“Esattamente un anno fa, io e il capitano abbiamo dovuto recuperare dei corpi da una barca di legno in tutto e per tutto simile a quella che abbiamo soccorso. Lasciarli lì era fuori discussione”. Nel giugno del 2024, Leon Salner era a bordo di Nadir quando il piccolo veliero dell’ong Resqship ha incontrato una carretta del mare diventata tomba collettiva per dieci delle persone chiuse in stiva. Sabato scorso, seguendo le richieste di aiuto rilanciate da Alarm phone a cui nessuna delle autorità costiere competenti ha risposto, lui e l’equipaggio ne hanno incontrata un’altra. Più grande, con il doppio delle persone a bordo e sottocoperta.
Nadir è una barca piccola, veloce, con un equipaggio necessariamente ridotto, nasce con l’idea di prestare assistenza a imbarcazioni in difficoltà in attesa dell’intervento delle autorità. Nel corso della sua storia ha soccorso 12mila persone, ma solo in casi di emergenza procede al trasbordo. “Se avessimo aspettato, è molto probabile che quell’intervento si sarebbe concluso come quello dell’anno scorso”. Contando i morti.
Oggi ci sono 112 persone in salvo e Nadir bloccata in porto a Lampedusa per un fermo amministrativo. È la prima volta nella storia del soccorso in mare che viene fermato uno dei velieri. Le accuse? Una è ormai quasi standard: non aver contattato le autorità tunisine e libiche. “Nadir ha contattato più volte tutte le autorità competenti – spiegano dall’ong – nessuna ha risposto. Una mancanza di disponibilità che aggiunge l’inaffidabilità all’assoluta mancanza di meccanismi di protezione per i naufraghi e rende impossibile considerare questi Paesi come collaboratori nelle operazioni di soccorso”. Senza parlare, sottolineano in una nota, “delle gravi e documentate violazioni dei diritti umani”.
Seconda contestazione: aver rifiutato di procedere a un trasbordo selettivo in mezzo al mare per poi procedere verso Porto Empedocle. In piena notte, con onde alte un metro e 112 persone pressate su una barca di 15 metri, all’equipaggio è stato chiesto di isolare i vulnerabili, trasbordarli su una motovedetta della Guardia costiera, per poi accompagnare i restanti a Porto Empedocle, a circa 15 ore di navigazione. "Ho da subito espresso alle autorità serie preoccupazioni in materia di sicurezza – racconta il comandante Friedhold Ulonska – Fare un trasbordo con il mare agitato, dopo che l'avvicinamento della Guardia Costiera aveva già reso instabile l’imbarcazione, avrebbe rappresentato un grave rischio per i sopravvissuti”.
Veliero ong Nadir fermato per sbarco a Lampedusa senza autorizzazione. Ma un video prova che c'era
La manovra non è per nulla semplice. Le due imbarcazioni devono avvicinarsi, le motovedette sono più grandi e potenti, già all’accostarsi provocano onde che fanno ballare la piccola Nadir. Per fare un trasbordo - spiega l’equipaggio - le due barche devono essere agganciate, bisogna farlo lanciando delle cime da un ponte all’altro, che avrebbero rischiato di colpire come fruste i naufraghi o l’equipaggio. Inoltre, sottolinea Mirjam Schwab, coordinatrice per l'assistenza e la protezione, non bisogna dimenticare che i naufraghi fuggono da Paesi come la Libia, dove le autorità hanno motovedette identiche a quelle italiane (perché nel tempo Roma ne ha fornite parecchie) e gli uomini in divisa sono quelli responsabili di mesi, se non anni di violenze, torture, abusi, detenzioni arbitrarie. Della Guardia costiera, come dei militari impegnati in mare, i naufraghi hanno paura.
E poi, tra barriere linguistiche e spazi e tempi ridotti per parlare con tutti i naufraghi, come si poteva essere certi di non separare nuclei familiari, la cui integrità deve essere tutelata non solo secondo le norme internazionali, ma anche per le più restrittive, recenti norme italiane? “Era impossibile”, taglia corto Schwab. In più, osserva il medico di bordo James Watson, “molti già necessitavano di assistenza immediata, non avrebbero resistito altre 15 ore”. Un trasbordo selettivo sarebbe stato un’inutile, pericolosa, gratuita violenza.
Argomentazioni che sembravano aver convinto la Guardia costiera. Con il permesso delle autorità, Nadir e tutti i 112 naufraghi hanno raggiunto Lampedusa. Ma poco dopo, è arrivata l’amara sorpresa: al comandante è stata notificata l’apertura ufficiale di un’indagine, quindi un fermo ai sensi del decreto Piantedosi per accesso non autorizzato. Peccato che dal veliero di “Tutti gli occhi sul Mediterraneo”, il progetto di Arci, abbiano registrato la comunicazione radio con cui Nadir è stato autorizzato a ormeggiare “al molo commerciale”.
Un provvedimento “arbitrario” e “basato su accuse infondate”, spiegano da Resqship, che la piccola ong sta valutando di contestare legalmente in tutte le sedi disponibili. “Qui non si tratta di una decisione giusta o sbagliata, qui la questione è politica - afferma Amelie Walther - Il soccorso in mare dei civili viene deliberatamente ostacolato per assecondare un'agenda politica". E mentre Nadir è ferma in porto, dal Mediterraneo continuano a arrivare richieste di soccorso.