Sequestrata in quell’estate del ’77 in cui i rapimenti, dalla Lombardia alla Calabria, erano industria. Portata via a piedi, probabilmente a poco più di dieci chilometri da quella casa delle vacanze dove pensava di trascorrere l’estate. Uccisa a bastonate perché “troppo nervosa”, sepolta chissà dove in Aspromonte. A quasi cinquant’anni dalla sparizione di Mariangela Passiatore, 44enne milanese, moglie dell’imprenditore Sergio Paoletti, c’è una traccia, reale, per risalire ai sequestratori che ne hanno causato la morte.
Si scova tra le pieghe dell’inchiesta della procura guidata da Giuseppe Lombardo che ha portato a 97 arresti tra la provincia di Reggio Calabria e altre 14 città e per quel delitto, rimasto per decenni senza risposte, porta all’iscrizione sul registro degli indagati di due persone: Giuseppe Barbaro “U Nigru” e Michele Grillo, vecchi boss, che la storia della ‘ndrangheta la conoscono perché l’hanno vissuta, vista, fatta, fra la Calabria e Milano.
È proprio Grillo a fornire la traccia decisiva. Sta in una conversazione che negli anni si è dimostrata un vero tesoro investigativo perché ha permesso di acquisire elementi decisivi per la risoluzione di diversi omicidi, come quello della discoteca Skylab a Milano. È lì che i carabinieri ascoltano Grillo mentre, intercettato, parla con un altro vecchio arnese dei clan, Luca Scarinci. Non sa di essere ascoltato e si confessa. “Ne ho fatti tanti di questi. Con la buonanima di Peppi 'u Nigru, quante volte partivamo da laggiù, venivamo qua, per queste cose qua!”.
“Queste cose qua”, sono i sequestri, dalla metà degli anni Settanta azienda servita alla ‘ndrangheta per mettere in cassaforte non solo denaro, ma soprattutto relazioni e favori. ‘U Nigro, Giuseppe Barbaro, uno degli esponenti storici dell’omonimo clan e con lungo pedigree criminale, personale e familiare. “A volte succedevano cose brutte”, dice Grillo che di quella stagione può parlare per avervi attivamente partecipato. Colpa dei “garzoni”, dice lui, i sequestratori inesperti. E anche di questo ha esperienza diretta: "Mannaia, ho una cosa, un ricordo brutto. Con una signora, guarda".
Per gli investigatori, è Mariangela Passiatore. I rapitori sorprendono lei, il marito e una coppia di amici, Claudio Brambilla di 37 anni e sua moglie Angela Mariani di 35, entrambi di Melzo, durante una cena il 28 agosto del ’77 a Brancaleone, nel cuore della Locride, a una cinquantina di chilometri da Reggio Calabria. Cinque uomini fanno irruzione in casa, arraffano soldi e gioielli e poi fuggono, portando con sé la donna. Uno dei sequestratori rimane in casa fino alle due del mattino per evitare che venga dato l’allarme, Passiatore viene trascinata a piedi per una decina di chilometri, verso il vicino paese di Bova superiore, dove la jonica già si arrampica verso l’Aspromonte, zona già allora semidisabitata.
Decenni dopo, Grillo, intercettato, ritorna a quei giorni. Lo ascoltano i carabinieri di Milano, ma ci sono voluti l’orecchio e l’esperienza degli investigatori di Locri, abituati a interpretare il dialetto locale, per capire il reale significato delle parole di Grillo. Le sfumature. I reali riferimenti che permettono di individuare il singolo in una babele di omonimi che si riconoscono solo grazie alla cosiddetta “’ngiuria”, il soprannome che gli viene dato.
“Lei era andata! (ndr: era fuori di testa) – dice Grillo – Quella era nervosa, era una persona con problemi, che prendeva medicine”. È un particolare importante, che trova riscontro nei racconti dei familiari della donna. Passiatore era effettivamente in terapia. “Ero andato ad Africo, che sono arrivato a prendere le medicine”, racconta. “L'hanno ammazzata”. Mariangela Passiatore era agitata. Troppo per i picciotti inesperti a cui era stata lasciata in custodia. Non sarebbero riusciti a controllare pianti, strepiti, tentativi di fuga, crisi d’ansia. “L’hanno trovata che gridava”. Hanno preso un bastone e l’hanno picchiata come se fosse una bestia riottosa. La 44enne è morta così.
“Se non siete capaci, non vi mettete avanti a fare gli uomini! Non fate le cose che sono più grandi di voi, statevene a casa in mezzo alle cosce della moglie”, impreca ancora a distanza di anni Grillo. Anche perché i responsabili li ha dovuti anche coprire con gli altri coinvolti nell’industria assai affollata del sequestro: “Gli ho dovuto dire che è caduta e non la guastavo (non facevo torto) a nessuno e l'hanno ammazzata bastardi e cornuti! L'hanno ammazzata! A bastonate! In testa!”.
In realtà, per gli investigatori di Locri e la procura antimafia di Reggio Calabria, con loro c’era anche ‘U Nigru, o comunque nel sequestro era coinvolto. Anche da questo sarebbero nati i dissapori con Grillo. “Me la sono presa con quello e quelli mi dicono ... ancora tutt'ora mi tengono malucori (n.d.r. si ritengono offesi)”. Interrompere i rapporti non è semplice in Calabria, dove le relazioni passano attraverso relazioni e doveri di clan, soprattutto se si tratta di casati “blasonati” come i Barbaro. “Mu schiaru mu viu, non l’ho voluto più vedere”, dice il vecchio Grillo, che, intercettato, ricorda anche un “chiarimento necessario” con i fratelli di lui.
Si lancia anche in una lunga filippica sull’industria dei sequestri e su come i clan si siano “rovinati” abbandonandola per passare al più redditizio business della coca. “Io a uno sai che gli ho detto? – dice, ricordano una conversazione di decenni fa quando dai massimi vertici della ‘ndrangheta è arrivato l’ordine di fermare i sequestri – Ho detto io: "io", quando sono uscito dalla galera "se posso fare faccio ancora e non gli devo dare conto a nessuno”. Millanterie, come ha dimostrato poi il lungo pedigree criminale di Grillo.
“La ‘ndrangheta – ha spiegato il procuratore facente funzioni di Reggio Calabria Giuseppe Lombardo – non concepisce l’individualismo, è organizzazione che ha la propria forza nella collegialità”. Quando i vertici hanno detto stop ai sequestri, tutti si sono dovuti adeguare. La conversazione è smozzicata, i riferimenti alle persone coinvolte mai diretti. Ma il quadro ricostruito confrontando quella conversazione con la storia criminale dei rapimenti in Calabria e Lombardia, come con i curriculum criminale di Grillo, è coerente. E anche dal pentito Agresta, parente acquisito di Grillo, sono, in un certo modo, arrivate conferme.
Del sequestro Passiatore non ha conoscenza diretta, ma qualcosa in famiglia ha sentito.“Ricordo di una donna sequestrata (mi pare al nord) dai "nigri" che poi è morta durante il sequestro. Mi sembra che la donna avesse bisogno di medicine. L'avevano Pasquale e Giuseppe "i nigri" (molto criticati per averla fatta morire), ma non so chi l'avesse presa. Si parlava anche di Michele Grillo, zio di mia sorella, come esecutore di sequestri”, mette a verbale. Da lì sarebbero nati – conferma – i dissapori fra i Grillo e i Barbaro, degenerati persino in un tentativo di attentato.
Ma le storie raccontate da altri seguono il principio del telefono senza fili. Si distorcono, arricchendosi di particolari inesistenti. E nel racconto di Agresta sono troppi perché il gip lo ritenga pienamente credibile. La partecipazione al sequestro, il giudice la riconosce solo per Michele Grillo. Per Giuseppe Barbaro gli elementi non sono sufficienti. E in ogni caso, sottolinea il giudice, sono entrambi ultrasettantenni, per loro il carcere – chiesto dai magistrati per entrambi – non è ipotesi plausibile. A quasi cinquant’anni dal sequestro di Mariangela Passiatore, la verità su quella notte di terrore sembra più vicina. Ma per perseguire i colpevoli, o quelli che si presumono tali, forse è troppo tardi.