Cronaca

Rapita dalla mamma e ritrovata dopo 13 anni. Il papà: “Mia figlia non mi riconosce”

Rapita dalla mamma e ritrovata dopo 13 anni. Il papà: “Mia figlia non mi riconosce”
(ansa)

Parla Andrea Tonello, che dopo più di un decennio di ricerche ha ritrovato la figlia che la compagna gli aveva portato via. “Le hanno insegnato a avere paura di me. Sarà difficile, ma vedo la luce in fondo al tunnel”

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Fino a qualche giorno fa non sapevo neanche dove mia figlia potesse essere. Adesso che l’ho ritrovata, vedo una luce in fondo al tunnel». L’ultima volta che Andrea Tonello ha tenuto in braccio la figlia, Chantal aveva appena quattordici mesi. Per incontrarla di nuovo ha dovuto aspettare tredici anni, durante i quali non ha mai smesso di cercarla. L’ha trovata due giorni fa la polizia ungherese a Mezotur, paesino a 150 chilometri da Budapest, nella casa in cui ha vissuto da reclusa insieme alla madre e al compagno di lei. Senza mai andare a scuola, giocare con altri bambini, anche solo passeggiare per strada. «Sabato — spiega Tonello — è entrata in un supermarket per la prima volta in vita sua».

In tutti gli anni in cui l’ha cercata, ha mai immaginato uno scenario del genere?

«Mai. Pensavo avesse cambiato nome, che facesse una vita normale celata sotto altra identità, solo quando sono arrivato in questura ho capito cosa fosse successo. Per più di un decennio ha vissuto reclusa».

Che reazione ha avuto quando l’ha vista?

«Di chiusura totale. Diceva solo ‘nem, nem, nem’, che in ungherese vuol dire no. Ma è comprensibile. Per anni la madre l’ha messa in guardia da me, le diceva di non uscire di casa perché l’avrei trovata e portata via. Usava i social per mostrarle la mia vita — Chantal sa tutto: di avere una sorella, dove abito, i miei cani, come si chiamano — per dipingermi come un orco».

È con lei adesso?

«Legalmente avrei potuto portarla con me, ma avrebbe significato caricarla di peso in auto e questo avrebbe messo ancora più a rischio il suo già fragile equilibro psicologico. L’alternativa sarebbe stata mandarla in una casa famiglia, ma in Ungheria sono luoghi sovraffollati, insalubri e lei non ha mai avuto contatti con i suoi coetanei».

Cosa ha deciso di fare alla fine?

«Nessuna delle due cose. Abbiamo chiamato la nonna e Chantal è stata temporaneamente affidata a lei, ovviamente con prescrizioni chiare e un’assistente sociale che monitora la situazione. Noi l’abbiamo raggiunta lì e l’incontro è andato decisamente meglio che in questura».

Cos’è successo?

«Le ho portato dei regalini: libri perché mi hanno detto che ama leggere, una card per comprare dei vestiti, un pupazzetto. Mi ha ringraziato. L’atteggiamento era sempre distaccato, ma non di chiusura totale. Le ho detto che le scriverò dei messaggi e che spero prima o poi lo faccia anche lei, l’ho solo pregata di non bloccarmi. In settimana tornerò in Ungheria, spero magari di mangiare una pizza tutti insieme lì a casa loro. So che ci vorranno tempo e pazienza».

Non teme che possa sparire di nuovo?

«Il rischio c’è, ne sono cosciente Ma era l’unico modo. Non odio Klaudia (la madre ndr), ma per me lei è solo un libro chiuso. Voglio solo pensare a mia figlia».

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