire loro che sarebbe rimasto a dormire dalla fidanzata. In seguito la telefonata di Mary ai Vannini: «Venite giù perché Marco è caduto dalle scale». Quindi la corsa al PIT, il presidio integrato territoriale di Ladispoli, Marco che esce in barella dall’ambulanza con la maschera a ossigeno, «Chiamavamo “Marco, Marco, Marco”, aveva gli occhi un po’ aperti ma non reagiva».

Cosa accadde quella notte di dieci anni fa

La corsa in auto nella notte verso il Policlinico Gemelli di Roma dove Marco doveva essere trasportato in eliambulanza. Infine la morte del ragazzo per emorragia interna dopo che un proiettile da sotto l’ascella gli era penetrato nel torace e aveva quasi raggiunto il cuore. Solo in seguito i genitori di Marco conosceranno la verità: il colpo partito per errore mentre Antonio Ciontoli mostrava la pistola al ragazzo che stava facendo la doccia, la verità inizialmente taciuta dal papà di Martina per timore di perdere il lavoro di sottufficiale di Marina, Marco ferito che viene fatto sdraiare e alterna stati confusionali a momenti di incoscienza, il ritardo probabilmente letale nel chiamare i soccorsi, infine la morte durante il trasporto in eliambulanza.

Verrà poi il processo con sentenze contrastanti fino all’ultimo grado di giudizio, quando la corte d’appello condannerà a quattordici anni Antonio Ciontoli che, secondo i giudici, pur di nascondere di aver sparato a Marco per non perdere il lavoro, ha accettato che quel suo silenzio potesse portare anche alla morte del ragazzo. A nove anni saranno condannati Martina, Federico e Mary che secondo il tribunale hanno assecondato Antonio. Il 3 maggio 2021 la Cassazione confermerà le pene.

«Noi abbiamo dato il massimo per portare a Marco quel mazzo di fiori che era la giustizia e che, in qualche modo, gli doveva arrivare», dice Marina per la quale la fidanzata di Marco, Martina, «sarà sempre una persona senza scrupoli che ha preferito il posto di lavoro alla vita del ragazzo». Mentre Valerio, che nel frattempo ci ha raggiunti, non è mai rimasto convinto dalla versione fornita da Antonio Ciontoli.

“Ogni giorno pensiamo a Marco”

A dieci anni di distanza, il dolore per la morte di Marco non sembra essersi allontanato, anzi. «Alla morte di un figlio sopravvivi – spiega Marina -, vai a dormire e hai nella testa lui, dormi e sogni lui, ti alzi e il primo pensiero è lui. È sempre lui, è tutto concentrato su Marco». «Mia moglie è una leonessa, una combattente nata», dice Valerio, che poi però sottolinea: «Io comunque sono sempre stato al suo fianco». Ed è vero, perché c’è qualcosa che la televisione non ti consente di cogliere: il fatto che quando Marina affrontava le telecamere da sola, non era veramente da sola. «Senza Valerio – dice Marina - io non avrei fatto niente, a me bastava solo che mi desse la mano e io mi caricavo. Siamo una macchina insieme. Noi ci siamo amati sempre».

Ma com’è nata la loro storia? Cosa li ha uniti al punto che nemmeno la perdita del figlio è stata in grado di separarli? Marina e Valerio vengono entrambi da Bracciano, 40 chilometri a nord di Roma. Marina ha poco più di vent’anni quando lo incontra, quel giorno aveva sostituito la madre per fare le pulizie negli uffici dell’Enel. Va di fretta e quasi si scontra con un ragazzo. Lui le sorride. E Marina dice che con quel sorriso aveva capito tutto. Quando sostituisce di nuovo la madre, spera di rivederlo, ma niente. Poi, alle sue spalle, sente la sua voce: «Ho sentito un profumo buonissimo e sono salito. Ciao, io sono Valerio». Lui le confessa che è in un periodo difficile perché si sta separando, lei commenta: «Oh, come mi dispiace». Quella sera stessa, alle amiche, Marina dice: ragazze, ho incontrato quello giusto.

Tempo quattro cinque anni e mi sposo. Era l’8 marzo del 1990. Quattro anni dopo sono insieme dentro al Duomo di Bracciano. «Io dicevo sempre che Valerio me lo sarei sposato – spiega Marina -, per me lui era tutto. Siamo diversi, io sono più romantica, lui è più duro, ma alla fine anche queste tragedie: o ti lasci o ti unisci di più. Noi ci siamo uniti di più».

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