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I segreti di Riina e Messina Denaro: “Dietro Capaci c’è molto altro”

La strage di Capaci del 23 maggio 1992 dove persero la vita Falcone, la moglie e tre uomini della scorta 

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Le parole messe a verbale de “u Siccu”, l’ultimo dei grandi boss corleonesi, il 7 luglio del 2023
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«Sulla strage di Capaci non sapete ancora tutto». A pronunciare queste parole non è un collaboratore di giustizia. È uno stragista. Un mafioso condannato per avere partecipato, promosso e protetto la strategia del terrore che tra il 1992 e il 1993 ha devastato l’Italia. A parlare a verbale, pochi mesi prima di morire, è Matteo Messina Denaro, “u Siccu”, l’ultimo dei grandi boss corleonesi.

Parla ai magistrati, non al vento. Parla in un interrogatorio il 7 luglio 2023, davanti al procuratore aggiunto Paolo Guido e ai pm Piero Padova e Gianluca De Leo. E pur sapendo che ogni parola può essere usata contro di lui, lancia il suo messaggio. Dice cose fortissime, sibilline, taglienti. Parla di “input”, di “grandi cambiamenti”, di “verità parziali”. Non collabora, non si pente. Ma semina. Come chi lancia un fiammifero in un bosco secco.

Perché lo fa? È un tentativo di depistaggio? Un messaggio in codice ai complici? O è la volontà di togliersi qualche sassolino prima di morire? Matteo Messin…

«Sulla strage di Capaci non sapete ancora tutto». A pronunciare queste parole non è un collaboratore di giustizia. È uno stragista. Un mafioso condannato per avere partecipato, promosso e protetto la strategia del terrore che tra il 1992 e il 1993 ha devastato l’Italia. A parlare a verbale, pochi mesi prima di morire, è Matteo Messina Denaro, “u Siccu”, l’ultimo dei grandi boss corleonesi.

Parla ai magistrati, non al vento. Parla in un interrogatorio il 7 luglio 2023, davanti al procuratore aggiunto Paolo Guido e ai pm Piero Padova e Gianluca De Leo. E pur sapendo che ogni parola può essere usata contro di lui, lancia il suo messaggio. Dice cose fortissime, sibilline, taglienti. Parla di “input”, di “grandi cambiamenti”, di “verità parziali”. Non collabora, non si pente. Ma semina. Come chi lancia un fiammifero in un bosco secco.

Perché lo fa? È un tentativo di depistaggio? Un messaggio in codice ai complici? O è la volontà di togliersi qualche sassolino prima di morire? Matteo Messina Denaro in quei giorni sa che la sua vita sta finendo, divorata dal tumore. E sa che è il suo ultimo palco. Non si limita a negare: rilancia, insinua, provoca. Lo fa da boss, da uomo che conosce i segreti, ma soprattutto sa usarli.

«Perché vi siete fermati a La Barbera?», domanda. Allude ad Arnaldo La Barbera, ex capo della squadra mobile di Palermo, sospettato dai pm nisseni di avere orchestrato il depistaggio sulla strage di via d’Amelio. «Perché non siete andati oltre?», aggiunge Messina Denaro, evocando un contesto oscuro che nessuna sentenza ha ancora del tutto svelato.

Le frasi di Riina

Ed è a quel punto che l’eco di un’altra voce, registrata dieci anni prima, risuona con sinistra coerenza. È quella di Totò Riina, il capo dei capi, intercettato nel carcere di Opera durante il primo colloquio con il figlio Giovanni anche lui detenuto. «L’ultima parola non si saprà mai», dice. Come a ribadire che ci sono cose che non verranno mai raccontate. Che non devono essere dette. Ma che possono servire per mediare o ricattare.

Riina si lascia andare a una serie di riflessioni. Parla di Borsellino, di Capaci, delle bombe del ’93. E sorprendentemente si smarca. «Io di Borsellino l’ho saputo dalla televisione», dice. Poi aggiunge: «Bisogna capire qual era il vero obiettivo».

Nell’incontro con il figlio il capo dei capi gli confida: «Riina è capace di tutto e di

niente. Però tuo padre è incredibile, quando tu credi sappia tutto non sa niente, ma

come lui tanti di questi signori sono ridotti così. Quasi un po’ tutti. Perché un po’ tutti? Perché l’ultima parola era sicuramente la mia e quindi l’ultima parola non si saprà mai. Ci devi saper fare nella vita. Quando hai una possibilità se la sai sfruttare, l’ultima parola non la dici; te la tieni per te e puoi fare tutto su quest’ultima parola: gli altri non sanno niente e tu sei anche un po’ “avvantaggiatello”. Questa è la vita a papà: purtroppo ci vogliono sacrifici, ho avuto la fortuna, in sfortuna, di trovarmi lì e sono andato avanti, certamente... sì. Non è di tutti eh?». E poi spiega: «Perché anche loro sbagliano e sbattono la testa al muro, non sanno... non sanno, questi sbattono la testa al muro perché non sanno dove andare. Questo è un segreto della vita...».

Non rivendica. Non chiarisce. Fa quello che ha sempre fatto: confonde. Lascia cadere quella frase che è quasi un testamento criminale: «L’ultima parola era la mia. E quindi l’ultima parola non si saprà mai». Lo dice con fierezza. Come chi ha gestito il potere assoluto. E ha deciso di portare i segreti nella tomba.

Come Messina Denaro. Due boss, due epoche. Ma una sola regia. Un solo codice. Un unico patto del silenzio.

I custodi del segreto

Nell’ultimo interrogatorio prima della morte, Messina Denaro non accetta la narrazione giudiziaria della strage di Capaci. La smonta con parole fredde, lucide, studiate. «Vi siete accontentati di pensare che Falcone sia stato ucciso per il maxi processo», dice, con tono quasi sprezzante. E aggiunge: «È riduttivo. La base non è quella. Parlo di grandi cambiamenti».

Ma quali cambiamenti? Quali forze si muovevano nel 1992 dietro il sipario della mafia? Messina Denaro non lo dice. Anzi, lo suggerisce. Lo insinua. Come se volesse orientare lo sguardo, ma senza offrire appigli. Come chi conosce la mappa, ma ne strappa metà.

Parla da uomo che ha vissuto tutto. E lo fa senza il minimo pentimento. Non cerca sconti di pena, non vuole patteggiamenti. È agli sgoccioli della sua esistenza. E forse proprio per questo decide di alzare il velo, ma non troppo. Di mostrare l’ombra, senza dire da dove proviene.

Nelle sue parole riecheggia un’idea costante: i magistrati hanno fatto il loro lavoro, ma si sono fermati troppo presto. «Se La Barbera fosse ancora vivo, ci sareste arrivati?», chiede. E quella domanda suona come un’accusa. O una provocazione.

Ma è il contesto a dare forza a quelle frasi. Messina Denaro è stato uno dei protagonisti della stagione stragista. Condannato all’ergastolo per Capaci e via d’Amelio. Identificato come il punto di collegamento tra i Graviano e Riina. Un uomo che ha fornito uomini, coperture, materiali. Il regista invisibile. E anche per questo, ciò che dice non può essere ignorato.

Il contesto: stragi, potere e contrattazione

La verità giudiziaria ci dice che a deliberare le stragi furono i vertici della cupola: Riina, Provenzano, Bagarella, Brusca, i fratelli Graviano. E Messina Denaro. Tutti condannati in via definitiva. Tutti ritenuti protagonisti consapevoli della strategia terroristica.

Ma le motivazioni della sentenza “Capaci bis” fanno un passo in più. Dicono chiaramente che la mafia non agì da sola. Che dietro Capaci si profilano “convergenze di interessi”, un “movente politico”, il tentativo di cercare nuovi referenti dopo la fine del sistema di potere della prima Repubblica.

Era il 1992. L’Italia stava cambiando pelle. Tangentopoli spazzava via i partiti tradizionali. I governi erano deboli. Il vecchio equilibrio saltava. E Cosa nostra ne approfittava. Le bombe servivano a negoziare, non solo a vendicare.

Ecco allora che le parole di Messina Denaro assumono un altro senso. «Tutto inizia da Capaci», dice. Come se da lì fosse partito un nuovo ordine. Una nuova contrattazione.

Il tritolo delle “menti raffinatissime”

Giovanni Falcone era il nemico perfetto. Aveva istruito con Paolo Borsellino e gli altri colleghi del pool antimafia il primo grande processo a Cosa nostra. Aveva fondato un metodo per lottare la mafia. Aveva osato dire che «la mafia è entrata in Borsa». Ma soprattutto, da Roma, al ministero della Giustizia, stava progettando un salto di qualità: la Superprocura. La Dia. La riforma del codice. Falcone non era solo un giudice. Era un sistema. Un’idea di Stato. E doveva essere fermato.

Lo fu con 572 chili di tritolo militare, lo stesso usato per la strage dell’Addaura e di Pizzolungo. Lo stesso tritolo su cui Falcone parlò di “menti raffinatissime”. Apparati. Servizi. Deviati? Uomini delle istituzioni? Infiltrati? Nessuna prova, ma tanti indizi. E tutti lasciano intendere che Cosa nostra da sola non avrebbe potuto fare tutto.

Una verità ancora parziale

Oggi, a 33 anni dalla strage, le sentenze hanno fissato dei punti fermi. Ma non tutto è chiarito. Non tutto è emerso. Lo sanno i magistrati. Lo sanno i familiari delle vittime. Lo sa chi, il 23 maggio, scenderà in piazza con il corteo “Non chiedeteci silenzio”.

La memoria non basta più. Serve verità. Quella piena. Quella che Messina Denaro ha scelto di non raccontare. Quella che Riina ha portato con sé. Quella che, forse, solo pochi ancora conoscono. E che nessuno vuole dire.

Giornalisticamente è rilevante ricordare le frasi di Messina Denaro e Riina perché sono due protagonisti diretti della stagione stragista, che - in momenti diversi e senza mai collaborare - insinuano che dietro le stragi ci sia molto più di quanto ricostruito dai processi. Le loro parole, volutamente ambigue, non negano la responsabilità mafiosa, ma aprono scenari più ampi: parlano di “grandi cambiamenti”, di “ultima parola mai detta”, evocano complicità, depistaggi, contesti non processati. Anche se prive di valore giudiziario, sono indizi narrativi e politici che tengono viva la domanda più scomoda: chi, oltre Cosa nostra, ha avuto interesse nell’eliminare Falcone e Borsellino?

E allora resta il dubbio. La sensazione. Il sospetto che Capaci non sia solo il passato, ma un codice ancora attivo. Un monito. Un simbolo. Una ferita.

E quelle parole – “Sulla strage di Capaci non sapete ancora tutto” – restano lì. Come una sfida. O una minaccia.

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