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Morta dopo liposuzione, il marito: “Il medico ha detto: Ana non si sveglia. Soccorsi chiamati tardi”

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Il racconto dell’uomo alle avvocate: “Hanno insistito per l’ambulanza privata e per andare al policlinico, ma c’era un ospedale più vicino. Il chirurgo è rimasto nello studio, ci ha raggiunti solo prima che mia moglie morisse”
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Ana Sergia Alcivar Chenche era arrivata a Roma venerdì scorso. Con il suo compagno e il figlio più piccolo, il terzogenito ancora minorenne, aveva preso in affitto un appartamento a 500 metri dallo studio medico del dottor José Lizàrraga Picciotti. Una tappa di pochi giorni nella capitale per sottoporsi a un intervento di liposuzione. Poi sarebbe ripartita per Genova, quartiere Bolzaneto, ingloriosamente noto per la caserma del G8 del 2001, dove Ana, 46 anni, ecuadoriana, viveva dal 2023, titolare di un’impresa idraulica.

Dell’ambulatorio estetico improvvisato in un appartamento di periferia a Torrevecchia aveva saputo da un’amica estetista: chi le faceva le unghie e metteva lo smalto le aveva consigliato Lizàrraga, una star di chirurgo e il …

Ana Sergia Alcivar Chenche era arrivata a Roma venerdì scorso. Con il suo compagno e il figlio più piccolo, il terzogenito ancora minorenne, aveva preso in affitto un appartamento a 500 metri dallo studio medico del dottor José Lizàrraga Picciotti. Una tappa di pochi giorni nella capitale per sottoporsi a un intervento di liposuzione. Poi sarebbe ripartita per Genova, quartiere Bolzaneto, ingloriosamente noto per la caserma del G8 del 2001, dove Ana, 46 anni, ecuadoriana, viveva dal 2023, titolare di un’impresa idraulica.

Dell’ambulatorio estetico improvvisato in un appartamento di periferia a Torrevecchia aveva saputo da un’amica estetista: chi le faceva le unghie e metteva lo smalto le aveva consigliato Lizàrraga, una star di chirurgo e il re della brace nella comunità sudamericana. Tanto che Ana, in quello studio arrangiato, ci era arrivata proprio con la sua amica, entrata in sala operatoria per prima, alle quattro di pomeriggio. Alle cinque e un quarto era toccato ad Ana. Fuori, nella sala d’aspetto, il marito, Jorge Manuel Salas Garcia, e il figlio.

«Sulla porta abbiamo visto una bella targa. Ana era tranquilla, si era già sottoposta a un intervento in Ecuador, aveva già fatto un’anestesia in clinica, era sicura che in quel posto fosse tutto ok», ha raccontato Jorge alle due avvocate genovesi che ora assistono questa famiglia distrutta dalla rabbia e dal dolore, Tatiana Curreli e Lina Armonia.

Quando hanno varcato la porta malconcia, però, Jorge è rimasto colpito dall’aspetto un po’ dimesso e dall’organizzazione: «Ma dove siamo finiti? Non è che ci sono dei rischi?», si è chiesto. Qualcuno lo ha rassicurato: «Ma si figuri, sono cose semplicissime». Un intervento invasivo da 4.300 euro considerato banale da chi lì praticava ritocchi. Così Jorge si è seduto e ha atteso. A lungo, molto a lungo.

«Era prevista una anestesia totale», ha spiegato, riferendo quel che gli aveva detto la moglie. «Ma poi lì ho sentito mezze parole biascicate: sostenevano che bastasse una epidurale». Dopo più di un’ora, un tempo approssimativo che ora il marito di Ana non sa dire con certezza, il chirurgo è uscito dalla stanza operatoria e gli ha detto: «C’è qualcosa che non va, problemi con la pressione arteriosa, forse qualcosa non ha funzionato con l’anestesia, ora sistemiamo tutto».

Jorge, un po’ preoccupato, ha atteso ancora. Il chirurgo è uscito una seconda volta, ben più allarmato. «La sua compagna non si sta riprendendo, mi ha detto. Adesso chiameremo un’ambulanza». Sono passati altri minuti, con la porta della sala operatoria chiusa, Ana dentro, suo marito e suo figlio ancora fuori.

L’ambulanza non è arrivata. Così Jorge ha deciso di chiamare lui stesso il 118. Dall’altro capo del telefono gli hanno spiegato che non avevano ricevuto nessuna allerta. I familiari della donna hanno chiesto allora chi avessero chiamato dallo studio. «Un’ambulanza privata», gli è stato risposto, «adesso arriva». «Mi è sembrato che l’avessero chiamata in ritardo», ha riferito Jorge alle avvocate e alla polizia.

Altri minuti, altro tempo, forse prezioso. fino al suono della sirena. A quel punto Jorge ha attaccato con il 118, è salito a bordo dell’auto di soccorso privata con sua moglie e l’anestesista. «Il medico non è venuto, è rimasto allo studio, è arrivato solo più tardi al policlinico Umberto I. Cosa abbia fatto in tutto quel tempo non lo so», ha detto Jorge.

Sull’ambulanza, racconta ancora il marito di Ana, «mi hanno fatto sedere davanti, ma ho visto che non c’era un defibrillatore, l’anestesista ha tentato a mano un massaggio cardiaco. Vicino a una curva, l’autista ha detto: qui c’è un ospedale». Forse il Gemelli, 8 minuti di macchina dallo studio di via Roncati. «Ma l’anestesista ha detto: no no, andiamo al policlinico». Undici chilometri più in là. Quando l’ambulanza è arrivata, prosegue Jorge, «l’anestesista è entrato dentro. Il chirurgo, arrivato in seguito, mai. Poco dopo le nove sono usciti dei medici, mi hanno detto che mia moglie era morta».

Ora, spiegano le avvocate, la famiglia di Ana Sergia Arcival Chenche «vuole solo verità e giustizia: avevano legittime aspettative sulla liceità e la correttezza di un medico così popolare, Ana era una donna giovane, non doveva finire così».

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